“Mi hanno tradito”. Nel lato oscuro di Dio

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Il rapporto tra Dio e la creatura si fonda sul tradimento – Dio esiste per essere tradito; tra fuga e fiore del morso. Il libro del profeta Osea inscena la storia tra Dio e Israele: catastrofica serpentina di tradimenti. Israele è “una prostituta”, il popolo è costituito da una massa di “figli di prostituzione”. Le dolcezze misteriche del Cantico dei cantici si ribaltano in brutalità: Israele è l’adultera, la puttana che “si è coperta di vergogna”, accoppiandosi con altri dèi; è la “Non-amata” che partorisce il “Non-popolo-mio”. “La ridurrò a un deserto” dice di lei Dio, fuorilegge, estera al patto sputtanato, ma infine “nel deserto la conduco per parlare al suo cuore”. Denudata da Dio, svergognata, nel luogo nudo del creato: lì è lecito lo sposalizio, spogli di tutto, a rinnovare l’amore tradito; destino di altro tradimento. Come se abiezione debba precedere il fidanzamento, e tutto ci è nascosto perché possibile.

Osea definisce in un versetto la relazione tra Dio e il popolo, che implica il patto e la sua rottura, in un ciclico inseguimento: “Ma essi come Adamo hanno violato il patto; mi hanno tradito” (6, 7). La creatura tradisce il Creatore; i fratelli si tradiscono; gli uomini crescono in un sibilo di bugie; la Promessa atterrisce: è terra di traditori, feconda sangue. In ebraico, la radice bgd significa “agire male; rompere la fedeltà; ribellarsi”; mutando il prisma delle vocali (bèghed) abbiamo “veste; abito”. Il tradimento maschera: per questo Dio spoglia la “Non-amata”, smascherando i suoi tradimenti. D’altra parte, il tradimento ha il valore di un velo: tra me e Dio è fissa una penombra, una identità schermata, abulia, nebbia. Verrebbe da chiedersi: sul velo della Veronica quale volto del Figlio si è impresso? Il Figlio, in effetti, squarcia il velo del tempio (e del tempo): la Crocefissione sconvolge i ruoli – e l’epica dei tradimenti –, impone una nuova dimensione al rapporto tra Dio e uomo; è come se il lenzuolo del cielo fosse stato strappato – Croce/coltello; stimmate/coltellata – e noi giochiamo ad appenderci ai suoi lembi, nel cataclisma delle costellazioni.

Nei Vangeli, tutti sono traditori. Gesù impone un tradimento a chi lo segue, separa le famiglie – “Sono venuto a dividere…” Mt 10, 35 –, si fa rappresentare da un traditore, Pietro, esige il tradimento di Giuda per compiere la sua missione. Le parole fanno scollinare nell’abisso: Pietro, in realtà, non tradisce, rinnega (“tre volte mi rinnegherai”, Mc 14, 30). In greco aparneomai è negazione raddoppiata, un no moltiplicato: quasi che l’apostolo voglia indagare la propria iniquità e dunque il nulla di Dio. “Giuda il traditore” (Mt 26, 25) è paradidoùs, che proviene da paradídomi, e significa “consegnare; porgere”, da cui “consegnare per tradimento”. Quando Stefano, negli Atti degli Apostoli, si rivolge agli ebrei, “incirconcisi nel cuore”, li chiama “traditori e uccisori”: sono quelli che hanno consegnato il Figlio ai poteri e alla morte.

Nel Nuovo Patto, però, è l’identità stessa di Dio a essere tradita, a farsi irriconoscibile. Gesù, di volta in volta, è “il Galileo”, “il Nazareno”, “il Nazoreo”; alcuni lo prendono per Elia; lui, poi, rifugge da ogni riconoscenza e riconoscimento; non si disconosce, si vela. Gesù complica, porta la divisione, per questo, nel momento dell’arresto, a un brivido da Getsemani, dice a uno dei suoi “Rimetti la spada al suo posto”: non c’è più nulla da dividere, ora, perché lui, il Figlio, è la spada, ora. “Colui che mi consegna è prossimo” (Mt 26, 46) dice il Figlio, in una storia sonnambula che va letta tra il calice e la lama, tra ciò che fa sanguinare e ciò che raccoglie il sangue.

Secondo alcuni – così si legge, tra incubi e cunicoli, l’esegesi di Sergio Quinzio – è il Cristo ad aver tradito la promessa, “Promessa di duemila anni fa”. In effetti: l’ha consegnata al Padre, consegnandosi. Così, anche noi dobbiamo consegnarci, tradire – che è: deporre i nomi – e non avere altro che questa maceria di smosse mani.

Con Alessandro Dehò, consegnati alle incomprensioni, tentiamo un Nuovo Alfabeto del Sacro. Questa è la lettera T come Tradimento.

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Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi (Lc, 22 ss.)

La vita procede per tradimenti, strisciamo come serpenti, anche i baci avvelenano, il testamento è scritto sulla pergamena di pelli desquamate e lasciate sfiorire al sole. Lasciarsi alle spalle ultime cene sature di segni che ognuno interpreterà a modo suo, e non c’è verso, neppure biblico, a dissipare l’ambiguità dell’amore.

Procediamo per tradimenti, la vita stessa morendo ogni giorno contraddice, infilzandole, le piccole speranze. Ogni monte degli ulivi torchia il vissuto. Cosa resta dei miracoli, delle battaglie, dei grandi discorsi? La pena vale il prezzo di una vita? E insistere a voler mostrare Dio, a chiamare padre il silenzio che nemmeno riesce a muovere le fronde. Solo di aver tradito, di questo si può essere sicuri. Tradito le attese, le speranze, l’amore di una donna, quella grande illusione chiamata felicità. E arrivare a illudersi che questo sia l’unico destino a cui siamo chiamati.

Il Battista, Anna, Simeone, Giuseppe… chiedere scusa alle loro infantili sicurezze. Chiedere scusa a tutti i miracolati, per aver permesso loro di camminare più spediti verso l’oblio, per averli costretti a vedere il massacro. Per averli strappati dal bordo elemosinante di una strada. Chiedere scusa ai pescatori.

Nel Getsemani la linea che demarca i torti e le ragioni è rivolo stretto di sangue assorbito dalle zolle assetate di nuove vittime.  Almeno i cani possono nutrirsi delle briciole che cadono della tavola del padrone, così disse quella donna, e non ci fu mai definizione di preghiera più netta di quella. Le nuvole sembrano tavole levigate, le parole vorrebbero almeno leccare la sua mano, sentirne l’odore, sperare nella sua compassione.

La vita procede per tradimenti, a nulla è servito pagare ogni cosa al doppio del prezzo pattuito, a nulla è servito mostrare il volto agli aggressori, patetico non abbassare lo sguardo mai, se non per tracciare segni sul terreno, per condannare a rabbia schiumate le iene che volevano sbranare la donna del peccato. Colei che aveva tradito e che lui disse essere stata fedele a un misterioso desiderio.

*

Anche i discepoli lo seguirono.

Dovrebbe dire ai suoi discepoli di andarsene? Riusciranno a reggere il compimento del grande tradimento? Li abbandonerà invece, dilaterà in loro angosce sepolcrali, non si comprenderanno più. Sembra non voler fare altrimenti. Li tradirà, li sta già tradendo, li ha sempre traditi, perché l’amore prevede il taglio, si traduce in misteriosa libertà.

Senza il tradimento il loro sonno sarebbe eterno, sarebbero come ciechi che credono di vedere. Ma deluderli, costringerli a un peso che non potranno certo portare da soli, sperare che il Soffio di Dio ricrei le loro storie, come fare se anche il figlio sente il fiato stringersi nel cappio della paura?

*

Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate, per non entrare in tentazione”.

Anche il padre, alla fine, sceglie di tradire. Non c’è possibilità di fede senza la paura terribile che tutto non abbia senso, che i riti siano scenografie, che la preghiera, la preghiera stessa, sia ricamata con il filo delle illusioni. Sa per certo che Lui non si mostrerà, che non ci saranno epifanie condivise, misteriose sono le grammatiche divine, così anche Lui patirà e si lascerà riscrivere tra i lividi di una carne massacrata, la sua penna si nutrirà del sangue innocente, inciderà sul corpo l’indecenza dalla sua misericordia. E ai piedi crocifissi, come branco di lupi, sicuri delle loro ragioni, legioni di uomini riscriveranno a lettere d’oro il profilo della divina onnipotenza.

*

Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

Ci vuole troppo coraggio adesso per svuotare il calice, per fuggire, per tornare a rimettere insieme i cocci di una rivoluzione che sapeva da subito battezzata nel sangue. E sembra troppo stanco per ricominciare.

Sull’orlo dell’irreparabile la vera tentazione sarebbe di ricostruirsi un alibi. Non resta che tradire, per l’ultima volta, per non interrompere il flusso della storia, qui il vero compimento, il tradimento radicale e definitivo. Se la sua vita è stata un tradimento delle attese, un tradimento del volto divino che la povera gente si portava in cuore, se ha tradito perfino gli amici, ora non resta che tradire se stesso. Tradire la sua volontà. E sperare che sia questa quella cosa che chiamiamo fede.

Tradire la propria volontà per fare spazio al padre. Vivere per diventare vuoto. Capiranno che qui, nel cuore del Getsemani, lui è già sepolcro? E che sta ringraziando Giuda, e tutti quello che lo hanno strappato dall’illusione di trionfali ingressi in Gerusalemme? Ora lui sceglie di essere il calpestato e quei rami d’ulivo non accompagnano salmi ma frustano più forte della tortura alla colonna.

Ringraziare chi ha tradito, chi ha scavato la fossa, chi ha perforato le sue parole, chi ha spostato i massi dall’ingresso del sepolcro. Lazzaro che gli ha lasciato spazio, che gli ha riservato il posto. Forse per questo piangeva della sua e loro morte. Lazzaro consegnato alla vita e Cristo costretto a tradire la forza dei suoi stessi miracoli. Tradire la propria volontà, sperare che questo sia il vertice della santità.

*

Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. 

Ancora gli angeli, come il giorno del suo natale, ma qui è solo diabolica tentazione, pregare per non lasciarsi confortare. Lotterà come Giacobbe, lascerà che la sua anima si sloghi per poter zoppicare meglio verso il patibolo. L’ultima lotta è contro se stessi, ed è la più feroce, questo il vero deserto, ogni tentazione si incarna in un sogno di potenza.

Lottare contro la propria natura, lottare per non sopravvivere, per tradire gli ultimi brandelli della sua volontà, lottare per fiaccare la perfezione d’umanità, lottare e pregare per colpirsi a morte. Per diventare calice.

Essere fedele al tradimento che ha predicato, essere fedele al tradimento che ha tradotto in una rivoluzione che nessuno ha ancora compreso, essere fedele al tradimento per costringere il padre, per strapparlo dai cieli. Per lasciarsi fare da lui.

La terra assorbe il sangue, difficile dire a quale fecondità antica si stia consegnando o forse molto più semplicemente sta davvero tradendo ogni cosa per diventare niente, ora lui tradisce perfino il profilo di figlio dell’uomo, sfigurato non è altro che il povero, il peccatore, il lebbroso, il condannato. Li ha traditi, guarendoli ha rubato la loro identità ed ora è diventato loro, ha succhiato la loro miseria per mostrarsi al padre, ora è solo implorazione, nient’altro che implorazione, crocifissa al cielo, come l’ultima definitiva supplica.  

Alessandro Dehò

Pangea News del 28 febbraio 2022

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