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Enzo Bianchi, Ludwig Monti, Paola Radif "Commenti Vangelo 19 dicembre 2021"

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Commenti Vangelo 
domenica 19 dicembre 2021 
Quarta Domenica di Avvento Anno C


 
12 novembre 2021 Avvento, tempo di attesa. 

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Commento al Vangelo della domenica e delle feste 
di Enzo Bianchi fondatore di Bose

Il profeta e il messia nel grembo delle madri comunicano tra loro
19 dicembre 2021
Quarta domenica di Avventoanno C

Lc 1,39-45

³⁹In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. ⁴⁰Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. ⁴¹Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ⁴²ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! ⁴³A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? ⁴⁴Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. ⁴⁵E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

 

Il quarto vangelo confessa in modo dossologico, glorioso: “La Parola si è fatta carne e ha posto la sua tenda tra di noi” (Gv 1,14), e anche i vangeli sinottici ci testimoniano che la Parola di Dio si è umanizzata in mezzo a noi in Gesù di Nazaret, il figlio di Maria e di Giuseppe.

 

Luca, in particolare, è l’evangelista che vuole precisare quando e come questa Parola, ben prima di apparire pubblicamente, ha abitato in mezzo a noi, e con audacia ci racconta il momento stesso in cui, secondo le parole del messaggero di Dio, la potenza dello Spirito santo stende la sua ombra su Maria (cf. Lc 1,35), una ragazza vergine di Nazaret, e la rende madre di un figlio di Adamo che solo Dio ci poteva dare: suo Figlio! Così, nel nascondimento, nel silenzio avviene l’umanizzazione di Dio: da quel concepimento la Parola di Dio è in mezzo a noi e Maria, la madre di Gesù, è la tenda nella quale essa prende dimora. Secondo Luca questa Parola, questo Lógos toû Theoû, inizia un viaggio, vive tra gli umani (cf. Bar 3,38), da Nazaret a Gerusalemme e da Gerusalemme fino agli estremi confini del mondo, fino a Roma (cf. Lc 2,22.41; 9,51; 24,47; At 1,8; 28,30-31). Ecco “la corsa della Parola” (cf. 2Ts 3,1), l’evangelizzazione che inizia – lo si dimentica troppo spesso – con il cammino, il viaggio di una donna, di Maria, la madre del Figlio di Dio.

 

Sì, perché Maria, appena ricevuto l’annuncio della sua gravidanza (cf. Lc 1,26-38), per un impulso interiore causato dalle parole dell’angelo, che rivelandole la sua maternità le ha anche rivelato la fecondità del grembo di Elisabetta, sua cugina, si mette in viaggio in fretta, la fretta escatologica, verso la montagna della Giudea. Dalla Galilea alla Giudea, da Nazaret alla periferia di Gerusalemme, un viaggio di più giorni. Da cosa è mossa Maria? Dalla carità verso l’anziana Elisabetta, che tutti dicono “la sterile” (cf. Lc 1,36), ma anche dall’ansia di comunicare la buona notizia, il vangelo ricevuto dall’angelo, nonché dal desiderio di ascoltare la cugina come donna nella quale Dio ha compiuto meraviglie. Maria appare subito come donna di carità e donna missionaria.

 

Ed ecco l’incontro tra le due donne: Maria raggiunge la casa di Zaccaria, il marito di Elisabetta, il sacerdote che all’annuncio dell’angelo circa la nascita di un figlio da lui vecchio e dalla moglie sterile era restato titubante nel credere, e perciò era diventato afono, a tal punto da non poter dare la benedizione al popolo, al termine della liturgia dell’offerta dell’incenso (cf. Lc 1,8-22). Maria incontra subito Elisabetta, ed entrando in casa la saluta: una donna gravida da pochi giorni di fronte a un’altra donna gravida da sei mesi, entrambe in questa condizione in virtù della grazia e della potenza di Dio, che ha reso fecondo il loro grembo inerte; entrambe portatrici di un figlio voluto da Dio; entrambe madri, vere e proprie “tende” nelle quali dimoravano due eletti, chiamati da Dio stesso con un nome da lui rivelato. Il figlio di Maria sarà chiamato Jeshu‘a, Gesù, che significa “il Signore salva”, e si manifesterà come Messia, Figlio del Dio Altissimo (cf. Lc 1,31-32), concepito da Spirito santo (cf. Lc 1,35). Il figlio di Elisabetta, Giovanni, “il Signore fa grazia” (Jochanan), sarà colui che “camminerà davanti al Messia con lo spirito e la potenza di Elia” (cf. Lc 1,17), profeta ripieno di Spirito santo ancor prima di nascere, fin dal grembo di sua madre.

 

Ed ecco, appena Maria entra nella casa, rivolge il suo saluto a Elisabetta, provocando una reazione inaspettata nell’anziana parente. Con il suo saluto, infatti, Maria causa tre eventi che permettono a Elisabetta di riconoscere in lei non solo la cugina che va a trovarla, ma la “madre del Signore”. Appena Maria indirizza a Elisabetta il saluto messianico: “Rallegrati!”,

il figlio di cui la cugina è gravida, invaso dalla gioia messianica, danza, esulta nel suo grembo;

lo Spirito santo scende su Elisabetta;

lo stesso Spirito le consente il discernimento profetico di colei che le sta davanti e del frutto del suo grembo.

 

In quel viaggio di carità, ma anche evangelizzatore, con il semplice suono della sua voce (phoné), Maria provoca la gioia messianica annunciata dagli antichi profeti (cf. Sof 3,14; Zc 2,14), nonché la discesa dello Spirito santo su Elisabetta. E subito Giovanni sussulta o danza, rivelando alla madre l’identità profonda di Maria. Si compie così la promessa dell’angelo a Zaccaria: “Sarà colmato di Spirito santo fin dal grembo di sua madre” (Lc 1,15). E così Giovanni, ancora bambino anonimo nel grembo della madre, già profetizza, non con la parola ma con l’esultanza. Avviene una communicatio idiomatum tra figlio e madre, che riconoscono entrambi la presenza del Signore in embrione nel grembo di Maria. Sì, possiamo dire che nella Visitazione ha inizio il ministero di Maria, polo di attrazione dello Spirito santo, e insieme quello di Giovanni, che profetizza, annuncia, indica il Veniente ed esulta per la sua presenza (cf. Gv 3,29).

 

Questo racconto dà le vertigini: il Messia Gesù, non ancora nato ma presente nel grembo della madre Maria, incontra il precursore, profeta presente egli pure nel grembo della madre Elisabetta e, riconosciuto, causa la gioia, l’esultanza, la danza, come quella di David davanti all’arca della presenza del Signore (cf. 2Sam 6,12-15). Avviene l’incontro con il Cristo da parte di tutta la profezia che lo ha preceduto, profezia di Israele ma anche delle genti, che discerne la venuta del Veniente tanto desiderato e profetizzato; e questo riconoscimento provoca la danza adorante e gioiosa per il compimento delle promesse di Dio. Tutto questo accade grazie a due donne che si incontrano. Elisabetta allora, riempita di Spirito santo profetico, è resa capace di interpretare la danza del suo bambino nel grembo e così esclama, con un’acclamazione liturgica (verbo anaphonéo: cf. 1Cr 15,28; 16,4.5.42; 2Cr 5,13 LXX): “Tu, Maria, sei benedetta tra tutte le donne, sei beata perché hai creduto alla parola del Signore, sei la madre del mio Signore (Kýrios!)”. Non riconosce in quella gravidanza solo la fecondazione divina (“Benedetto sarà il frutto del tuo grembo [, o Israele]”: Dt 28,4), ma confessa che quell’embrione è il Signore concepito da Maria per la potenza dello Spirito di Dio. Sì, il figlio di Maria è il Cristo Signore annunciato dal salmo 110 (v. 1), dunque Maria è l’Israele benedetto, la terra benedetta perché contenente la benedizione piena e definiva di Dio per tutta l’umanità.

 

Sono tante le donne benedette nella storia della salvezza, anche se lo dimentichiamo troppo facilmente: da Sara a Elisabetta, infatti, la loro presenza nelle Scritture è continua. Ma Maria, proprio in quanto madre del Signore, è la benedetta tra tutte, è colei che tutte le generazioni acclameranno “beata”! Elisabetta, però, non solo benedice Maria, ma confessa anche la sua vera identità: come David, il Messia e profeta, di fronte all’arca dell’alleanza che gli veniva incontro, aveva esclamato con stupore: “Come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9), così Elisabetta esclama: “Come mi è dato che la madre del mio Signore venga da me?”. Come l’arca dell’alleanza era sito della Presenza, della Shekinah di Dio, così Maria! Veramente, secondo quanto la chiesa confesserà con intelligenza spirituale, Maria è foederis arca, arca che contiene il Signore; è colei che, significativamente, apparirà nei cieli come la donna madre del Messia (cf. Ap 11,19-12,1). Ed Elisabetta, pur consapevole di ciò che Dio ha operato nel suo grembo sterile, sa comprendere questa differenza: Maria è l’arca dell’alleanza, il luogo della presenza di Dio nel mondo, il sito in cui è localizzabile, individuabile il Dio fatto carne.

Qui il mistero è grande: mistero del Dio nascosto,

nascosto in un bambino ancora anonimo,

cioè ancora senza l’imposizione umana del nome,

ma con un nome gradito a Dio: Gesù, “il Signore salva”.

Nello stesso tempo,  mistero della profezia,

in Giovanni ancora afona,

ma che in lui sa già indicare il Veniente, il Signore,

perché egli sa subito vivere la vocazione di precursore.

 

Tutto questo nell’utero di due donne che parlano l’una all’altra, si ascoltano e si rallegrano lodando Dio. Il suono della voce di Maria raggiunge Elisabetta, che “canta” a lei e per lei; la confessione della fede di Elisabetta raggiunge Maria, che canta il Magnificat (cf. Lc 1,46-55).

 

Queste non sono preistorie del Messia, ma è la storia del Messia, del Figlio di Dio fattosi umano tra di noi: di questo sono eloquenti due donne, Elisabetta e Maria, donne capaci di fede nella parola del Signore, donne ripiene di Spirito santo.


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IV domenica d’Avvento C

Lc 1,39-45

Ogni quotidiana visitazione

Ludwig Monti, biblista

  

In questa quarta domenica d’Avvento, ormai al cuore delle Ferie Maggiori d’Avvento, entriamo nell’atmosfera della memoria della venuta nella carne (il corpo di cui parla la seconda lettura: Eb 10,5-10) di Gesù a Betlemme (si veda la prima lettura: Mi 5,1-4), il Figlio di Dio, l’uomo che solo Dio ci poteva dare. In quest’ottica la chiesa ci fa meditare sul celebre episodio della Visitazione di Maria a Elisabetta, pagina dossologica, gloriosa, densa di risonanze del Primo Testamento.

Ma anche pagina che, come tutte quelle dei vangeli dell’infanzia, non è poesia o mito delle origini, bensì traccia di una possibilità di trasfigurare la nostra vita umanissima alla luce della fede nella Parola di Dio fattasi carne (cf. Gv 1,14), uomo, in Gesù. Le due cose vanno di pari passo: più ci si lascia impregnare dalla Parola contenuta nelle Scritture, Parola che è Gesù Cristo, più si è capaci di dare spessore e profondità alla nostra vita quotidiana, ossia all’amore che solo può darle senso.

Maria ha appena ricevuto dall’angelo l’annuncio della nascita umanamente impossibile del Figlio dell’Altissimo dal suo grembo verginale e si è mostrata discepola pronta nell’obbedire alla chiamata di Dio, pronunciando il suo: “Eccomi!” (cf. Lc 1,26-38). È il suo ascolto, cioè la sua fede (cf. Rm 10,17), che l’ha resa capace di essere madre, di generare il Messia. Non dimentichiamo che proprio in questo senso a lei molti anni dopo si riferirà Gesù quando “una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: ‘Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!’. Ma egli disse: ‘Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!’” (Lc 11,27-28).

Subito la giovane ragazza di Nazaret, divenuta Arca dell’alleanza in quanto Dimora del Signore, si reca verso la montagna della Giudea, per essere vicina alla cugina Elisabetta, sterile eppure incinta per opera della misericordia di Dio. Il viaggio di Maria avviene “in fretta”, è contrassegnato dall’urgenza di chi porta in sé il Messia e desidera condividere questo dono inestimabile. In radice quello di Maria è un viaggio mosso dalla carità che finisce per diventare missionario: corre spinta dall’amore, corre per mostrare concretamente la sua vicinanza all’anziana parente, e finisce per portare Cristo…

Ciò che segue scaturisce da questo amore che pensa e realizza l’incontro: il saluto di Maria che provoca la discesa dello Spirito santo su Elisabetta e la gioia messianica annunciata dai profeti; la danza di Giovanni Battista che nel grembo di sua madre già riconosce Cristo presente in Maria; la benedizione e la beatitudine pronunciate da Elisabetta. Ma tutto ciò nasce dall’indissolubile legame tra il vivere l’amore e il portare Cristo. Ecco il legame: basta lasciare che Gesù Cristo viva in noi (cf. Gal 2,20), che sia lui a ispirare il nostro comportamento; ovvero, basta attendere la sua venuta con un desiderio così intenso che ci induce ad assumere il suo sentire (cf. Fil 2,5) e i suoi “modi” (Didaché). Nella fiducia che Cristo è capace di renderci beati perché credenti, che lui può aprire per noi il sentiero dell’amore: l’amore intelligente che è adesione alla realtà, attenzione all’altro concreto che abbiamo di fronte, capacità di incontro gioioso e gratuito nel riconoscimento reciproco, nel vero dialogo, nello scambio dei doni. Quell’amore che è di per sé benedizione: ecco il vero miracolo che la nostra assiduità con Gesù può realizzare in ogni quotidiana visitazione.

È vivendo l’amore che possiamo portare Gesù Cristo a quanti incontriamo. Proprio come scriveva il carissimo don Bruno Maggioni: “la Serva del Signore si fa serva degli umani, come è nella logica del Vangelo, dove l’amore di Dio si dimostra e si verifica nell’amore del prossimo”.


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SULLE VIE DELL'AVVENTO

Quarta domenica di Avvento

Vangelo: Lc 1, 39-45 

 

                          METTERSI IN CAMMINO

 

Abbiamo ascoltato il forte invito alla conversione che il tempo di Avvento porta con sé, ci siamo messi al seguito di Giovanni Battista cercando, forse, di appianare qualche asperità dell'anima in attesa di portare anche noi i nostri frutti e ora che abbiamo camminato che cosa ci viene chiesto nel vangelo di oggi? Se vogliamo imitare Maria, di metterci di nuovo in cammino!

L'evangelista Luca, che probabilmente ha appreso da Maria stessa ciò che nel suo vangelo si riferisce a Lei, ce la descrive infatti “in viaggio”. Il primo gesto concreto che compie dopo il colloquio con l'angelo che le chiede l'assenso per un' inimmaginabile maternità divina, è quello di recarsi subito, “in fretta” dalla cugina Elisabetta già avanti negli anni anch'essa in attesa di un figlio.

Sì, Maria va in fretta. Questa fretta pensiamo di conoscerla anche noi che nelle nostre giornate troviamo ben pochi momenti per agire con calma coltivando pensieri più alti rispetto alle ansie della quotidianità. Maria, però, diversamente da noi, va in fretta non per sbrigare una faccenda pur importante e poi apprestarsi al prossimo impegno. Maria va in fretta per restare. E questo può insegnarci uno stile nuovo, quello della carità che agisce senza premura, non conosce la fretta e l'insofferenza. Age quod agis, dicevano i latini, e questo va ancora bene per noi perchè ci sussurra : “Quello che fai, fallo bene, stai lì con la testa e non pensare ad altre cose, fai ogni cosa con tutta la generosità possibile”. Maria affronta un tragitto faticoso, circa 150 chilometri a dorso di mulo, da Nazareth a Gerusalemme e oltre, su per le zone montuose della Giudea.

Portatrice e ascoltatrice di grandi notizie, chiuse per ora nel segreto del cuore, Maria arriva al villaggio in cui il sacerdote del tempio, Zaccaria, vedrà realizzarsi la profezia che anch'egli ha ricevuto dall'arcangelo Gabriele: la nascita ormai insperata di un figlio, il precursore del Messia. Il gesto di carità di Maria è ispirato dallo Spirito Santo, il grande suggeritore degli eventi di grazia e delle azioni anche più nascoste nella storia della Chiesa. C'è un dialogo ad un tempo conciso e denso tra Maria ed Elisabetta, due donne coinvolte in un progetto più grande di loro, al quale hanno accettato di collaborare, pur con l'umile consapevolezza di non essere certo protagoniste, secondo la logica del Magnificat, pronunciato da Maria.

A pochi giorni dal Natale la liturgia vuole collocarci già nell'atmosfera gioiosa che fa da cornice ad un Bambino che torna ogni anno a nascere per noi. Si direbbe un traguardo, ma se guardiamo a quella grotta di Betlemme capiamo che tutto deve ancora compiersi. C'è un neonato, sconosciuto, povero, nel buio di una grotta: porta in sé un compito immenso. Come sua madre, anche lui, al momento opportuno si metterà in cammino per realizzare la volontà del Padre. Quel Bambino ci insegna a fare altrettanto: mai fermarsi, c'è sempre qualcosa da scoprire, domani.

Ogni giorno un nuovo tratto di strada.

Tante volte abbiamo desiderato raggiungere un obiettivo per noi importante: compiere 18 anni, terminare la scuola, avere in mano un diploma, conseguire la laurea, trovare un lavoro, incontrare la persona ideale per costruire tutta una vita insieme. Ci sembravano traguardi ma erano in realtà solo punti di partenza. La vita cristiana chiede di non fermarsi mai per aspirare a un “di più” che ci porta oltre e ci fa grandi agli occhi di Dio. Ogni giorno sia un piccolo viaggio alla ricerca di motivazioni forti, per conservare la freschezza del nostro Battesimo nell'annuncio e nella testimonianza.

Qual è allora il messaggio del Natale alle porte? Corri a Betlemme col cuore seguendo le indicazioni del vangelo e poi resta lì, sii capace di sostare.

                                                                                  

                                                                                                   Paola  Radif

pubblicato su Il Cittadino - Settimanale della diocesi di Genova del 19 dicembre 2021 

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