Rosella De Leonibus "L'Empatia nella relazione di cura"

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«La psicologia è un campo definito dall’empatia. Parliamo di fenomeni psicologici quando gli elementi essenziali della nostra osservazione sono l’introspezione e l’empatia» (Heinz Kohut)
Essere empatici è una competenza strutturale degli esseri umani, tuttavia l’empatia, che è uno stato affettivo connaturato alla nostra appartenenza alla specie Sapiens, nello stesso tempo è un fenomeno complesso che, in particolar modo nel campo della relazione di cura, richiede il verificarsi di alcune condizioni.
- Riconosco in me uno stato affettivo simile a quello dell’altro-a.
- Percepisco o immagino lo stato emotivo dell’altro-a.
- Sono consapevole della connessione di causa e effetto tra i sentimenti dell’altro-a e i miei.
- Mi prendo cura del benessere dell’altro-a.
Senza questi elementi potremmo parlare di un “contagio emotivo”, ma non ancora di un legame empatico.
L’empatia non è semplicemente la sensazione di essere tutt’uno con l’altro-a: ha bisogno di una chiara differenziazione tra sé e l’altra persona, e la nostra intuizione dei suoi stati psichici non cancella la nostra identità e il nostro confine personale.
Neppure è empatia la capacità lucida, a volte spietata, di “lettura della mente” dell’altra persona. La competenza empatica va ben oltre una prospettiva concettualizzante e oggettivante. L’empatia non è né fusione con l’altro-a, né una osservazione distaccata delle emozioni e delle sensazioni altrui.
Mentre i nostri sensi percepiscono stimoli visivi, uditivi, tattili, vengono evocate dentro il nostro cervello le rappresentazioni interne degli stati corporei associati a queste azioni, emozioni, sensazioni. Esattamente “come se” stessimo svolgendo noi l’azione che vediamo fare all’altra persona, o stessimo sperimentando l’emozione o la sensazione che vediamo in lei.
La “simulazione incarnata” operata dai neuroni specchio è una esperienza concreta, corporea, immediata. Arriva poi la mente cognitiva, che elabora i dati di realtà esterni all’esperienza corporea. Razionalità ed emozioni si tengono quindi la mano, si alleano per sostenere la capacità leggere il mondo che ci circonda.
Tra l’altro, le più recenti acquisizioni delle neuroscienze ci raccontano come l’elaborazione cognitiva sia in un certo senso un “distillato” e una generalizzazione delle esperienze di simulazione incarnata, la sua versione più evoluta ed astratta.
UNA DEFINIZIONE PER LA RELAZIONE DI CURA
Torniamo allora a definire meglio l’empatia: è una forma di sensibilità di base di noi in quanto umani (e certamente anche dei nostri cugini primati), collegata alla nostra capacità di agire e all’espressione delle emozioni. È un contatto sensibile diretto, che coglie gli stati mentali altrui direttamente dalla loro espressione. Ed è attraverso questa espressività che siamo in grado di riconoscerci l’un l’altro, di sentire che apparteniamo ad un mondo comune di significati.
E allora, sempre nel quadro della relazione di cura, andiamo a definire anche cosa l’empatia non è.
- Non è soltanto condividere un sentimento: si può empatizzare anche con intenzioni, pensieri, volizioni.
- Non è soltanto intersoggettività: lo scambio e la relazione di interdipendenza tra soggetti avvengono anche in modo impersonale o asincrono, attraverso per es. prodotti culturali o artistici, e non solo nella formula io-tu, ma anche nei confronti di un soggetto plurale.
- Non è soltanto il mind reading, la lettura della mente. La relazione empatica è qualcosa che comporta l’accostarsi anche ad elementi ignoti e inaccessibili, all’estraneità, alla difficoltà o alla paura di raggiungere l’altro-a.
- Non è soltanto l’origine dell’etica della cura. È innanzitutto il movimento di riconoscere l’altro-a, il valore della sua umanità e di ciò che sta vivendo.
La mia identità e la tua identità, e la nostra umana somiglianza, e la corrispondenza di affetti che si genera tra me e te, ecco come l’empatia può svolgere il suo ruolo fondamentale nello spazio interpersonale della relazione di cura.
LA SOSPENSIONE DEL GIUDIZIO
In ogni forma di relazione interpersonale “non mercantile”, e a maggior ragione in ogni forma e formula della relazione di cura, possiamo sperimentare un coinvolgimento empatico, ci troviamo a vivere un cambiamento di prospettiva, a sentire sulla nostra pelle ciò che sente l’altro. Ma perché questo processo possa essere indirizzato a sostenere e a prestare aiuto all’altra persona, occorrono alcuni elementi in più.
Il primo e il più importante fondamento del contatto empatico nella relazione di cura è la sospensione del giudizio. Epochè, in greco antico, dal epì-, su, e échein, tenere. Trattenere, tenere sospeso il giudizio su cosa stiamo percependo e sentendo. Ne comprendiamo l’importanza quando consideriamo il contrario della epochè: il pregiudizio, un giudizio formulato in anticipo sulla conoscenza delle cose, senza ragioni oggettive e senza contatto diretto. Lo piega molto bene Edmund Husserl, il padre della fenomenologia: sarà proprio questo processo di sospensione del giudizio che ci consentirà di considerare i fenomeni che giungono alla coscienza senza visioni preconcette, restando aperti nella mente.
Ogni pregiudizio genera un atteggiamento di fondo che influenzerà in modo massiccio e inconsapevole il comportamento, le attribuzioni di significato, le attese per il futuro. E la relazione di cura uscirà dal calore vitale del contatto empatico per diventare fredda tecnica, protocollo standardizzato, se non coercizione verso un esito comportamentale predefinito. Certamente non possiamo astenerci totalmente dal giudicare, ma possiamo cancellare ogni carattere di certezza dal giudizio che sorge in quel momento nella nostra mente, possiamo sospendere il nostro giudizio, metterlo tra parentesi, lasciarlo fuori dal contatto, per permettere all’empatia di abitare lo spazio interpersonale.
Ma, subito dopo, il processo diventa circolare: sarà proprio il contatto empatico che ci permetterà di accogliere l’altro-a senza pregiudizio e restare aperti a cogliere il nuovo, ci insegnerà a restare in contatto con la nostra soggettività, con le sensazioni, le vibrazioni emotive che si generano nell’incontro, quelle che ci sosterranno nell’esplorare anche i lati scomodi e oscuri della relazione di cura.
“Bisogna essere liberi da comprensione, memoria e desiderio, per liberare l’intuizione dalle opacità che la offuscano, per vedere le cose come sono, e non come ci aspettiamo che siano... È bene avere la consapevolezza e l’umiltà di riconoscere di non poter mai conseguire una reale obiettività”, lo afferma lo psicanalista Wilfred Bion, uno dei più grandi studiosi della psiche del secolo scorso.
L’ATTENZIONE, L’APERTURA
Il primo passo, per avvicinarsi empaticamente a qualcuno, è dedicargli una vivida attenzione. Aprire anche l’anima, non solo lo sguardo. Accogliere l’altro nel proprio orizzonte, come persona significativa, come alterità imprescindibile, come volto che mi interroga e mi interpella al di là di ogni altra considerazione. E poi si tratta di lasciarsi toccare il cuore dal vissuto altrui. A volte ci si dovrà “sporcare le mani”, contaminarsi.
Forse si farà fatica a lasciarsi toccare davvero dalla sofferenza e dal disagio, dai sentimenti più scomodi, dai vissuti e dai temi più difficili delle persone. Eppure è proprio lì che bisogna andare, lasciarsene attraversare, e toccare con gentilezza questi vissuti, per poterli comprendere.
Per portare empatia nella relazione di cura è importante imparare a non fuggire. Certo, sceglieremo di allontanarci, quando sentiremo di non sostenere più il nostro ruolo, ma è diverso da restare là come ibernati, senza più lasciarsi toccare. Si impedisce il contatto empatico quando ci si barrica emotivamente, quando si razionalizza, quando si fugge nelle interpretazioni, e perfino quando si inizia a somministrare consigli non richiesti. Quando si distoglie lo sguardo, quando si ricoprire di parole inutili un silenzio o una emozione, quando ci si sottrae alla “contaminazione” della sofferenza.
IL CONFINE E IL RICENTRARSI
Lasciarsi toccare non significa annegare dentro l’altra persona. L’empatia è un movimento che articola fasi di contatto e fasi di ritiro dal contatto, una danza dove il tu e l’io restano distinti, pur potendosi toccare. Se venissero cancellati l’io e il tu, non ci sarebbe neppure relazione, e sparirebbe lo spazio vivo che genera il processo empatico.
Mettersi nei panni dell’altro, guardare il mondo dalla sua prospettiva, sentire sulla pelle il suo vissuto, “camminare un miglio con le sue scarpe”, come suggerisce un detto anglosassone, percepire il mondo interiore dell’altra persona, coi suoi significati, le sue emozioni, le sue intenzioni, aprirsi a sentire “come se” si fosse l’altra persona. E, in quel “come se”, c’è la strada per il ritorno alla propria soggettività, la garanzia di non sovrapporsi, di non identificarsi, la possibilità di ricentrarsi.
Uscire dal proprio recinto, affacciarsi sul confine dell’altro, per poi tornare al centro del proprio sé. Dobbiamo però sapere che non si ritorna mai del tutto identici a prima. Perché ogni contatto empatico, anche quelli di natura professionale, arricchiscono il sé, lo aprono a nuove angolature dell’essere e del sentire. A nuove possibilità.
L’empatia è lo strumento più potente di cui come esseri umani possiamo disporre per connetterci gli uni agli altri, per dare sostegno e aiuto nella reazione di cura, nel riconoscimento della nostra comune umanità.

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