CARLO MARIA MARTINI. Biblista, pastore e profeta

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CARLO MARIA MARTINI. BIBLISTA, PASTORE E PROFETA

Il 31 agosto ricorrono i 10 anni dalla morte del cardinale gesuita. Il numero di Jesus ora in edicola propone uno speciale per ricordarne lo stile ecclesiale e il magistero andati ben oltre i confini della diocesi di Milano. E l’eredità per l’oggi del suo pensiero. Con contributi di Guido Formigoni, Ferruccio De Bortoli, Maria Cristina Bartolomei e Lidia Maggi.
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Leggi qui sotto il testo di Guido Formigoni, docente di storia contemporanea a prorettore dello Iulm.
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Cinquant’anni da professore, venti da pastore, gli ultimi dieci da appassionato profeta del rinnovamento della Chiesa. Schematizzare così la biografia di Carlo Maria Martini è senz’altro approssimativo e limitato, ma non mi pare del tutto improprio per tenere viva la sua memoria a dieci anni dalla scomparsa. Solo però se si aggiunge subito che in tutta la sua vita queste dimensioni si rifletterono e si inseguirono l’un l’altra, intrecciandosi sempre fortemente tra di loro.
Bibbia e discernimento
Da professore si era occupato soprattutto di Bibbia, e la centralità della Parola, nella progressiva riscoperta conciliare che coincise con la sua giovinezza e maturità, segnò un cardine permanente della sua vita. Naturalmente, si trattava di una visione della Parola incarnata nella riflessione teologica e soprattutto nella vita della Chiesa.
Questa dimensione intellettuale era forte ed era percepibile in lui anche dopo il 1979 e il suo cambio di ministero. Certo, lo studio non era mai stata per lui dimensione totalizzante. Da buon gesuita, inseriva la ricerca e lo studio della Bibbia nel discernimento degli spiriti in vista della conversione della vita, come ebbe a cominciare a fare sistematicamente e in modo particolarmente incisivo con i corsi di esercizi dati seguendo un libro biblico, fin dalla prima esperienza del 1972. Da vero intellettuale, frequentava le opposizioni e le contrapposizioni per capire meglio, per approfondire la verità (sceglierà in seguito il motto episcopale di Gregorio Magno: pro veritate adversa diligere). Peraltro, da professore si era sempre occupato di dimensioni spirituali, che l’avevano portato un po’ lontano dalle dimensioni umane, civili, mondane dell’esistenza. Lo confessava con semplicità nella corrispondenza con la giornalista Silvia Giacomoni, che oggi la sua interlocutrice ha opportunamente pubblicato. Colpisce questa sua dichiarata estraneità dalla letteratura, dalla scienza, dalla politica, dal sapere profano.
Eppure, arrivato a Milano, egli si tuffò in un’esperienza nuova, che aveva a che fare con la dimensione comunitaria, collettiva, estesa, di una diocesi, di una terra, di una realtà umana complessa. Aveva a che fare con persone concrete e con dimensioni storiche complicate e impegnative. Non vi arrivò con un progetto strutturato, o con un discorso astratto: da vero intellettuale, rifuggiva dagli schematismi. Imparò molto, ascoltò, si fece interlocutore, andò a incontri, parlò con moltissime persone. La sua innata timidezza non limitava questo sforzo, anzi. Allo stesso tempo, riuscì ben presto a far passare un messaggio essenziale: per riprendere qualsiasi cammino umano (e anche pastorale), occorreva andare all’essenziale cioè alla «dimensione contemplativa della vita» (titolo, come si ricorderà, della sua prima lettera del 1979). E su questo filone cominciò a svolgere il ruolo del pastore come colui che offre un filo da seguire, senza sovrapporsi alle coscienze delle persone, ma chiamando ciascuno a confrontarsi con l’essenziale. Dalla centralità della Parola all’incontro con Gesù Eucaristia, che «innalzato da terra attirerà tutti a sé», si giunse quasi per spontaneo collegamento alla riflessione sulla missione e quindi a quella sulla carità, il «farsi prossimo», frutto della conversione interiore.
Un metodo pastorale
Il pastore mostrò di essere rispettoso di una terra (che non conosceva, lui torinese trapiantato da tempo a Roma), della sua gente, della sua tradizione cristiana. Ma capace anche di essere esigente e richiamare un rinnovamento continuo. Alcuni gesti e iniziative simboliche catalizzarono questo suo metodo pastorale: proporre una sperimentazione, vedere gli effetti, allargarne le modalità se buone, correggerle continuamente, e poi affidarle a chi avrebbe dovuto farle diventare tessuto quotidiano di una «comunità alternativa fondata sul Vangelo». Si pensi alla Scuola della Parola per i giovani, alle Cattedre dei non credenti, alle comunità vocazionali, al grande processo suscitato attorno all’appello a Farsi prossimo. Erano segnali innovativi di metodo e contenuti, erano spunti di un modello di Chiesa nuovo, da costruire insieme.
Non a caso, al termine del primo anno di episcopato, la sua lettera ai fedeli suonava già più esplicita e convinta nel disegnare un “sogno”: la intitolò Come vedo la Chiesa di domani. Una Chiesa nutrita e liberata dalla Parola, che contempla nell’Eucaristia il suo Signore e che proprio per questo non diviene serva delle strutture che usa, parla con semplicità al mondo soprattutto con i fatti, si fa portatrice di una parola incoraggiante ai poveri e a coloro che vivono le difficoltà del proprio tempo, restando attenta alla presenza dello Spirito nei segni dei tempi. Una Chiesa che forma e sospinge umilmente all’impegno e alla testimonianza senza voler esorbitare dal proprio ruolo.
Tali proposte si sono arricchite in un percorso durato appunto vent’anni: si pensi alle riflessioni sugli atteggiamenti del cristiano nella fase centrale dell’episcopato (educare, vigilare, comunicare), e poi alle lettere pastorali degli ultimi anni, collegate all’intuizione di Giovanni Paolo II nella Tertio millennio adveniente che lui fece propria di un Giubileo come occasione di conversione, di approfondimento dell’incontro anche ecumenico, nell’approccio trinitario.
Ancor oggi è difficile dire quanto questo percorso appassionato e discreto sia riuscito a cambiare nel profondo una Chiesa che si pensava ancora solida e istituzionalmente anche un po’ massiccia come quella milanese, o incontrare nelle profondità dell’anima le genti lombarde, segnate dalla loro operosità a volte un po’ maniacale.
Da buon gesuita, ancora una volta, Martini conosceva i limiti del cambiamento. Divenne però – volente o nolente – il rappresentante di un modello, di una visione, di una intuizione di Chiesa senz’altro diversa da quella rappresentata nel suo insieme da papa Wojtyła. Questo da una parte non poteva turbarlo, nella visione di una sinfonicità ecclesiale che rifuggisse l’unità imposta dall’alto, ma senz’altro lo preoccupava e lo metteva in difficoltà nella misura in cui scattava il ricatto morale per cui qualcuno lo accusava di scarsa fedeltà o di volontà di contrapposizione a Roma.
Parole alla città
In parallelo e in connessione con questo scavo nell’essenzialità della vita della Chiesa, egli strutturava una riflessione magisteriale che toccava i punti più alti nel rivolgersi alla città. Il Martini che era arrivato nella metropoli lontano e distante dalla politica, dall’economia, dalle dimensioni sociologiche o comunicative umane, si mise alla scuola della realtà e riuscì come pochi a far dialogare il suo ancoraggio alla Parola con le molteplici parole umane.
Non per niente, diventando addirittura senza volerlo un punto di riferimento per gruppi disparati: i brigatisti carcerati come è noto gli affidarono le loro armi come segno di un percorso di ardua tregua, che Martini senza perdonismi affrettati cercò di tradurre in un cammino di riconciliazione più maturo. Restano pagine cruciali quelle dedicate al rapporto tra silenzio e parola della Chiesa, che approdarono a proporre – da «serva inutile», umile e grata – un allarme sulle condizioni etiche della convivenza, anche nelle loro ricadute istituzionali e politiche. I cristiani, che erano stati decisivi nel contribuire a fondare la democrazia in Italia, non potevano ora sottovalutare il dramma della consunzione delle modalità essenziali di funzionamento della democrazia stessa, nelle nuove «pesti» moderne della corruzione e dell’indifferenza. Un allarme bilanciato peraltro dall’esortazione a coltivare il grande «sogno» del futuro, senza fuggire dalle responsabilità nel presente: ancora una volta il sogno di una Chiesa capace di essere «fermento nella società», si traduceva nella proposta alla società di cogliere l’offerta di un invito a tornare sulle proprie radici umane essenziali, frammiste al mistero della divinità che opera nella storia.
L’abitudine a non separare nettamente i credenti dai non credenti, collegata a un approccio positivo a chiunque si dimostrava pensante (secondo lo schema mutuato da Norberto Bobbio) era fondamentale in questo senso. Permetteva un’apertura fiduciosa al futuro, che non prescindeva dal prendere sul serio le paure del nuovo millennio, amplificate dal terrorismo omicida dell’11 settembre, su cui l’arcivescovo aveva parole chiare quanto ardue, prendendo chiaramente le distanze da una risposta di guerra alle drammatiche sfide della violenza. Ma si pensi anche alle anticipazioni sulla grande questione dell’immigrazione, del dialogo interreligioso con l’islam, delle opportunità e dei pericoli della nuova comunicazione di massa.
La profezia quotidiana e quella ultima
In questa pastoralità, comunque, emergeva già netta una dimensione profetica. Papa Francesco ha parlato di Martini come di un «padre della Chiesa» contemporaneo. E ce n’è ben donde: nella sua visione e nel suo spendersi, traluceva in tutti i passaggi questa ispirazione profonda a essere colui che umilmente parla in nome di Dio, fa emergere la voce dello Spirito che vuole incontrare le donne e gli uomini del proprio tempo, in modo sempre rinnovato e fresco.
La profezia assunse caratteri ancora più evidenti negli ultimi dieci anni di vita da arcivescovo emerito, quando Martini ha saputo alternare sapientemente silenzi e parole, con rispetto e prudenza, senza voler esorbitare dal suo ruolo, ma anche con quel tanto di maggior libertà che le sue condizioni gli garantivano. Andando a Gerusalemme, com’era da tempo suo desiderio, per riprendere gli studi biblici, ma anche per un contatto ancora più profondo con i fratelli ebrei, e nella volontà di pregare per la pace e la riconciliazione tra i popoli in uno degli angoli più travagliati della terra.
La sua sollecitudine per una Chiesa che doveva vincere le paure e prendere coraggiosamente le misure delle innovazioni possibili, si intrecciava ancora con l’attitudine ad accompagnare l’esistenza umana. Soprattutto quando si pongono le domande più radicali. Le Conversazioni notturne a Gerusalemme con il confratello Sporschill restano un testo di vivido impatto ancor oggi. Ha contribuito in questo modo alla ricerca su alcuni nodi profondi del vivere cristianamente l’umanità (da un approccio non scontato alle questioni bioetiche, fino agli spunti sofferti sulla malattia e la morte). Spunti vissuti nella lunga battaglia con il male che lo accompagnava, e che proprio a lui tolse progressivamente la parola oltre alla mobilità.
Come sempre, nella Chiesa, tener viva la memoria dei Padri implicherebbe fare i conti seriamente con questa eredità vivace e ricca.
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