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Enzo Bianchi "La guerra vista dai contadini"

La Repubblica - 9 maggio 2022
per gentile concessione dell’autore.

Alla mia età avventurarmi tra i filari delle vigne del mio Monferrato è diventato faticoso, non è più una passeggiata ma lo faccio ugualmente per amore di quella terra e perché sento la necessità di continuare ad ascoltare persone comuni, non riconosciute, spesso definite “la gente”, soprattutto i contadini. Sono quelli che non hanno voce, che non hanno destinatari che possano ascoltarli, eppure vivono una vita umana piena di dignità, con una postura di uomini e donne consapevoli del duro mestiere di vivere. Da sempre vado io a incontrarli e li ascolto perché mi sono maestri. 

In questi giorni anche loro sono preoccupati per la guerra, dicono che credevano di non doverla più vedere qui vicino a noi. Dicono che è il male peggiore, che quando scoppia è sempre cieca, semina morte e distruzione, non riconosce gli innocenti, i bambini e neppure i vecchi che sanno già di dover presto morire. 

Pongono anche domande: «Ma possibile che nessuno riesca a fermare questo Putin? Perché l’America fa fare agli ucraini questa guerra contro la Russia? Perché noi dobbiamo inviare armi se la guerra non la vogliamo?…». 

Domande forse ingenue ma vere. 

E nella sua saggezza un vecchio contadino mi confessava che lui non capiva come poteva continuare la guerra: «La Russia è troppo forte e non si lascerà vincere dall’Ucraina, e se ci sarà guerra mondiale con l’America, e noi europei contro la Russia, allora sarà davvero la catastrofe e la desolazione per decenni». Si domandava anche se non era meglio fermare la guerra a costo di accettare di averla persa: «Perché così crescono i morti, E con loro muoiono o sono distrutte le loro storie, le loro famiglie, i loro amori, i loro legami, il loro vivere su questa terra». 

Non posso non evocare la vicenda di Geremia, il profeta biblico del IV secolo a.C.: quando i babilonesi, una potenza imperiale totalitaria, aggrediscono e invadono Israele scoppia la guerra, ma il profeta Geremia per fermare il massacro chiede di non continuarla ma di trattare con l’occupante. 

Questo appare una resa scandalosa e i cosiddetti “profeti di pace”, che in nome della pace chiedevano di proseguire la guerra e ricevere armi dalla potenza occidentale, l’Egitto, definiscono Geremia collaborazionista con il nemico, traditore, fino a provocarne l’arresto e l’imprigionamento in una cisterna. Il profeta, proprio per amore di Israele, giudicava che continuare la guerra portasse a una carneficina, una strage più grande, ma finì per essere considerato un nemico del popolo d’Israele. Non fu ascoltato, fu addirittura ucciso, e Gerusalemme andò verso la catastrofe, la prima Shoah, quando la spada, la fame, la sete fecero della città un deserto e una rovina. Un sacrificio vano. 

La vicenda di Geremia ci può insegnare qualcosa su ciò che oggi sta accadendo. Perché se ci sarà una vittoria tra Ucraina e Russia sarà la più grande sciagura che ci possa capitare. 

Non ci saranno vincitori ma terre desolate, popolazioni decimate dalla morte. Una pace imperfetta, anche come sospensione della guerra, è certamente più umana di una vittoria proclamata ma non reale, una vittoria che può portare allo scontro atomico.

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