Enzo Bianchi, Fabio Rosini, Ludwig Monti "Commenti Vangelo 22 maggio 2022"

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Commento al Vangelo della domenica e delle feste 
di Enzo Bianchi fondatore di Bose

Anche Gesù se n’è andato
22 Maggio 2022 
VI Domenica di Pasqua anno C

Gv 14,23-29

In quel tempo Gesù disse [ai suoi discepoli]: ²³«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. ²⁴Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. ²⁵Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. ²⁶Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. ²⁷Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. ²⁸Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. ²⁹Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

 

Nell’andarsene Gesù ci insegna l’arte di “lasciare la presa”: se ne va senza ansia per la sua comunità e per il suo destino, ma anzi con la fiducia che c’è lo Spirito, il Consolatore e Difensore. Lo Spirito santo agirà nella comunità da lui lasciata; insegnerà molte cose necessarie e che egli stesso, Gesù, si era inibito di insegnare perché la comunità non era pronta a comprenderle; darà ai discepoli una forza e tanti doni che essi non possedevano. “Lo Spirito santo vi insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare tutto ciò che io vi ho detto”: promessa, questa, che vediamo realizzata nella vita della chiesa e nella nostra vita, nelle nostre storie.

 

In questo tempo pasquale la chiesa continua a offrirci i “discorsi di addio” di Gesù (cf. Gv 13,31-16,33), collocati nell’ultima cena ma da intendersi quali parole di Gesù glorificato, del Signore risorto e vivente che si rivolge alla sua comunità aprendole gli occhi sul suo presente nella storia, una volta avvenuto il suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1).

 

In quel contesto di ultimo incontro tra Gesù e i suoi, alcuni discepoli gli pongono delle domande: Pietro innanzitutto (cf. Gv 13,36-37), poi Tommaso (cf. Gv 14,5), infine Giuda, non l’Iscariota. Costui gli chiede: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (Gv 14,22). È una domanda che deve aver causato anche sofferenza nei discepoli: dopo quell’avventura vissuta insieme a Gesù per anni, egli se ne va e sembra che nulla sia veramente cambiato nella vita del mondo… Una piccola e sparuta comunità ha compreso qualcosa perché Gesù si è manifestato a essa, ma gli altri non hanno visto e non vedono nulla. A cosa si riduce dunque la venuta del Figlio dell’uomo sulla terra, la sua vita in attesa del regno di Dio imminente che egli proclamava?

 

Gesù allora risponde: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Ecco perché Gesù non si manifesta al mondo che non crede in lui, che gli è ostile perché non riesce ad amarlo: per avere la manifestazione di Gesù occorre amarlo! Ogni volta che si leggono queste parole, si è turbati in profondità: Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe, uomo come noi, non ci chiede solo di essere suoi discepoli, di osservare il suo insegnamento, ma anche di amarlo, perché amandolo si compie ciò che lui vuole e facendo ciò che lui vuole lo si ama. In ogni caso, qui l’amore viene definito necessario per la relazione con Gesù. Amare è una parola impegnativa, eppure Gesù la utilizza, leggendo la relazione con il discepolo non solo nella fede, nell’obbedienza all’insegnamento, nella sequela, ma anche nell’amore.

 

Più in profondità, Gesù precisa che chi lo ama, nell’amore per lui resterà fedele alla sua parola – riassunta per il quarto vangelo nel “comandamento nuovo”, “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12) – , sarà amato dal Padre, così che il Padre e il Figlio verranno a mettere dimora presso di lui: inabitazione di Dio in chi ama Gesù! Se manca l’amore, invece, non ci sarà riconoscimento di questa presenza quando Gesù sarà “assente”; dopo la sua vicenda terrena, infatti, una volta salito presso il Padre (cf. Gv 20,17), Gesù sarà assente, e tuttavia, se l’amore resta, egli sarà presente nel suo discepolo. Di fronte a queste parole la nostra comprensione vacilla, ma ci può venire in soccorso l’esperienza vissuta in una relazione di amore, quando l’amato/a è assente eppure noi facciamo una certa esperienza della sua presenza in noi, nell’attesa che ritorni e con la sua presenza faccia a faccia rinnovi la relazione d’amore e la riempia.

 

Questa è un’esperienza dell’assente che possono conoscere solo gli amanti, e Gesù la promette indicandola però nello spazio della fedeltà alla sua parola, della realizzazione dei suoi comandi. Per questo specifica che la sua parola, quella data ai discepoli e alle folle in tutta la sua vita, non era parola sua, ma parola di Dio, del Padre che lo aveva inviato nel mondo. Questa parola ormai consegnata ai credenti, che rimane per sempre, è capace di far sentire la presenza di Gesù quando la parola stessa sarà letta, meditata, ascoltata e realizzata dal cristiano; sarà un segno, un sacramento efficace, che genera la Presenza del Signore. Gesù non è più tra di noi con la sua presenza fisica, in quanto glorificato, risuscitato dallo Spirito e vivente presso il Padre; ma la sua parola, conservata nella chiesa, lo rende vivente nell’assemblea che lo ascolta, Presenza divina che fa di ogni ascoltatore la dimora di Dio. Quella “Parola (Lógos)” che “si è fatta carne (sárx)” (Gv 1,14) in Gesù di Nazaret si è fatta voce (phoné) e quindi lógos, parola degli umani, e in ogni credente si fa Presenza di Dio (Shekinah), si fa carne (sárx) umana del credente, continuando a dimorare nel mondo (cf. Gv 17,18).

 

E di tutta questa dinamica di presenza è assolutamente artefice lo Spirito di Dio che è anche lo Spirito di Cristo. È l’altro Inviato dal Padre, è l’altro Maestro inviato dal Padre, è l’altro Consolatore inviato dal Padre.

 

Gesù sale al Padre e lo Spirito santo, che era suo “compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea), da Cristo scende su tutti i credenti come un Paraclito, chiamato accanto quale difensore e consolatore; sarà proprio lui a insegnare ogni cosa, facendo ricordare tutte le parole di Gesù e, nel contempo, rinnovandole nell’oggi della chiesa. C’è una sola differenza tra Gesù e il Consolatore: Gesù parlava di fronte ai discepoli che lo ascoltavano, mentre il Consolatore, che con il Figlio e il Padre viene ad abitare nel credente, parla come un “maestro interiore”, con più forza, potremmo dire… Non siamo orfani, non siamo stati lasciati soli da Gesù, e quel Dio che dovevamo scoprire fuori di noi, davanti a noi, ora dobbiamo scoprirlo in noi come presenza che ha messo in noi la sua tenda, la sua dimora.

 

Certo, nell’andarsene Gesù vede la sua opera, quella che umanamente ha realizzato in obbedienza al Padre, “incompiuta”, perché i discepoli non capiscono ancora, perché la verità nella sua pienezza non è ancora rivelabile e lui stesso avrebbe ancora molti insegnamenti da dare, molte cose da rivelare… Eppure ecco che Gesù ci insegna l’arte di “lasciare la presa”: se ne va senza ansia per la sua comunità e per il suo destino, ma anzi con la fiducia che c’è lo Spirito, il Consolatore e Difensore, il quale agirà nella comunità da lui lasciata; insegnerà molte cose necessarie e che egli stesso, Gesù, si era inibito di  insegnare perché la comunità non era pronta a recepirle e a comprenderle; e soprattutto darà ai discepoli grande forza e tanti doni che essi non possedevano.

 

“Lo Spirito santo vi insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare tutto ciò che io vi ho detto”: promessa, questa, che vediamo realizzata nella vita della chiesa e nella nostra vita, nelle nostre storie. Oggi il Vangelo lo comprendiamo più di ieri, più di mille anni fa. Per la salvezza degli uomini e delle donne di ieri era sufficiente quella comprensione, ma per noi oggi è necessaria un’altra comprensione, dovuta alla “corsa” del Vangelo nella storia (cf. 2Ts 3,1), perché in essa il Vangelo si dilata e la chiesa lo approfondisce, lo comprende meglio e di più. La fede dei grandi padri della chiesa è ancora la fede della chiesa di oggi, ma molto più approfondita. Il Vangelo letto al concilio di Trento è lo stesso Vangelo letto da noi oggi, ma oggi lo comprendiamo meglio, come affermava papa Giovanni. Siamo nel tempo in cui lo Spirito santo, che è sempre Spirito del Padre, procedendo da lui, ma anche Spirito del Figlio, perché suo “compagno inseparabile”, è presente nelle vie della chiesa e agisce quando essa lo invoca e gli obbedisce.

 

Così nella chiesa c’è la pace, lo shalom, la vita piena lasciata da Gesù, non la pace mondana, ma una pace sorretta dalla speranza, perché Gesù ha detto ancora: “Me ne vado, ma ritornerò a voi!”. “Se n’è andato il nostro pastore”, abbiamo cantato nel responsorio del sabato santo; ma in questo tempo pasquale che dura fino al giorno del Signore possiamo cantare: “Ecco, ritorna il nostro Pastore”, perché viene a noi ogni giorno in questa discesa del Padre e del Figlio nella forza syn-kata-batica, ac-con-discendente, dello Spirito santo. Viene con la Parola, fedelmente; viene con gli eventi della storia nei quali, al di là delle evidenze, è sempre operante; viene nella nostra carne che fatica e lotta, ma per essere trasfigurata dalla sua gloriosa venuta.

 

Ma noi amiamo Gesù? Secondo le sue affermazioni ascoltate e interpretate, infatti, se non lo amiamo, non siamo capaci di restare fedeli alla sua parola. Se invece viviamo tale amore e tale obbedienza al Signore, la sua vita diventa la nostra vita.


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Don Fabio Rosini, direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma, 

commenta il Vangelo del 22 maggio 2022, VI domenica di Pasqua Anno C.



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VI Domenica di Pasqua Anno C

Gv 14, 23-29

 "Lo Spirito santo vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto"

Ludwig Monti, biblista

Siamo ancora in ascolto dei cosiddetti “discorsi di addio” (cf. Gv 13,31-16,33) contenuti nel quarto vangelo, quelli pronunciati da Gesù alla fine della sua ultima cena con i discepoli, prima di essere arrestato sul monte degli Ulivi. Sappiamo però che, nell’intenzione dell’evangelista, attraverso questi discorsi ci parla il Cristo Signore risorto e glorificato.

Dopo aver consegnato il comandamento nuovo (cf. Gv 13,34) – meditato domenica scorsa – Gesù ha annunciato il suo esodo da questo mondo al Padre, ma tale prospettiva suscita domande tra i discepoli: Pietro, Tommaso, Filippo e infine Giuda, “non l’Iscariota”, gli chiedono di spiegarsi meglio (cf. Gv 13,36-14,22). In particolare, la domanda di quest’ultimo abita anche i nostri cuori: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo” (Gv 14,22), cioè a tutti gli umani? Ovvero: perché Gesù non ha compiuto azioni straordinarie, in modo da convincere tutti con il prodigioso? Perché ha scelto la piccolezza e uno stile di voluto nascondimento? Perché non ha cercato il consenso, servendosi dei mezzi a lui disponibili per ottenere successo? È la stessa ottica dei familiari di Gesù, i quali lo avevano esortato a manifestarsi al mondo, in modo da costringere tutti a credere in lui mediante l’evidenza dello straordinario (cf. Gv 7,4)…

Gesù però delude chi ragiona così, e ribadisce che ciò che conta non è l’ampiezza del consenso, il numero; no, l’importante è che vi sia un rapporto personale d’amore nei confronti di Gesù, non l’ammirazione idolatrica verso un operatore di miracoli: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Amarlo significa vivere come lui ha chiesto. Tutto ciò avviene in modo invisibile eppure reale. Decisivo è il rapporto di conoscenza e di amore tra il credente e Gesù, “il Signore e il Maestro” (Gv 13,14): in questo modo il discepolo diventa addirittura dimora di Gesù e del Padre! La vita cristiana è “vita nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3): tutto ciò è straordinario, ma non visibile agli occhi del mondo; è decisivo, ma non verificabile da parte degli altri; è sperimentabile alla luce della fede, ma non accertabile alla luce della visione (cf. 2Cor 5,7)…

Gesù se ne va e certamente un giorno tornerà nella gloria; allora la sua venuta si imporrà a tutti gli umani e a tutta la creazione (cf. Mt 25,31-46). Ma nel frattempo che intercorre tra la sua morte-resurrezione e la sua parusia, Gesù viene ogni giorno nel cuore del credente che vive il comandamento nuovo dell’amore. E affinché questo avvenga, durante la sua assenza fisica dovuta al suo dimorare presso il Padre, vi è da parte del Padre stesso un grande dono: lo Spirito santo, con funzione di Paraclito, cioè di Consolatore, di difensore, di “chiamato accanto” al credente. Lo Spirito ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e fatto, rendendolo presente nella sua comunità e svolgendo la funzione di Maestro interiore pronto a illuminare e guidare la vita di ogni cristiano. Nel corso della vita terrena di Gesù, i discepoli avevano il suo insegnamento diretto, ma spesso non lo capivano. Quando però lo Spirito sarà presente nel cuore dei discepoli, allora scomparirà “il cuore indurito” (cf. Mc 16,14), perché il Maestro interiore renderà “il cuore capace di ascolto” (1Re 3,9), renderà il cristiano capace di realizzare le parole di Gesù.

Ecco allora la necessità di predisporre tutte le nostre forze all’ascolto dello Spirito, nelle nostre profondità, là dove Dio ha posto il suo Spirito (cf. Ez 36,27) e parla sempre al nostro cuore. Il cristiano, che come il Servo del Signore sa che lo Spirito riposa su di lui (cf. Is 42,1), deve offrire l’orecchio al Signore perché glielo apra, senza opporre resistenza (cf. Is 50,5), e ascoltare lo Spirito che parla a lui nel cuore. E lo Spirito comunica sempre, in sintesi, l’unica Parola di Dio che è il Figlio Gesù Cristo, ricorda ciò che egli ha detto, prende da ciò che è di Cristo e lo annuncia, guidando alla verità tutta intera (cf. Gv 16,13-15): spetta solo a lui quest’azione di operare una memoria complessiva di Cristo, conducendo il credente “allo stato di uomo maturo, fino alla misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13). È lo Spirito santo che, attraverso la sua unctio magistra (Bernardo di Clairvaux), insegna ogni cosa ed è memoria attualizzante delle parole di Gesù (cf. Gv 14,26). Lo Spirito che scende nello spirito del cristiano, aprendo la sua mente all’intelligenza delle Scritture (cf. Lc 24,45), risuscita la lettera morta delle Scritture in parola di Dio, così che ciò che è stato detto nei tempi passati viene ricordato in modo vivo ed efficace nell’oggi.

Davvero il cristiano non è mai solo, ma grazie allo Spirito santo è dimora, casa della Presenza di Dio (cf. 1Cor 3,16; 6,19). Di più, lo Spirito che rende possibile questa inabitazione del Padre e del Figlio nel cuore del credente, è lo stesso che ci rende consapevoli del dono lasciatoci da Gesù: “la sua pace”, cioè la vita piena da lui vissuta. Quella vita che vince ogni paura, compresa quella della morte: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia paura”!

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