Elogio della modestia. Intervista a MichaelDavide Semeraro

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Uno sguardo lucido, trasparente, profondo. Le parole di Fratel MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino e teologo, hanno la semplicità e la fermezza degli sguardi aperti e lontani. Una visione dentro la quale il panorama contemporaneo attuale prende forma e prospettiva attraverso un orizzonte interrogativo spirituale e umano. Un punto di fuga esistenziale, più che morale. Lo abbiamo incontrato e ascoltato sul tema del nostro ultimo numero.

Penso che per la prima volta l’umanità intera sperimenti qualcosa in modo univoco e contemporaneo. Non è mai successo, neanche le più grande catastrofi della storia; le più grandi epidemie sono avvenute in luoghi e tempi diversi, mai in questa modalità non solo globale ma anche contemporanea. E’ la prima volta che l’umanità fa esperienza si un’angoscia condivisa.

Un dato nuovo, inedito. Un’umanità, come ha ricordato Papa Francesco, si trova, suo malgrado, dopo aver cercato in tutti i modi, anche in modo subdolo, di tenere il mondo diviso in settori più o meno sicuri, avvicinata. Per la prima volta l’insicurezza ci accomuna tutti. Questo significa che dal punto di vista dell’esperienza che stiamo facendo come fragilizzazione globale si affaccia un’urgenza o un’opportunità spirituale: quella del ripristino della nostra modestia creaturale.

Se c’è un futuro per l’umanità è un futuro più modesto di quello che abbiamo immaginato fin d’ora. Questo è il problema. Naturalmente per una sensibilità, per un’attitudine, per un profilo modesto è necessaria una fede modesta. Se dal punto di vista di una vulnerabilizzazione condivisa non possiamo più vivere l’ “ottimismo forzato” (Gonnella, Nel deserto il profumo del vento) , cioè la promessa che i genitori avevano fatto ai propri figli: “non ti preoccupare mamma e papà hanno fatto dei sacrifici e per te andrà tutto sempre tutto meglio” -quello a cui l’occidente si è abituato-, ora con lo scoppio della pandemia si passa all’ “ottimismo tragico”.

Ma l’ottimismo tragico è l’unico ottimismo cristologicamente compatibile.  Compatibile con il mistero della croce.  Dove non è che tutto va bene, tutto va bene ma passando per dei passaggi alcune volte molto dolorosi tra cui fa parte l’esperienza del fallimento. Il fallimento pasquale. Quindi in questo momento la società opulenta e occidentale è arrivata alla fine della sua promessa, tanto che deve ritrarre, deve rimangiarsi le promesse fatte. Anche dal punto di vista economico con tutte le ricadute sociali, psicologiche ecc.

Di fatto le vere vittime, anche se a me non piace usare questo termine; coloro che stanno pagando un prezzo più alto non sono i morti ma sono le nuove generazioni. I più giovani, i quali hanno pagato un prezzo minore in termini di mortalità ma hanno pagato in termini di mortificazione. Da avere davanti a sé uno sviluppo esponenziale, non sappiamo come riusciremo a cavarcela.

Per affrontare un’emergenza psicospirituale che l’emegneza sanitaria ha a un certo punto originato è necessario una spiritualità fondata su una modestia (non parlo di umiltà perchè l’umiltà è fià una virtù alta). Una modestia di base basica. Come riuscire in questo contesto mortificante le giovani (e meno giovani) generazioni di turbe, di fatiche psicologiche, di futuro? Attraverso una spiritualità che sappia integrare il limite e la limitazione come una possibilità di approfondimento e non di deprivazione.

La domanda è: non posso più fare questo, non posso più fare quest’altro; che cosa possa fare quando non posso più fare quello a cui ero abituato? La grande sfida della profondità invece dell’espansione continua. Per riprendere un’immagine di Baricco, le nuove generazioni sono surfiste, vivono sempre sulla superficie nessuno li ha abituati ad andare in profondità. Si fa surf, si vuole stare sulla cresta dell’onda e anche quando si va a fondo è poi per ritornare sulla cresta dell’onda.

Gli eroi greci, come Alessandro Magno, prima di ogni battaglia sacrificavano al dio Fobos, il dio della guerra, perché ogni soldato doveva mettere in conto che sarebbe morto. E’ questa la differenza tra il temerario e il coraggioso che Aristotele faceva in un passaggio dell’etica nicomachea. Il primo, disprezza la paura e soccombe. E’ solo invece mettendo in conto la paura, chiamandola per nome e affrtontando con dignità il compito che lo aspetta che si diventa coraggiosi. Non negandola.  

Ora la domanda è molto semplice, la nostra umanità, soprattutto occidentale in questo frangente così difficile così inedito della pandemia si sta dimostrando coraggiosa, in senso aristotelico del termine, o prudente, in senso cristiano, cioè capace di commisurare la realtà che limita e mortifica con la volontà di non disperare, soprattutto di mettere al primo posto il bene dell’altro e non la propria mera sopravvivenza?  

Quindi la fede modesta diventa fede eccedente, carità eccedente come è già successo in tutte le situazioni di crisi. E ha generato dei santi. Pensiamo a Bernardo dei Tolomei ad esempio che morì di peste scegliendo di lasciare il proprio eremo e curare i malati negli ospedali. L’eccedenza della carità però è direttamente proporzionale al coraggio capace di modestia, cioè che sappia fare i conti con la nostra creaturalità e mortalità.

Un dipinto per immagine. Un qualsiasi dipinto di Van Gogh con quei panorami. Infatti il problema nostro è: dove guardiamo e cosa guardiamo? Guardiamo il nostro ombelico o riusciamo a guardare davanti a noi? Guardare un panorama significa relativizzare se stessi per riconoscere che ciò che vale vivrà anche dopo di noi e senza di noi. E questo non toglie nulla alla sua bellezza anche se avviene senza di me. E qui la modestia si ritrova in questa capacità di relatività, di relativizzarsi. Ed è questo senso di relatività sana che permette anche una carità generosa.

Ora la domanda che si pone oggi è la nostra umanità di fronte a un bivio, anzi a una sorta di abisso:  o come già venuto in passato un’occasione così difficile diventa un salto di civiltà oppure sarà l’occasione di una caduta di civiltà. E non è la pandemia che fa il salto o la caduta, ma la nostra reazione di esseri umani.

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