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Benedetto XVI-Odifreddi. Il Papa e il matematico, affetto non calcolato

martedì 17 maggio 2022
Piergiorgio Odifreddi pubblica le lettere con Benedetto XVI e dà un personale resoconto degli incontri con lui: un dialogo intenso, nel quale il matematico abbandona i toni aspri usati in passato

Pubblichiamo ampi stralci della prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, al volume di Piergiorgio Odifreddi In cammino alla ricerca della verità (Rizzoli, pagine 336, euro 18,50) in uscita oggi. Il matematico vi racconta in dettaglio i colloqui avuti con Benedetto XVI a partire dal 2013 e pubblica integralmente la corrispondenza epistolare intrattenuta con lui. Si allargano così i temi toccati nella lettera aperta Caro papa ti scrivo (Mondadori 2011) e del successivo Caro papa teologo, caro matematico ateo (Mondadori, 2014), con la risposta di Ratzinger. È un dialogo tra scienza e fede in cui, pur da posizioni divergenti, emerge il fine comune della ricerca della verità. Un fine che stimola i colloqui, rendendoli intimi e suscitando in entrambi ricordi autobiografici. Il volume sarà presentato al Salone del libro di Torino il 21 maggio. L’autore ne discuterà con il filosofo Paolo Flores d’Arcais e padre Enzo Fortunato, francescano e giornalista.

Il volume In cammino alla ricerca della verità ha alle sue spalle già un prodromo nel testo Caro papa teologo, caro matematico ateo (2013). Anche se necessariamente semplificato, e quantitativamente non omogeneo tra i due interlocutori, il dialogo risponde al canone del “Cortile dei Gentili”, incrociando in questo caso i due linguaggi e le due concezioni, la scientifica e la teologica. La struttura del libro è a dittico, sia pure con tavole di differente tipologia ed estensione. La prima, infatti, è costituita dalla narrazione dei cinque incontri personali avvenuti tra i due protagonisti tra il 2013 e il 2018. Per ragioni concrete a dominare è Odifreddi, l’estensore dei racconti, che risultano perciò spiccatamente autobiografici. Il colloquio tra i due nelle tappe iniziali è più corposo, sia pure affidandosi di necessità alla frammentarietà, al balenare delle intuizioni, ma anche sfiorando i temi fondanti e abbozzando riflessioni suggestive. Successivamente il dialogo si fa più rarefatto ed esile da parte del papa emerito, scandito anche da silenzi. Rilevante è, comunque, l’interpretazione di Odifreddi, che talora plasma parole e giudizi del suo interlocutore – persona sempre sorvegliata e rigorosa, pur non aliena all’ironia amabile – secondo un suo filtro e una sua sensibilità. Sorprende, comunque, una indubbia delicatezza affettuosa del narratore, che rivelerà a molti un volto inedito, rispetto a certe asprezze fin aggressive riservate in passato al mondo cristiano, e in particolare all’orizzonte ecclesiale. Spesso egli curiosamente ricorda la sua matrice cattolica tradizionale, fin seminaristica, col suo ingenuo proposito (o sogno) di diventare, più che prete, papa. La seconda tavola di questo dittico ideale è la più vasta, e mette in scena un colloquio epistolare che ha come spunto la lettura, da parte di Odifreddi, di uno dei testi maggiori e più noti del teologo Ratzinger: «Dopo aver letto la Introduzione al cristianesimo, ne rimasi impressionato, e ne ho scritto un commento in forma di lettera aperta in Caro Papa, ti scrivo( 2011)». La risposta del papa è articolata, e reagisce a questa “lettera aperta” con un «giudizio piuttosto contrastante». L’analisi, pur essendo di indole generale, è puntuale e tocca la dialettica tra la fede “scientifica” professata dal matematico e quella cristiana, affronta temi come l’evoluzione e la morale cattolica, si oppone all’idea di teologia come “fantascienza”, si apre alla bellezza e all’arte. Emblematico è un paragrafo netto, che delinea il perimetro genuino del dialogo. Scrive Benedetto XVI: «La mia critica al Suo libro in parte è dura. Ma del dialogo fa parte la franchezza; solo così può crescere la conoscenza. Lei è stato molto franco e così accetterà che anch’io lo sia». E, riconoscente per l’attenzione riservata al suo saggio iniziale, conclude con la convinzione che «nonostante tutti i contrasti, non manchino del tutto le convergenze». Anzi, apre lo sguardo su temi finora inesplorati nel loro confronto: la libertà, l’amore e il male. Nella “lettera aperta” di Odifreddi erano stati considerati in modo sbrigativo la persona e il messaggio di Cristo, e Ratzinger non ha esitazione ad annotare con sincerità: «Ciò che Lei dice sulla figura di Gesù non è degno del Suo rango scientifico ». È così che la seconda lettera del 16 aprile 2014 si centra sul Gesù storico e il Cristo della fede, una questione per altro affrontata da un’imponente bibliografia esegetica storico- critica. Il papa non esita, al riguardo, anche a suggerire un consiglio di approfondimento attraverso l’opera di un noto studioso tedesco, Martin Hengel. La personalità di Gesù, comunque, continuerà a occhieggiare successivamente, fino a una divagazione fantasmagorica sulla natura di Cristo, che lo stesso Odifreddi rubrica come «ingenuità bio-teologiche », e che Benedetto XVI molto bonariamente considera come «un tentativo interessante, ma non troppo convincente ». Progressivamente la corrispondenza del professore cresce e affronta un arco tematico così vario, da divenire fin bulimico: oltre a Cristo, sono di scena fede, storia, morte, ragione, inferno, monoteismo, pandemia e altro ancora, offrendo anche una sua autobiografia. Al contrario, per motivi esterni comprensibili, le risposte di Benedetto XVI si fanno più esili, anche se talora con bagliori di intuizioni. Infatti, l’11 settembre 2018 egli confessa: «Purtroppo la mia salute sta declinando, così da non sapere se sarò in grado di avere ancora una volta una conversazione con Lei». Tuttavia, l’intensità del dialogo si colora di tonalità persino affettuose. Al riguardo meritano attenzione le pagine appassionate e sofferte che il 18 ottobre 2020 Odifreddi invia al pontefice in occasione della morte della madre, «sfogo filiale, tanto privato e personale da risultare quasi una “confessione”». Questo scritto potrebbe essere l’ideale suggello ai colloqui tra i due, anche perché è una straordinaria testimonianza dell’approccio personale, anche emotivo, di un ateo di fronte alla morte di una persona cara, un’esperienza umana radicale. E Benedetto XVI, rispondendo il 24 novembre 2020, confessa senza esitazione che «la Sua lettera circa la morte della Sua amata Madre mi ha profondamente toccato». Il dittico – composto dal quadro narrativo delle visite e da quello epistolare – mostrerà al lettore molte altre componenti rivelatrici delle due personalità, anche se è ovvia la prevalenza molto marcata di Odifreddi. Sorprendente è la folla, così eterogenea da risultare persino dispersiva, degli autori citati: dallo Pseudo-Dionigi a Dostoevskij, da Ildegarda di Bingen a Küng, da Guardini a Sartre, da Thomas Mann ad Amartya Sen, da Jan Assmann a Coetzee, e così via. Così come emerge l’attrazione del professore per l’orizzonte culturale-religioso indiano. Nell’ambito della scienza spiccano due personaggi. Da un lato, John F. Nash (1928-2015), anche con la sua nota vicenda personale. D’altro canto, Kurt Gödel (1906-1978), col suo teorema dell’incompletezza: uno scienziato che a più riprese era stato oggetto degli interessi di Odifreddi, alla cui “prova matematica dell’esistenza di Dio” egli aveva anche dedicato un saggio con Gabriele Lolli («se esiste Dio, allora la matematica è coerente»). Curioso è l’apparato dei doni che dimostrano l’affetto di Odifreddi durante le visite, soprattutto in relazione ai compleanni papali: oltre agli scontati libri o cd o dolci, originali sono la sfera dell’artista statunitense Dick Termes, la biosfera BeachWorld della Nasa sullo Space Shuttle, e ancora una sfera, quella delle costellazioni Mova. Queste e altre componenti personali costituiscono spesso la trama dell’epistolario di Odifreddi. Ma ben più importanti sono i percorsi interiori: fondamentale è, infatti, il simbolo del “cammino” alla ricerca della verità. Dopo tutto, anche la lezione del maestro proposta da Platone nella sua Apologia di Socrate si riassumeva nell’appello: «Una vita senza ricerca non merita di essere vissuta».

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