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Frederic Manns "O Sapienza"

L'Osservatore Romano 18 dicembre 2021
I racconti della domenica 
O Sapienza

«Nel giudaismo ellenistico Sophia corrisponde alla Shekinah, “la Gloria di Dio”, una figura che ha un ruolo chiave nella cosmologia cabalistica come espressione dell’aspetto femminile di Dio. Come la Sophia gnostica, la Shekinah riveste un duplice ruolo, siede a fianco di Dio, ma viene anche esiliata nel mondo della materia» (M. Eliade). Non si tratta qui di una persona, ma di una personificazione. Raffigurare un concetto astratto con caratteristiche umane è ammesso in diverse letterature. Proprio perché proviene da Dio, in qualche testo la sapienza è personificata e posta accanto a Dio. Essa è generata prima della creazione e predica nelle piazze invitando tutti al suo banchetto: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra… Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso,… io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Pr 8, 22-31). La personificazione della sapienza è una figura poetica che testimonia il divino senza identificarsi con Dio. La Sapienza appare in Pr 8, 1-36 come unica mediatrice tra l’unico Dio e l’umanità: la sua parola unifica la parola del cosmo che come la Sapienza dà testimonianza del Creatore. Essa stessa si presenta come colei che presiede alla creazione, come la forza creativa che fa della creazione un’opera che Dio considera una «cosa molto buona» (Gen 1, 31). La reciprocità che Dio stabilisce con l’opera delle sue mani riflette il rapporto ludico che intercorre tra Dio e la Sapienza.  Pr 8 descrive la relazione tra Sapienza e sapiente come amore reciproco (Pr 8, 17.21), gioia donata e ricevuta. La Sapienza è descritta come fonte di vita (Pr 8, 35) ed i suoi ascoltatori sono invitati come figli a prestare ascolto al suo insegnamento.  Pr 8, 32b.34 contiene due beatitudini legate all’ascolto del suo insegnamento.

In Sap 7, 22 l’elogio della sapienza sottolinea che in essa c’è un spirito santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senza affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. Quest’elogio della Sapienza che è partecipe dell’intimità di Dio (Sap 8, 3), che possiede la sua onnipotenza e collabora con la sua opera creatrice (Sap 8, 4) annuncia la teologia dello Spirito Santo. Ventuno attributi stanno a significare la sua perfezione. Importante sottolineare che nella Sapienza è presente un spirito.

In Sir 24, 3-6 la Sapienza si presenta come uscita dalla bocca di Dio, la sua Parola:  «Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra. Io ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. Ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi (Sap 1-6)». Il libro abbraccia una visione del passato di Israele al quale si richiama la parte finale del libro (Sap 10-19). In essa l’escatologia si collega alla storia attraverso il ruolo del cosmo. Al centro del libro sta certamente l’elogio della sapienza (Sap 7-9), mediatrice tra Dio e l’uomo.

Si può dire che il libro della Sapienza è caratterizzato da uno stile midrashico. L’autore si pone infatti come ponte di incontro della sapienza giudaica all’interno del mondo culturale dell’ellenismo. La celebrazione della sapienza non loda una virtù umana, ma chiede a Dio la sapienza divina. Lo sfondo del libro rimane sempre la Scrittura ebraica, riletta e riproposta dall’autore attraverso la cultura ellenistica. L’autore colora il genere letterario dell’elogio con quello del midrash, un modo di procedere tipico della letteratura giudaica.

Nella prima parte del libro (Sap 1-6) l’autore tiene presente gli interrogativi di Giobbe e di Qohelet.  Rileggendo Gen 1-3 e meditando sulla giustizia di Dio, l’autore nel giudizio finale prospetta l’incorruttibilità per i giusti e una triste sorte per gli empi. Giobbe 28, 12-28 poneva la domanda: «Ma la saggezza, dove trovarla?... L’abisso dice: “Non è in me”; il mare dice: “Non sta da me”... Da dove viene dunque la saggezza?...  Quando Dio diede una legge alla pioggia e tracciò la strada al lampo dei tuoni, allora la vide e la rivelò, la stabilì e anche l’investigò. E disse all’uomo: “Ecco, temere il Signore, questa è saggezza”».

La Sapienza parlando di sé pone il lettore dinanzi all’ineffabile mistero di Dio. Mediatrice tra Dio e l’uomo, essa parla in prima persona esprimendo un’autorità superiore a quella dei profeti i quali non parlavano in prima persona, con un’autorità propria, ma nel nome di Dio.

di FREDERIC MANNS

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