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Enzo Bianchi "Uno stile di vivere e operare nella Chiesa”

Vita Pastorale  
dicembre 2021
Uno stile di vivere e operare nella Chiesa
per gentile concessione dell'autore

“Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla chiesa di questo terzo millennio”. Queste parole di papa Francesco ripetute in diversi contesti indicano con forza l’itinerario che i battezzati radunati nella chiesa cattolica devono percorrere con impegno e convinzione in obbedienza a ciò che lo Spirito dice alle chiese e all’aggiornamento della chiesa stessa proposto da papa Giovanni e dal concilio Vaticano II, ormai quasi sessant’anni fa.

 

Sinodalità, una parola che risuona come nuova nel popolo di Dio perché nella nostra chiesa cattolica non è mai stata praticata se non saltuariamente, a frammenti, e solo a livello episcopale. La forma della nostra chiesa, soprattutto nel II millennio è diventata sempre più centralizzata e verticalistica, polarizzata sul primato del papa di Roma e accompagnata dalla collegialità episcopale espressa saltuariamente nei concili e nei sinodi.

 

Neanche papa Francesco all’inizio del suo pontificato e nel denso magistero dell’Evangelii Gaudium ne faceva menzione, anche se come una linfa sotterranea la sinodalità ispirava alcuni orientamenti dell’esortazione apostolica. Ma poco a poco è emerso in papa Francesco un pensiero sulla sinodalità sempre più elaborato, un pensiero che non fa più riferimento soltanto alla prassi sinodale delle chiese orientali, ma intravvede nella sinodalità un cammino da fare insieme tra fedeli, pastori, vescovi, papa, un cammino degno del popolo di Dio, il gregge di Dio sui sentieri della storia.

 

Cerchiamo però di precisare i diversi termini oggi diventati frequenti nella comunicazione ecclesiale, ma sovente invocati e usati in modo impreciso e confuso.

 

Innanzitutto “sinodo” è una parola che deriva dal greco sýnodos, composta da un prefisso, syn, che significa “con”, “insieme”, e hodós, strada, cammino. Dunque questo termine evoca un camminare insieme, un fare strada insieme.

 

Cerchiamo di cogliere tutte le connotazioni del “camminare”: camminare è muoversi, non restare chiusi nei recinti, e contiene un dinamismo, un movimento che è sempre uscita verso…, con un orientamento, un processo che punta a un cambiamento. “Camminando si apre cammino” diceva il poeta Machado!

 

Ma c’è il prefisso syn, tanto caro all’esortazione dell’apostolo Paolo, che sempre rivolgendosi ai cristiani raccomanda loro di vivere, fare, sentire, morire syninsieme. Mai da soli, mai senza gli altri, perché chi vive, sente, opera senza gli altri finisce per sentire, vivere e sperare contro gli altri!

 

Come non ricordare che i primi seguaci di Gesù negli Atti degli apostoli vengono chiamati per sette volte “quelli della via” o “quelli della strada” (cf. At 9,2; 19,9.23; 22.4; 24,14.22)? Ma camminano, stanno sulle strade insieme (syn) agli altri, per incontrare gli altri.

 

Per questa capacità di dinamica e di comunione la chiesa è stata chiamata non solo assemblea (ekklesía), non solo fraternità (adelphótes) ma sinodo (synódos), come scrive Giovanni Crisostomo. Perciò è stata chiamata sinodo la riunione degli apostoli a Gerusalemme, voluta per un confronto e una decisione sull’incandescente problema dell’ammissione di non circoncisi pagani nella chiesa nascente, come ci viene narrato negli Atti degli Apostoli (c. 19) da Luca. Papa Francesco ha recentemente commentato: “È il Nuovo Testamento che ci mostra come la chiesa nasce sinodale, e vive attraverso la sinodalità”.

 

Ora però va riconosciuta la novità di questa sinodalità indicata come urgente e irrinunciabile per la chiesa di oggi da papa Francesco. Il sinodo non sarà più soltanto un organismo episcopale che sostiene il papa nel suo ministero ed è da lui consultato, né si esprimerà soltanto in quelle assemblee diocesane e regionali che abbiamo vissuto anche in questi decenni del postconcilio, quando rappresentanti delle componenti della chiesa locale erano radunati per discutere, discernere urgenze pastorali, e quindi offrire al vescovo i risultati del loro lavoro affinché legiferasse. Questa sinodalità era già in atto nella chiesa gregoriana del II millennio, ma oggi è richiesto un balzo in avanti: la sinodalità così come la indica il Papa è innanzitutto uno stile, un modus vivendi atque operandi della chiesa, è un processo che coinvolge tutto il popolo di Dio nella vita e nella missione: tutti i battezzati sono chiamati a partecipare affinché si realizzi il principio forgiato dalla tradizione giuridica cristiana: “Quod omnes tangit ab omnibus tractari et deliberare debet”. Dunque la sinodalità come evento e procedura è stata trasformata per dare spazio al popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione in un cammino percorso da tutti e insieme e in una partecipazione attiva (partecipatio actuosa) alla missione affidata dal Signore Gesù alla sua chiesa.

 

Questa sinodalità che viene chiesta da oggi nel percorso sinodale e che va assolutamente vissuta a livello di parrocchia, chiesa locale, regionale, nazionale e infine universale, avrà la sua epifania e il suo apice nel sinodo dei vescovi indetto per l’ottobre del 2023. Un sinodo, va detto, la cui forma deve essergli data anche dagli esiti o dalle acquisizioni del cammino sinodale. Sarà certamente un sinodo dei vescovi, ma la composizione dei partecipanti con gli aventi diritto di voto deve ancora essere definita: vi parteciperanno solo vescovi e alcuni superiori maggiori della vita religiosa (nell’ultimo sinodo c’era solo un laico, unico semplice fedele: un piccolo fratello, superiore maggiore della sua congregazione, mentre nessuna donna era stata ammessa al diritto di voto) o sarà possibile anche la presenza di semplici fedeli, uomini e donne? In ogni caso occorre essere chiari e non nutrire illusioni: per ora il sinodo resta consultivo e non deliberativo e le votazioni dei padri sinodali riguardano mozioni, proposizioni da offrire all’autorità del Papa, al quale solamente spetta poi deliberare nel modo che lui decide nella libertà e nell’obbedienza allo Spirito santo. Per ora nel sinodo sono possibili procedure di partecipazione anche da parte di esperti e di testimoni invitati dal Papa, ma questi restano esclusi dalle procedure decisionali. A tal proposito un teologo spagnolo, Jesús Martínez Gordo, in un articolo recente, ha parlato di “infarto teologico della sinodalità” se non si arriverà nel prossimo sinodo a una concreta corresponsabilità ecclesiale, delineata come stile permanente della vita della chiesa.

 

Sì, il cammino del sinodo è nuovo, è difficile: occorreranno procedure prescritte secondo l’intenzione di Papa Francesco, che veramente vuole tutto il popolo di Dio partecipe e responsabile della comunione e della missione della chiesa nel mondo.

 

Ho fatto alcune precisazioni su sinodo e sinodalità perché le penso necessarie per non ridurre questi temi a slogan, o a parole ricorrenti in un gergo ecclesialese disincarnato e spiritualista. Anche per questo ribadisco l’importanza della preposizione syn, con, insieme, che ci rimanda a una concretezza di rapporto, di relazione, di vita. Il cristiano è innanzitutto un discepolo generato dalla relazione con Gesù, il Signore. I discepoli e le discepole, scrive Luca nel suo Vangelo, “erano con lui”, syn autô, con Gesù. Coloro che erano stati chiamati da Gesù e lo avevano seguito (akolutheîn) nell’ascolto della sua Parola erano stati coinvolti nella sua vita al punto che si poteva dire di loro: “stavano, erano insieme con lui!” (syn autô).

 

Ecco come inizia il cammino: innanzitutto insieme a Gesù, e quindi insieme ai fratelli e alle sorelle, i credenti discepoli di Gesù! Lo dico con molta forza e convinzione: si cammina innanzitutto insieme, con Gesù, con Gesù Signore Vivente sulle strade del mondo!

Qui l’inizio decisivo di ogni sinodo, di ogni camminare insieme!

 

Questo significa che il primato va all’ascolto del Signore, della sua Parola, di ciò che lo Spirito dice alle chiese e ai credenti. Altrimenti possiamo anche camminare con gli altri, ma non sapremo dove dirigerci, quale strada percorrere, perché lui solo è la via: e se noi cristiani siamo “quelli della via”, siamo quelli che hanno come via Gesù! “Io sono la via, la verità, la vita!” (Gv 14,6).

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