Rosella De Leonibus "A proposito di paura e del suo antidoto"

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rubrica Psicologia

Paura, l’emozione basilare della sopravvivenza. Se non avessimo paura, se il nostro corpo per primo e il nostro cervello immediatamente a seguire, non avvertissero il pericolo e da questa percezione non sorgesse subitanea l’emozione della paura, la nostra capacità di restare in vita sarebbe molto compromessa. Ne sanno qualcosa gli adolescenti che, a causa della immaturità della loro corteccia prefrontale, non valutano realisticamente il pericolo e assumono di tanto in tanto condotte ad alto rischio, salvo accorgersi poi di aver messo in gioco la propria vita, per arrivare poi a manifestare solo a giochi fatti tutti i correlati fisici e comportamentali della paura: tremore, senso di annebbiamento, irrigidimento muscolare, risata nervosa, minimizzazione del rischio attraversato... Tuttavia la paura, per quanto drammatica nella sua espressione, resta una emozione fisiologica, connessa alla percezione di un pericolo reale, legata ad un qualcosa di specifico e concreto. Questa attivazione, che prepara l’organismo a difendersi con la fuga (talvolta con l’immobilità o il collasso, quando il pericolo è percepito come mortale e la fuga è impossibile), resta quindi correlata a qualcosa che materialmente si manifesta nel nostro orizzonte.
paura al quadrato: l’ansia
Il nostro organismo però non ama troppo dover fronteggiare un pericolo (che gli costa, tra l’altro, un notevole dispendio energetico), e allora cerca di evitare di ritrovarsi nelle circostanze in cui è probabile che lo potrebbe incontrare di nuovo. Allora, se per caso non può sfuggire alle circostanze connotate da una minaccia, si attrezza in anticipo e potenzia la paura, la eleva al quadrato e la sgancia dall’oggetto a cui è diretta, che al momento non è presente all’orizzonte reale, e che forse non si presenterà neppure, ma tanto vale anticipare l’attivazione che servirà per la fuga, ancor prima di incontrare quel qualcosa che temiamo. Ecco l’ansia, che anticipa il pericolo, lo immagina anche quando non ci sarà e, già che ci siamo, resta col motore acceso per la prossima volta (non si sa mai), anche se qui e adesso non esiste affatto alcun problema visibile. Paura dopo paura, e ansia anticipatoria dopo ansia anticipatoria, il meccanismo di pre-attivazione della fuga si blocca facilmente in posizione «on», ed ecco che l’ansia si fa generalizzata, diventa la compagna fissa del nostro vivere; restringe sempre più lo spazio e le occasioni nelle quali ci si può esprimere, nel tentativo di evitare non solo il potenziale pericolo concreto e reale, non solo il pericolo vago e indeterminato, ma anche la scomoda attivazione stessa dell’ansia. Il prezzo è alto, però forse qualche istante di tranquillità lo guadagno, se me ne resto tra le mura domestiche o al fianco di chi mi protegge, se evito di esplorare il mondo, di tentare, di osare, di cambiare. Non oltrepasserò mai le colonne d’Ercole della mia comfort zone, lo giuro, anche se l’area della mia sicurezza diventerà sempre più stretta e barricata.
ansia al cubo: l’angoscia
Ecco, appunto, stretta, angusta, sempre meno confortevole, fino a che sperimenterò una sensazione di costrizione (un vero nodo alla gola che mi impedisce di respirare), un senso di imprigionamento nel quale mi sento inerme, legato e imbavagliato. Ecco l’angoscia, l’elevazione al cubo dell’ansia, un vissuto paralizzante, senza scampo, che mi spinge a reazioni estreme, dal tentativo di sfuggire alla vita, diventata così terribile e faticosa, fino a manovre di forte azzardo, perché mi sento già con la morte addosso, e tanto vale sfiorarla, corteggiarla, sfidarla. Non sento più il dolore, non percepisco più i dati di realtà, con l’angoscia addosso, sento solo costrizione, freddo e morte.
l’iperbole dell’angoscia: il panico
Qualche volta l’angoscia sembra rarefarsi, perché intanto per un breve tempo si condensa e si cristallizza, e poi all’improvviso esplode come una granata, mettendomi k.o., inerme, bloccato dal panico, atterrito da un pericolo che avverto solo io, ma che mi sovrasta e mi paralizza, mi fa percepire di aver oltrepassato il confine della sicurezza, di aver osato troppo, di aver trasgredito ad un limite che, pur immaginario, per me è reale quanto il confine dell’inferno. Ecco l’iperbole dell’angoscia, che mi lascia attonito e stremato appena decresce, incredulo di aver provato un così totale malessere. Ho bisogno di dominare e controllare questo mondo esterno che ho vissuto così pericoloso, e allora devo trovare una causa visibile, una catena logica che mi permetta di circoscrivere (eccoci di nuovo), la mia esperienza di pericolo estremo. Di volta in volta il colpevole sarà il supermercato, la piazza, il ristorante affollato, il parcheggio, l’aereo, la stessa automobile, il restare soli a casa, perfino il letto in cui dormo. Avrò così delimitato un posto specifico da evitare, nell’illusione di non incontrare il panico che mi salterebbe alle spalle per aggredirmi non appena mi avvicinassi al luogo dove si è scatenato la prima volta («mi ha preso…», dicono le persone che hanno sperimentato un attacco di panico, come una preda inseguita da un predatore feroce). Tutta l’ambivalenza, il conflitto interiore, la pressione ambientale ambigua tra andare e restare, tra allargare i propri confini e proteggersi, tra il bisogno di autonomia e il bisogno di protezione, si concentra nel vissuto di chi ha avuto attacchi di panico. Come a ricordarci che, in quanto esseri umani, con i piedi poggiati a terra e la testa in aria, con lo sguardo aperto verso l’orizzonte, abbiamo bisogno di una balance ben equilibrata di cornici di sicurezza e spazi di esplorazione, abbiamo bisogno di una base sicura da cui prendere lo slancio per andare a vedere cosa c’è più lontano, una Itaca verso cui tendere e una Odissea avventurosa da attraversare.
la radice profonda della fiducia

Il sostegno adatto per giocare su questo equilibrio, l’antidoto più potente davanti alla paura, non è il coraggio, bensì è la fiducia. Perché il coraggio, se non è inutile smargiasseria, contiene già un pezzetto di paura, e si muove sulla stessa linea: la paura a marcia indietro e il coraggio avanti tutta. Entrambi, il coraggio e la paura, sono attivazioni del Ramo Simpatico del sistema neurovegetativo, entrambi mettono il corpo e la mente in allerta. La fiducia, invece, è come la fatina buona di Cenerentola, attenua la paura, la addomestica e la ricollega alla radice di sicurezza che è stata costruita molto presto, quando eravamo neonati vulnerabili e inermi, quando il bisogno di esplorare era al minimo e il bisogno di sicurezza era al suo massimo. La radice di fiducia così costruita è qualcosa, da allora in poi, a cui possiamo riagganciarci, come l’imbracatura per lo scalatore, come il paracadute per l’aviatore, come una solida zattera per chi fa naufragio. La fiducia attiva il Ramo Vagale Ventrale del sistema nervoso autonomo, quello che ci fa sospirare di sollievo, quello che ci fa allargare il cuore e riscaldare la pelle, quello che ci rende accoglienti e aperti nello sguardo, nel sorriso, nell’abbraccio, quello che ci fa la voce morbida e melodiosa. È da questa radice che si sviluppa la prima fiducia, la fiducia nel proprio corpo, la sensazione positiva di una certa forza e resistenza, una buona capacità di riparare le proprie ferite. La fiducia che possiede un corpo che sia stato accudito con amore. Un corpo amato non si esporrà ad inutili pericoli, perché riconoscerà il proprio valore, la propria preziosità. Da qui prende fondamento la fiducia nelle proprie percezioni: quello che sento è vero, mi posso fidare dei miei sensi, non ricevo feedback ambigui quando racconto cosa vedo, cosa odo, cosa tocco… E se anche le mie emozioni vengono accolte con apertura, senza giudicarle, senza sminuirle, senza silenziarle, mi sentirò autorizzato ad ascoltare questa voce delle viscere che parla dentro il mio corpo, e sarà la mia guida più preziosa.
Man mano che cresco, il mio pensiero si struttura, comincio a costruire significati sulle esperienze che vivo, ad individuare cause ed effetti, ad avanzare ipotesi, a fare previsioni e progetti, e verificarli. Posso così imparare a fidarmi della mia mente, delle mie conoscenze, a far tesoro di tutte le mie esperienze, quelle di successo e quelle che si sono mosse nell’errore. Imparo a fidarmi di me, perché mi sono potuto fidare delle braccia che mi sostenevano mentre esploravo il mio primo cerchio di mondo, ed ero ancora così incerto fragile. Qualcuno ha protetto le mie prime iniziative, e così io ho imparato che posso fidarmi della mia capacità di azione.
fiducia, l’antidoto alla paura
Ora posso cominciare a fidarmi delle persone intorno a me, perché so riconoscere a chi posso aprire questo credito, e riesco a pensarmi in un legame senza doverne dipendere, perché non solo ho fiducia nell’altra persona, ma anche nelle mie risorse personali, quelle che non avrò paura a mettere in gioco nei legami. La rete di relazioni che man mano verrà tessuta intorno a me mi sosterrà e io ne sarò parte per gli altri. Questa nuova base è il mio trampolino per affrontare i cambiamenti: la giusta dose di paura che mi accompagna non si svilupperà in ansia, se non in particolari rare occasioni, resterà legata ai pericoli reali, non avrò bisogno di amplificarli per proteggermene col tenermi alla larga in anticipo. Ecco allora che, come accadeva à revèrse con la paura, anche la fiducia può diventare un sentimento di base, uno sfondo della mia anima, e mi sosterrà nell’incontrare il nuovo, mi farà da ammortizzatore se percorrerò strade impervie, sarà il mio raggio laser per focalizzare il qui e l’adesso, per coglierne lucidamente risorse e limiti, sarà il mio passaporto per il futuro: non quello che attenderei che mi cadesse in mano dal cielo, ma quello che, passo passo, saprò mettermi al lavoro per costruire. E questa è anche la strada, la traccia, il programma di lavoro, per ritrovare, ricostruire e consolidare una fiducia che fosse stata troppo oscurata dalla paura. Si può. Si fa. Passo dopo passo, con pazienza e cura.

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