Segre-Ferragni? L’indifferenza non è sempre odio. Un contributo sul rispetto delle parole

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La lingua italiana possiede molte parole che definiscono o indicano realtà magari contigue, ma distinte e specifiche. La pessima politica che oggi funesta l’Occidente ha davvero molto a che vedere con l’impoverimento e l’imbarbarimento del linguaggio e della comunicazione. La riflessione di Vittorio Robiati Bendaud sulla visita di Chiara Ferragni al Memoriale di Milano insieme a Liliana Segre

Quest’articolo vorrebbe avviare ragionamenti, non affermare verità. Si ragiona qui sull’indifferenza (o sul rischio di un suo abuso retorico). Infine, questo scritto non vuole essere – né deve essere letto come – un articolo critico, nel senso di demolitivo od oppositivo, nei riguardi di Liliana Segre, del Memoriale della Shoah di Milano o di Chiara Ferragni.

Ho un debito formativo immenso, sin da ragazzino liceale, verso Liliana Segre, che mi onora della sua amicizia e a cui voglio bene. Questo debito, da parte mia, è incolmabile e mi è lieto ricordarlo. Se ho deciso di scrivere pubblicamente sull’indifferenza, non è quindi in senso polemico nei riguardi di Liliana – Dio mi guardi! -, ma per la dimensione pubblica, veicolata dai media e, nondimeno, da molte persone eminenti, che sta assumendo l’enfasi su questa parola, spesso abusata.

Non vuole nemmeno essere una critica alle istituzioni culturali – e, in questo particolare caso, al Memoriale della Shoah di Milano che ha coinvolto la Ferragni su suggerimento di Liliana – che ricorrono a influencer per intercettare un più ampio pubblico, specie giovanile.

E non vuole essere una critica a Chiara Ferragni, per quanto spesso, per mia sensibilità personale, mi trovi su posizioni sideralmente lontane da lei e da Fedez, a cui formulo i migliori e più sentiti auguri di una pronta e completa guarigione, dato che la notizia della sua grave malattia mi ha impressionato e rattristato. Chiara è stata onesta nell’ammettere la sua ignoranza circa il Binario 21 e il Memoriale, e la schiettezza è un valore, dal momento che, di norma, tutti noi sovente cerchiamo di mascherare la nostra ignoranza. Riconoscere di non sapere ci permette di imparare: tuttavia, siamo tutti disinvolti a enunciare ciò, ma meno disposti a praticarlo in prima persona. Dunque, brava Chiara! Sono convinto che le dichiarazioni finali della Ferragni sull’indifferenza come forma d’odio siano assolutamente sentite, genuine e leali.

Tuttavia, nutro perplessità sulla questione dell’indifferenza.

Liliana Segre ha sperimentato sulla pelle sua e di suo padre l’essere vittima, laddove un altro essere umano, nel vedere dei disperati discriminati, braccati e ghermiti, si è girato dall’altra parte, scegliendo di non vedere. Liliana Segre è stata vittima, umiliata e tradita, anche di quella testa che si voltò da lei, di quello sguardo negato. La sua testimonianza è vera e assoluta. Liliana subì, patendo pure questo. Sopravvissuta, trascorsi molti anni, ha risposto all’imperativo di testimoniare che questo è stato, come coraggiosamente, generosamente e dignitosamente ha fatto e fa, per senso di giustizia e a pubblico beneficio.

Noi, tuttavia, non siamo Liliana Segre. Possiamo essere ‘amici di Liliana’. Non siamo Giobbe, per rifarci al libro biblico, ma, tutt’al più, ‘amici di Giobbe’ (per inciso: quegli amici Giobbe, poveretto, se li sarebbe volentieri risparmiati e, solo alla fine della narrazione, si assiste a una svolta radicale nella personalità del protagonista, a livello esistenziale e religioso, laddove egli pregò per i suoi amici, modificando la comprensione e l’impostazione della propria fede; ciò non toglie che quegli amici risultino odiosi non solo al lettore, incline a solidarizzare con Giobbe, ma persino a Dio).

Come scrisse Eliezer Berkovits, eminente pensatore e rabbino del XX secolo, a noi, che non eravamo là, non può appartenere né la fede sovrumana di chi servì e benedisse Dio nei lager né la miscredenza santa – e molto umana – di chi là, in quel contesto indicibile e tremendo, smarrì la fede nel provvidente, misericordioso e onnipotente Creatore del cielo e della terra. Usare quella ‘miscredenza santa’ a detrimento della fede è improprio, volgare e blasfemo e, peggio ancora, offende e profana chi, in quegli stessi campi di sterminio, benedisse, servì e amò Dio sino nelle camere a gas e nonostante quest’ultime. Noi non siamo Giobbe, non eravamo là, e la nostra prospettiva muta; deve farlo. Se questo vale per la fede, realtà ultima, a fortiori vale per le questioni morali – come l’indifferenza -, realtà penultime. Tradotto: io non posso prescindere dalla lezione e dal monito di Liliana sull’indifferenza, anche se la mia posizione è necessariamente diversa perché io non ero là.

Molte persone si girarono dall’altra parte, perché conveniva. I molti impiegati pubblici, inclusi i docenti universitari, che videro allontanati ed estromessi i loro colleghi o superiori ebrei e tacquero, spesso lo fecero perché ‘si liberava un posto’, fatto da cui si potevano trarre benefici tangibili. Non vi fu indifferenza: vi fu acquiescenza per calcolo e interesse.

Molti nelle leggi razziali e, poi, nelle successive deportazioni ravvisarono, invece, dei provvedimenti utili, giusti, necessari e finanche virtuosi, non di rado coerenti con secoli di antiebraismo cristiano. Pure in questo caso, non vi fu affatto indifferenza, ma convergenza ideale, anche se magari qualcuno tra costoro non si adoperò attivamente nella caccia agli ebrei. Si girarono dall’altra parte, insomma, non per interesse, ma per condivisione di quelle politiche, perché stava loro bene, anche se troppo vili per manifestarlo guardando negli occhi la vittima che disprezzavano. Non erano indifferenti, erano conniventi.

Moltissimi, infine, si girarono dall’altra parte perché avevano paura, magari non per loro stessi, ma per sevizie ai danni di chi amavano e verso cui si sentivano responsabili, eventualità non remota che ritenevano ancor più insopportabile di brutalità inferte direttamente a loro stessi. Quanti rifugiati dai regimi comunisti, dal dispotismo islamico o da quello cinese hanno taciuto o tacciono perché spaventati da violenze di cui potrebbero essere vittime i loro familiari e amici? Costoro non furono affatto indifferenti, anche se si girarono dall’altra parte: ebbero paura.

Noi tutti, recentissimamente, con la pandemia, abbiamo sperimentato che cosa significhi la forza, immane, dello Stato, con il conseguente potere esercitato sulle nostre vite e sulle nostre libertà personali – inclusa in primis quella archetipica e primordiale di movimento -. L’esercizio eccezionale, a cui non eravamo più avvezzi, del potere dello Stato ha ingenerato in molti di noi disagio, inquietudine e paure; come pure vi sono stati innumerevoli casi, tra timori sanitari, esasperazione e panico, di delazioni di cittadini contro altri cittadini.

Lungi da me proporre parallelismi o paragoni odiosi, impropri, inaccettabili e fuorvianti (come è accaduto, purtroppo, con l’abuso irresponsabile del lemma negazionismo). Tuttavia, l’esercizio eccezionale del potere dello Stato, nel nostro caso democratico, ne ha reso palpabile la forza, altrimenti prima né manifesta né percepita, talora anche legittimamente avvalendosi delle forze dell’ordine.

A maggior ragione, ciò vale per uno Stato dittatoriale, aduso alla repressione, che si avvaleva strutturalmente del sistema di polizia, di informazione, militare e giudiziario contro alcuni suoi cittadini, come fu il caso dell’Italia fascista. Inevitabilmente molte persone ebbero paura. Non furono indifferenti: furono terrorizzate e, spesso, moralmente paralizzate. E anche questo contribuisce a spiegare perché i “giusti” furono pochissimi. Ed è -purtroppo! – una lezione politica fondamentale da tenere presente.

L’indifferenza privata, esecrabile, detestabile e colpevole di chi non si ferma a testimoniare quando assiste a un incidente stradale o di chi non presta soccorso a un ferito, afferisce alla morale, individuale e pubblica. Il genocidio, invece, è tale perché, in primo luogo, riveste una dimensione politica: uno Stato, con tutta la sua forza, si accanisce, discriminandoli e perseguitandoli, contro uno o più gruppi determinati di suoi cittadini, una sua minoranza.

Fu la dimensione politica della discriminazione e del genocidio a inibire o neutralizzare, con la paura, la resistenza morale privata di tanti cittadini e, al contempo, ad accarezzare ed eccitare l’interesse, il calcolo e la connivenza di moltissimi altri. E non viceversa. Questa dimensione politica fu condizione di possibilità di un ulteriore baratro, la delazione, fenomeno ampio e diffuso. I delatori non furono affatto indifferenti alle sorti degli ebrei: furono odiatori attivi e retribuiti. (Per inciso ricordo che, per quanto pochissimi, nel corso del Genocidio Armeno vi furono delatori armeni di altri armeni, come, nel corso della Shoah, si ebbero casi di delatori ebrei. Gli armeni, che offersero al mondo una testimonianza enorme e indefettibile di fede nel cristianesimo, per lo più provvidero – dopo lo sterminio – a sopprimere questi pessimi soggetti. Spero che i moralisti e le anime belle, al riguardo, abbiano la decenza di astenersi dai loro sublimi giudizi morali dal calduccio di confortevoli salotti, laddove, con il loro narcisismo, spesso tendono vergognosamente più a struggersi per le sorti dei carnefici e dei loro sodali che per quelle delle vittime!).

Insistere sull’indifferenza come fatto primario temo ridimensioni, ad esempio, l’impatto della delazione, forma d’odio attivo e complice, che dilagò, anche in Italia, e su cui non si riflette mai a sufficienza, perché è scomodo. Costoro, con ogni evidenza, non furono in alcun modo indifferenti.

Non fu indifferente nemmeno la Svizzera: fu neutrale. Gli svizzeri sapevano, ma scelsero, per infinite loro ragioni e opportunità strategiche, di non schierarsi. Per loro – pur contemporaneamente fruendo delle libertà individuali garantite da uno Stato di diritto liberale e democratico -, alleati e nazifascisti, con gli opposti, confliggenti, ordinamenti politici e le dimensioni valoriali da essi veicolate, erano da considerarsi, all’atto pratico, in soldoni, eguali; né furono disinteressati. Neutralità non è indifferenza.

Nel senso comune, che non è il milieu culturale in cui nacque secoli or sono il lemma indifferens, “indifferente” è chi ostenti mancato interesse, desiderio conoscitivo o empatia verso, ad esempio, una determinata persona o situazione delicata. Nel caso del dramma dei migranti, indipendentemente dalle divergenti politiche -inclusive o restrittive- che un governo di uno Stato possa legittimamente adottare, oggi vediamo spesso indifferenza individuale. Nel caso della Shoah, se vi fu indifferenza – e certamente ve ne fu -, la specifica dimensione politica risultò però quella primaria e soverchia, laddove esattamente tale dimensione impresse e veicolò, alimentandosene, nella sfera individuale, paura, connivenza, complicità, interesse e, purtroppo, delazione. Liliana Segre le esperì, da vittima, come indifferenza. La sua testimonianza ci ammonisce.

In quest’ottica dissento da Chiara Ferragni: l’indifferenza non è odio e non si può qui ricorrere a un pensiero iperbolico. Occorre distinguere. La lingua italiana – e non solo – possiede molte parole che definiscono o indicano realtà magari contigue, ma distinte e specifiche. Persino i sinonimi, spesso, rinviano a realtà non totalmente sovrapponibili, con precise e diverse sfumature, talora determinanti da cogliersi.

La democrazia affonda le proprie lontane radici in Grecia, e il pensiero occidentale nacque in quella aurorale e imperfetta dimensione politica partecipativa. I logoi, le parole, danno ragione del logos, il pensiero, che inerisce alla politica, tra agone e dialogo, tensione e collaborazione. La pessima politica che oggi funesta l’Occidente, anodina e soggetta a populismi e retoriche bieche ed estenuanti, ha davvero molto a che vedere con l’impoverimento e l’imbarbarimento del linguaggio e della comunicazione. Per guarire la politica dobbiamo rispettare le parole, ricorrere alle parole giuste e non temere la ricchezza lessicale. Essa, infatti, è un ausilio formidabile per discernere e per padroneggiare la complessità, cifra e sfida della contemporaneità e del futuro.

Fonte: Formiche 30 giugno 2022

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