Brunetto Salvarani "Carlo Molari"

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Alla metà degli anni Ottanta l’editrice Marietti ebbe l’idea di invitare dieci illustri teologi italiani a stendere delle testimonianze sul senso del loro lavoro, che finirono in un bel libro dal titolo Essere teologi oggi.

Tra loro c’era anche Carlo Molari, che nel suo contributo esordiva così: “Fare teologia non è un mestiere o un semplice servizio reso agli altri, ma è un modo concreto di vivere la fede ecclesiale, è uno stile di vita, e per me, oggi, è componente di identità personale, ragione di tutta la mia storia”.

Qualche anno prima, nel ’72, nella prefazione a La fede e il suo linguaggio (uscito per Cittadella) in cui compaiono suoi saggi pioneristici sul rapporto tra fede e la sua espressione verbale, egli già sosteneva che la sincerità è la condizione di verità della teologia: “per questo ogni libro di teologia è una specie di confessione”.

Per Molari è stato davvero così, e questo è (solo) uno dei motivi per cui affrontare un suo testo, un libro, un saggio o un articolo, risulta sempre un’avventura avvincente.

Percorso di vita

La figura di don Carlo, nato a Cesena il 25 luglio 1928 e morto ieri, 19 febbraio 2022, sempre nella città romagnola, ha rappresentato un unicum nell’orizzonte della teologia italiana, quella di uno studioso tanto solido quanto dotato di grande umanità, e in grado di dialogare ad alto livello non solo con la teologia contemporanea internazionale, ma con il pensiero scientifico e le scienze umane. Conservando costantemente i suoi tratti caratteriali della prima giovinezza, la mitezza, l’umiltà, la disponibilità all’ascolto e a mettersi in gioco.

Laureato in Teologia dogmatica e Diritto alla Lateranense, Molari è stato negli anni docente nella stessa università, all’Urbaniana e alla Gregoriana, segretario dell’Associazione Teologica Italiana (ATI) e membro del Comitato di consultazione della rivista Concilium. Credenziali di tutto rilievo, dunque, che si sono accompagnate a un’attività di relatore e conferenziere particolarmente apprezzata in molti contesti diversi.

Lui parlava volentieri delle varie famiglie che l’hanno accompagnato nel tempo della sua lunga esistenza, attiva fino agli ultimi anni: la famiglia del sangue che l’ha segnato persino nella parlata (rimasta sempre fedele all’accento romagnolo, nonostante gli spostamenti ancor giovane su Roma), la famiglia del San Leone nella capitale, dove ha svolto attività pastorale all’Istituto dei Fratelli maristi dal 1967 al 2011, la famiglia degli appartenenti alla FUCI, frequentata dal 1955 in avanti, e poi quella del Gruppo teologico che si riuniva a Camaldoli, legato all’ATI, e quelle allargate del SAE (Segretariato  Attività Ecumeniche),  di Ore Undici, della Cittadella di Assisi, e così via.

Fu assai sensibile al cammino del dialogo ecumenico e interreligioso, fornendo volentieri i suoi apporti sul quadro teorico in cui inserire le esperienze di dialogo vissuto che si sono avviate nel Paese nel post-concilio. Aiutante di studio alla Congregazione per la dottrina della fede, nel 1978 Molari chiese la pensione anticipata, dopo che la prefazione al Dizionario teologico (Borla 1972) e proprio il libro citato La fede e il suo linguaggio furono accusati di sostenere posizioni non conformi alla dottrina.

I censori non accettavano il fatto che di Dio non si possa dire nulla di definitivo in quanto la sua comprensione cresce con l’evolversi dell’uomo e delle sue capacità cognitive.

Leggere Molari

Il suo registro, in effetti, – lo testimonia ampiamente il suo ultimo lavoro, la summa Il cammino spirituale del cristiano, uscito da Gabrielli editori nel 2020 – si colloca in una prospettiva evolutiva (l’amato Teilhard de Chardin!) da tempo tracciata dal pensiero scientifico e ora finalmente fatta propria anche dalla chiesa cattolica nei suoi documenti ufficiali.

Il suo riferimento costante era ai dati elaborati dalle scienze: dalle riflessioni sul cervello a quelle sul tempo, dalla fisica del cosmo alla fisiologia, dall’antropologia agli studi storico-linguistici. Ne è derivata una teologia perennemente in progress e sempre in ricerca, sviluppatasi appieno all’interno di una visione del mondo attualissima, e capace di gettare una luce inedita sul vivere dell’uomo e sulla creazione, sulle sue meraviglie e i suoi abissi; dunque, per chi crede, sul nostro rapporto con il divino.

Leggere Molari fa bene al cuore e alla mente, anche per i non addetti ai lavori: provare per credere. Per fare solo un esempio, in un intervento del 2013 per l’associazione Biblia su Le ragioni cristiane del dialogo, tema a lui particolarmente caro, metteva in luce la possibile tentazione, e quindi il rischio grave, di elaborare una teologia delle religioni prima di avere intrapreso un dialogo con esse.

D’altra parte – proseguiva – occorre sempre tenere presente che il dialogo suppone sempre una teologia, ma una teologia che disponga al cambiamento e solleciti la conversione. L’impegno del dialogo con le altre religioni, un’eredità conciliare inrealtà tutta da costruire, implica già di per se stesso che la Chiesa si esponga a un cambiamento, a delle continue sfide, a una messa in discussione, genuini. Perciò, secondo Molari, la riflessione teologica e il dialogo sono due momenti di un unico processo: la teologia guida il dialogo; ma il dialogo guida anch’esso, e addirittura trasformerà, la teologia.

I due movimenti – i dati della teologia e quelli del dialogo – sono due fasi essenziali e interrelate di un’unica impresa. Questa correlazione appare con maggiore chiarezza ed efficacia quando il dialogo accompagna un’azione comune. Fino a concludere: “Dialogare dopo avere agito insieme a favore dei poveri e degli oppressi è molto più facile ed efficace. Quando si mette in comune l’esercizio dell’amore le parole acquistano un senso nuovo”.

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