Alberto Maggi "Elemosina, preghiera e digiuno: contro la falsa religiosità e l’ipocrisia"

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Nella sua nuova riflessione in vista della Quaresima il biblista Alberto Maggi su ilLibraio ricorda come nella religione fossero tre i pilastri fondamentali della spiritualità: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. “Ma Gesù avverte i suoi di non cadere nella tentazione, sempre presente nelle persone religiose, di voler dare l’esempio e di esibire queste opere pie per guadagnare il prestigio di fronte agli uomini”. In particolare, “non vuole che la povertà altrui venga strumentalizzata per far conoscere alla gente quanto si è buoni e generosi”, e chiede la massima discrezione nell’esercizio dell’elemosina. Quanto alla preghiera e al digiuno…

Con Gesù si inaugura un nuovo modo di relazionarsi con Dio, nel quale le abituali pratiche religiose risultano inadatte. Per questo nel suo insegnamento Gesù invita quanti lo seguono ad abbandonare quei comportamenti che erano validi per un rapporto con la divinità dove questa era concepita come un sovrano e l’uomo come un servo, per sperimentare una nuova relazione dove Dio è Padre e l’uomo è chiamato a essere suo figlio. Quando l’uomo passa dal sapere che Dio è suo Padre a sperimentarlo come tale, non cambia solo il suo rapporto con il Signore, ma anche quello con i suoi fratelli.

Nella religione erano tre i pilastri fondamentali della spiritualità: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù avverte i suoi di non cadere nella tentazione, sempre presente nelle persone religiose, di voler dare l’esempio e di esibire queste opere pie per guadagnare il prestigio di fronte agli uomini (Mt 6,1-6; 16-17).

Con severità Gesù scandaglia quello che dei tre comportamenti religiosi è il più delicato, ossia l’elemosina, che viene sempre messa al primo posto. Mentre gli altri due aspetti (preghiera e digiuno) rimangono nella sfera del privato, questa coinvolge altre persone, i deboli e i bisognosi. Gesù non vuole che la povertà altrui venga strumentalizzata per far conoscere alla gente quanto si è buoni e generosi. La pubblicità nel fare l’elemosina, che glorifica chi la fa, è sempre un’umiliazione per chi la riceve e non serve ad altro che a costruire la propria reputazione di santità. Per questo lo specifico della comunità dei credenti non sarà l’elemosina ma la condivisone dei beni (At 2,44). Mentre l’elemosina presuppone un benefattore e un beneficato, la condivisione di quel che si ha e di quel che si è crea dei fratelli.

Nell’attesa della maturazione del suo messaggio in seno al gruppo dei discepoli, Gesù ammonisce questi ultimi ad avere la massima discrezione nell’esercizio dell’elemosina. Egli li avverte che se vogliono dare l’elemosina, non devono ostentarla come commedianti per essere glorificati dagli uomini e ricevere la loro ammirazione. Gesù ridicolizza l’atteggiamento di coloro i quali, non contenti che il loro nome di benefattori venga fatto oggetto di pubblica lode nelle sinagoghe, vogliono farlo giungere pure nei luoghi più lontani come i vicoli della città. Lui qualifica costoro come ipocriti¸ teatranti (il gr. hypokrites, indica colui che “recita una parte”)Tutta la loro sbandierata devozione, infatti, non è altro che una commedia finalizzata a ottenere il plauso della gente a cui è rivolta. Gesù denuncia che costoro, pur ostentando zelo religioso e pia devozione, non solo non rendono culto a Dio, ma in una incessante celebrazione idolatrica del proprio io si sostituiscono al Signore, dirottando su di essi quella gloria che dalle opere buone deve dirigersi solo al “Padre che è nei cieli” (Mt 5,16).

Come per l’esibizione dell’elemosina, Gesù ridicolizza anche quanti vogliono che le loro pratiche religiose vengano conosciute non solo nelle sinagoghe, ma perfino negli angoli delle piazze “per essere visti dalla gente” (Mt 6,5). Come insegna un detto rabbinico, ambienti e luoghi religiosi alimentano l’ipocrisia (“Al mondo ci sono dieci porzioni di ipocrisia: nove si trovano a Gerusalemme”, Esther Rabba I, 3-85b) e lo spazio sacro viene visto dalle persone pie come un teatro nel quale esibire la propria devozione. Quelle lunghe preghiere che agli occhi della gente appaiono come alto esempio di devozione, vengono equiparate da Gesù al blaterare dei pagani. Per lui la preghiera non va esibita per essere d’esempio, ma va fecondata “nel segreto” (Mt 6.6). Per questo indica come luogo adatto ad essa la parte più nascosta della casa, che era la grotta che serviva da dispensa. Per Gesù il Padre sa di quali cose gli uomini hanno bisogno ancor prima che essi gliele chiedano (Mt 6,8) e questo, di fatto, rende superflua la richiesta. Quando c’è la certezza che il Padre sanon c’è bisogno né di chiedere (“prima che mi invochino io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati”, Is 65,24), né tantomeno di informare, ricordare o supplicare. L’assoluta fiducia nel Padre non può che sfociare in un ringraziamento e nella lode (Mt 11,25) per la sua azione vivificante.

La terza importante pratica di pietà che Gesù corregge è quella del digiuno. Questa prassi nasce nel mondo greco come frutto della superstizione. Si credeva, infatti, che in caso di lutto i dèmoni che avevano causato la morte potessero avere un influsso negativo sui parenti del defunto mentre essi mangiavano (“intanto che l’anima dei morti è ancora vicina, nel mangiare e nel bere si deve temere una infezione demoniaca”, Plutarco, Is. et Os. 26, II 361a).  Nell’AT il digiuno, quale residuo dell’influsso del culto cananaico dei morti, è estremamente limitato. Esso non è considerato una pratica ascetica ma una manifestazione visibile di lutto e di dolore (1 Sm 31,13; 2 Sm 1,12). Viene comandato un solo giorno all’anno, quello dell’espiazione dei peccati di tutto il popolo, e la rinuncia al cibo è limitata dall’alba al tramonto (Lv 16,29ss; Nm 29,7). Al tempo di Gesù il digiuno volontario, settimanale e mensile, ebbe un forte incremento e quello devozionale veniva praticato due giorni alla settimana in ricordo della salita (giovedì) e della discesa (lunedì) di Mosè dal Sinai. A quanti vogliono praticare il digiuno, Gesù dice che esso non deve essere esibito come segno della propria ascesi per essere lodati dagli altri. Per questo chiede loro di non assumere un’aria cupa come fanno i commedianti che si sfigurano… per figurare (Mt 6,16) ma, al contrario, di profumarsi e lavarsi il volto, in modo che nessuno sospetti che stanno digiunando. I discepoli comprenderanno il messaggio e abbandoneranno tale pratica, tanto da venire poi rimproverati dai cultori di questa devozione, ossia i discepoli di Giovanni e i farisei, che protestano con Gesù, chiedendogli come mai i suoi discepoli non digiunino (Mt 9,11). Ma questa usanza, cacciata dalla porta, rientrò dalla finestra: nel vangelo di Marco un copista, probabilmente un monaco, all’invito di Gesù “Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera” (Mc 9,29) aggiunse “e con il digiuno”. Questa interpolazione rimase per ben millecinquecento anni nei vangeli, favorendo il successo della pratica del digiuno in quanto si riteneva fosse stata richiesta dal Signore stesso.

L’insegnamento di Gesù sarà ben compreso da Paolo, che nella sua Lettera ai Colossesi invita questi ultimi a non lasciarsi “imporre precetti quali: Non prendere, non gustare, non toccare… tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti di uomini, che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne” (Col 2,20-23).

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