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Lidia Maggi "La Chiesa deve imparare ad annunciare il Signore, senza sostituirsi a Lui"

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Gennaio -Febbraio 2022
di Lidia Maggi Pastora battista 

In qualsiasi pagina delle Scritture si può cogliere in filigrana la relazione tra il mondo, creato da Dio, e un gruppo di eletti: i diversi protagonisti della narrazione biblica, il popolo d’Israele e, in seguito, la Chiesa.

Difficile individuare un’altra relazione così costitutiva nella Bibbia. Perché il protagonista di quei racconti si presenta come il Dio che mette al mondo il mondo e dà alla luce ogni essere vivente. Fin dalla prima pagina, l’inno alla creazione, risuona una voce universale, che nomina l’intero mondo. Ma subito dopo ecco che quella medesima voce chiama per nome alcuni, domanda loro di collaborare alla realizzazione del suo sogno, quello della vita buona, da subito minacciata dalle tenebre. È il mondo intero l’oggetto dell’amore di Dio; ma la rivelazione di questo amore si manifesta attraverso l’azione di un piccolo gregge messo a parte per custodire e coltivare il sogno di un giardino in cui poter vivere la vita in abbondanza. Gli eletti non hanno senso se non in riferimento al mondo: sono chiamati in vista della benedizione di tutti, non certo al posto degli altri, come fossero dei privilegiati. E il mondo si vede privato del proprio senso profondo se vengono meno le sentinelle che scrutano l’orizzonte, le donne che lavorano la pasta con il lievito del Regno, gli uomini che pongono la lanterna in alto, una chiesa che sparge il sale dell’evangelo sulla terra.

Molte vie, nessuna ricetta

Come ogni relazione, anche questa tra mondo e Chiesa, è a rischio di forzature e tradimenti. Vive di equilibri precari, da assestare continuamente, sulla base delle sfide a cui questa strana coppia è chiamata a rispondere. Non esiste un modo dogmatico, per relazionarsi col mondo: sia l'Antico Israele che la Chiesa hanno dovuto imparare, di situazione in situazione, a leggere il proprio momento storico per discernere come vivere bene. Integrazione, meticciato, distanziazione e persino mimetismo sono alcune delle tante strategie con cui il popolo di Israele, e a seguire la Chiesa, hanno provato a declinare questo rapporto  nei diversi momenti storici. Pienamente integrati in Egitto, all'epoca di Giuseppe, gli ebrei imparano a distinguersi, fino a diventare popolo santo, separato dagli altri, quando diventa forte il  rischio di perdere la propria vocazione. Si pensi all'esperienza di Daniele e i suoi amici, deportati a Babilonia e al loro rifiuto di nutrirsi del cibo della mensa regale. In una situazione simile, invece, Ester, nasconde la propria identità. Difficile, dall'esterno, cogliere in quella regina persiana una figlia di Sion. Anche la Chiesa ha messo in atto comportamenti differenti per rispondere alle sfide davanti a sé. E se l'apostolo Paolo esorta i suoi a resistere alle pressioni sociali senza  omologarsi per dar vita ad una comunità anticonformista (Rm 12,2), la Chiesa della generazione successiva sembra già muoversi tra ubbidienza alle leggi dello stato e fedeltà a Dio (1 Pt 2,18).
Non è stato facile per Israele e la Chiesa capire come rimanere fedeli alla propria singolarità in dialogo con il mondo. In un equilibrio sempre da rinegoziare, entrambi gli eletti  hanno commesso errori e tradimenti. Israele ha faticato a custodire la propria luce quando ha amministrato la terra con le stesse logiche di potere da cui era stato liberato e la Chiesa ha dimenticato la propria vocazione quando ha smesso di essere quella comunità di fratelli e sorelle dove nessuno è chiamato padre (Mt 23,9).  La Chiesa faticherà a riconoscere che alcuni elementi costitutivi della propria realtà, esiliati dalla Chiesa, trovano accoglienza proprio nella società “mondana” come i diritti delle donne, negati dalla società del tempo, ma vissuti fin dagli albori nelle comunità cristiane della prima ora.

Come Giovanni Battista

Tra fedeltà e tradimenti, cosa può significare oggi essere Chiesa nel mondo e per il mondo? Come riscoprire la chiamata a illuminare il mondo con la luce di Cristo? Per questo nostro presente, la scena iniziale dei racconti evangelici può essere significativa. Tutti i Vangeli aprono la vicenda di Gesù puntando i riflettori sulla figura di Giovanni il battezzatore. È lui la voce che chiede a noi di preparare la via al Signore che viene. E se oggi la vocazione della Chiesa fosse quella di aderire a questo testimone che indica il Messia senza mai sostituirsi a lui? Se il problema di una Chiesa, spaventata per la perdita di consenso e per lo stillicidio di vocazioni, fosse in parte legata alla sovrapposizione tra chi testimonia e annuncia (la Chiesa) e l'annunciato (il Cristo)? Identificarsi in Cristo non significa sostituirsi a lui! Secondo l’evangelista Giovanni, il Battista è il testimone dello spuntare della luce in mezzo alle tenebre. È testimone del Messia, ma prima ancora è testimone del sogno che Dio ha fatto “in principio”. Dunque, testimone di un mondo nel quale il Signore desidera camminare e per il quale gli eletti sono chiamati a lavorare, raddrizzando la via. Di fronte alla domanda diretta: “chi sei?”, il Battista risponde senza giri di parole: “io non sono il Cristo”, e neppure un profeta. Sono un uomo che presta la sua voce alla parola dei profeti, che crede nella possibilità che il mondo, immerso nelle tenebre, possa essere nuovamente immerso/battezzato nella luce divina.

Con le mani vuote

Nel leggere il resoconto di questo strano interrogatorio, la prima impressione che ne ricaviamo è l’apprezzamento per l’umiltà del testimone, così libero da ambizioni. L’eletto, il testimone del sogno di Dio, dice al mondo: io non sono Dio, non confondete i miei goffi tentativi – nient’altro che acqua! - col disegno divino. Mentre la mia voce invita ad accogliere l’ “Io sono”, risvegliando il sogno divino di una vita buona per tutte e tutti, subito dopo ecco: “io non sono” quel sogno. Anch’io sono mondo, via storta che dev’essere raddrizzata. Sono voce che tiene viva l’attesa ma non sono ciò che dobbiamo attendere. E quando vedrò all’orizzonte profilarsi la presenza divina, la indicherò a quanti mi seguono: “ecco l’agnello di Dio”; e farò in modo che quanti stavano con me si allontanino da me, per seguire quell’Altro. Io non sono la casa per gli affamati di giustizia; sono solo il dito che indica una direzione. Sarà un Altro a mostrare loro dove abita la presenza divina, dove prende forma il sogno originario del mondo come Dio lo vuole.
 Il Battista vive in bilico tra due realtà, di entrambe le quali è testimone. Messo a parte per Dio e per il suo desiderio di salvezza universale e semplicemente essere umano, solidale con quel mondo che sente insufficiente, di cui patisce l’ingiustizia. La testimonianza del Battista domanda ai credenti di non sciogliere la tensione dialettica tra la responsabilità dell’eletto e la solidarietà con quel mondo di cui sono pienamente parte. E di riconoscere che questa relazione rimanda ad un terzo, quel Regno di Dio, verso cui camminiamo insieme, senza poter dire di averlo tra le mani. Perché le mani dei credenti, e dunque della Chiesa, devono rimanere vuote e pronte ad indicare ciò che sta oltre, quella salvezza per tutte e tutti che è dono dell’Agnello di Dio.

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