Gianfranco Ravasi "PULA, SCHIUMA, FUMO, SPORCIZIA"

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Dal Libro della Sapienza fino alla Lettera di Giacomo, la Bibbia è ricca di immagini simboliche che rendono assai incisivo il messaggio di condanna religiosa e morale del male

Rappresentare il male morale è un soggetto classico nella predicazione penitenziale: in passato era in vigore un genere letterario di grande impatto comunicativo, quello del «quaresimale» che sapeva usare e dosare tutte le risorse della retorica, dell’oratoria e dell’eloquenza sacra. Ebbene, noi ricorreremo per illustrare questo tema alla simbologia biblica, selezionando una trilogia di passi. Il primo appartiene a uno scritto greco deuterocanonico, il libro della Sapienza: «La speranza dell’empio è come pula portata dal vento, come schiuma leggera sospinta dalla tempesta, come fumo disperso dal vento, si dilegua come il ricordo di un ospite di un sol giorno» (5,14).
Ecco quattro immagini di grande fragranza poetica: la pula arida che volteggia ed è dispersa nell’aria (anche il salmista immaginava i malvagi «come pula che il vento disperde», 1,4); la bufera che solleva le onde del mare, agitandone le creste schiumose; il fumo piegato in ogni direzione e dissolto dal vento; e infine il passaggio di un ospite in un albergo la cui traccia rimane solo in un registro.
È con questa sequenza di simboli che l’autore del libro sacro, forse un ebreo di lingua greca abitante ad Alessandria d’Egitto, alle soglie dell’era cristiana, descrive il destino ultimo della folla dei perversi e dei prepotenti. Essi hanno dominato la storia, convinti che i loro troni fossero inamovibili e le loro imprese indimenticabili, ed ecco, invece, l’amara sorpresa finale. Tutto si dissolve, si dissipa, svapora.
È interessante seguire i versetti che precedono il frammento da noi citato, perché l’arcobaleno delle immagini di vuoto e vanità s’allarga in una sequenza molto vigorosa e incisiva (5,9-13). Ricchezza, potere, superbia svaniscono come un’ombra o una notizia che dura lo spazio di un mattino. Hanno la consistenza e la permanenza della scia impressa dalla carena di una nave nelle onde: una volta passata l’imbarcazione, quella ferita si cancella e l’acqua ritorna piatta e calma. Oppure è «come quando un uccello squarcia l’aria senza lasciare nessuna traccia del suo volo: l’aria leggera, percossa dal battito delle ali e divisa dalla forza dello slancio, è attraversata dalle ali in movimento, ma subito dopo non reca più nessun segno di quel passaggio». Si evoca, poi, il sibilo della corsa di una freccia, il cui tragitto nell’aria non lascia nessuna traccia visibile.
E la conclusione è amaramente autobiografica pronunciata dagli uomini arroganti, convinti di godere di una fama e di una presenza imperitura: «Appena nati, siamo già scomparsi […], ci siamo consumati nella nostra malvagità». È significativa questa autocondanna: giunti davanti al giudizio divino, essi stessi confessano la loro miseria, il loro fallimento, riconoscendo il vuoto che si celava dietro la superficie dorata del potere, della ricchezza e del piacere. C’è, dunque, una voce della coscienza che non si può mai spegnere, anche se la si ignora e la si zittisce per anni.
Queste righe poetiche dell’antico sapiente ebreo diventano, allora, una lezione destinata a tutti e che è possibile trascrivere attraverso l’appello di Cristo a cercare tesori che non siano consumati da ruggine o rapinati da ladri (Matteo 6,19-21). Sono quei valori permanenti che si chiamano amore, giustizia, verità, bene: realtà trascendenti ed eterne, che Dio iscrive per sempre nel gran libro della vita che egli tiene davanti a sé e ove ognuno di noi ha la sua pagina.
Passiamo ora al Nuovo Testamento con una duplice selezione testuale desunta dalle cosiddette «Lettere cattoliche», testi di attribuzione apostolica. Iniziamo con un passo che evoca una scena molto agitata: «Nuvole senza pioggia, portate via dai venti, alberi di fine stagione senza frutto, morti due volte, sradicati. Onde selvagge del mare, che schiumano sporcizia. Astri erranti, votati all’oscurità delle tenebre eterne». Con questa vivace cascata di immagini si bolla l’attività perversa dei falsi maestri che turbavano la vita ecclesiale delle origini cristiane.
A flagellarli senza pietà sono i versetti 12-13 della Lettera che reca il nome di «Giuda, fratello di Giacomo», nome che l’evangelista Luca riferisce nell’elenco dei Dodici introducendo un altro Giuda, non l’Iscariota (6,16). C’è, però, anche un Giuda tra i cosiddetti «fratelli di Gesù» (Marco 6,3). Chiunque sia l’autore di questo breve scritto (solo 25 versetti) – l’apostolo o il parente di Gesù o uno pseudonimo «di autorità» di un altro personaggio della Chiesa dei primi tempi – sta di fatto che il testo è ben scritto e intenso.
In esso si incontrano rimandi non solo all’Antico Testamento, ma anche agli scritti apocrifi giudaici, come il Libro di Enoch o l’Assunzione di Mosè, rivelando così destinatari di matrice giudeo-cristiana. La passione dell’autore è, però, tutta convogliata verso la condanna delle deviazioni dottrinali: si ha, così, un’immagine meno idilliaca della Chiesa delle origini, spesso sottoposta alla bufera esteriore delle persecuzioni, ma attraversata all’interno da divisioni e inquinata da degenerazioni teologiche e morali.
Sui maestri che pervertono la via della verità si abbatte lo sdegno di Giuda che nella sua Lettera scaglia su di loro una serqua di veri e propri insulti: empi, dissoluti, impuri, ribelli, infami, sobillatori, svergognati, adulatori, superbi, impostori… Pittoresco è anche l’arsenale di immagini del nostro frammento: nubi senza pioggia spazzate via dal vento, alberi infruttuosi e sradicati, onde marine selvagge che recano detriti, astri che stanno per esplodere, uscendo dalle loro orbite. La domanda sorge spontanea: chi sono questi maestri infami, condannati in modo simile anche nella Seconda lettera di Pietro?
Probabilmente si trattava dell’affiorare della cosiddetta eresia «gnostica» che esaltava la supremazia dell’intelligenza e dissolveva l’aspetto «carnale», cioè storico dell’incarnazione del Figlio di Dio, ma che sfociava anche in atteggiamenti morali libertini, dato che questi «intellettuali» si sentivano ormai superiori e svincolati da ogni norma. Si incrinava, così, «la fede santissima» e si innestavano fermenti disgregatori nell’«edificio spirituale» della Chiesa (v. 20). È, questo, un rischio che è sempre in agguato nella storia della cristianità. Giuda conclude il suo breve messaggio con un’invocazione a quel Dio «che ha il potere di preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e colmi di gioia» (v. 24).
Ed eccoci al secondo passo neotestamentario desunto da una Lettera molto appassionata e concreta, quella di Giacomo: «Ricchi, piangete e gridate per le sciagure che piomberanno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vestiti mangiati dalle tarme, l’oro e l’argento consumati dalla ruggine!» (5,1-3). Sono poche righe di un più vasto e potente atto d’accusa che sembra uscire dalla bocca di un profeta come Amos o di un predicatore veemente come Savonarola. Leggiamolo nella sua integralità: «La ruggine del vostro oro e del vostro argento si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente. Sulla terra siete vissuti in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza!» (5,3-6).
Parole che sono come pietre, scagliate contro gente ben pasciuta, vissuta in mezzo a orge e piaceri, sfruttando i dipendenti, accumulando immense fortune. Si sente – come accadeva appunto nelle pagine del profeta della giustizia, Amos – non solo lo sdegno, ma anche la nausea per questa ostentazione sfacciata della ricchezza e per la prevaricazione sulla stessa magistratura così che essa condannasse chi osava contestare quelle provocazioni e quei crimini contro i deboli.
Ora a parlare è Giacomo, «servo di Dio e del Signore Gesù Cristo», la cui Lettera ha la tonalità di un discorso, di una lezione morale, indirizzata «alle dodici tribù che sono nella diaspora» (1,1), quindi alle comunità giudeo-cristiane disperse per il mondo.
Chi sia questo Giacomo è oggetto di discussione tra gli studiosi: nel Nuovo Testamento ben cinque personaggi portano tale nome ed è strano che, in questa Lettera, non si citi né la qualifica di «apostolo», né quella di «fratello del Signore» (applicata a Giacomo, capo della Chiesa di Gerusalemme). Il suo vigoroso appello per la giustizia sociale è, comunque, da collocare nel rilievo che l’autore della Lettera assegna alle opere: «A che serve se uno dice di avere la fede, ma non ha le opere?... La fede, se non è seguita dalle opere, è in se stessa morta» (2,14.17).
E Giacomo introduce una scenetta che marca il dovere dell’impegno sociale: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi!”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?» (2,15-16).
In un altro quadretto di vita quotidiana ecclesiale si presenta un magnate «con anello d’oro al dito e splendidamente abbigliato» che avanza in un’assemblea cristiana. Dietro di lui s’insinua, furtivo, un poveraccio in abiti logori. Il presidente dell’assemblea si rivolge al primo e lo fa subito accomodare su un seggio, mentre ordina all’altro di stare in piedi o di accucciarsi per terra (2,1-4). Per questo autore, invece, «la religione pura e senza macchia è visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo» (1,27). Concludendo, possiamo dire che l’uso dei simboli – come è testimoniato dalla trilogia testuale biblica selezionata – rende ben più incisivo il messaggio religioso e morale che si vuole lanciare.
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Questa è la rubrica "Lampada dei miei passi" che il cardinale Gianfranco Ravasi tiene ogni mese su Jesus.
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