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Massimo Recalcati "Non esiste un tempo giusto per morire ma quello del Covid è il più crudele"

La Stampa, Tuttolibri, 25 settembre 2021

L’ultimo piccolo libro autobiografico di Chimamanda Ngozi Adichie, titolato Appunti sul dolore, è una dedica struggente al proprio padre, morto durante l’epidemia del Covid 19. La morte di un padre è uno degli eventi più fondamentali nella vita di un essere umano. Rileggendo l’Amleto di Shakespeare, Lacan spiega questa crucialità sostenendo che nella vita di ogni bambino il padre è il simbolo della protezione e della rassicurazione. La sua perdita non significa dunque solamente la perdita di una persona amata, ma anche la perdita dell’idea - infantile - che esista un Altro in grado di ripararci dall’ingovernabilità insensata della vita. 

Con la morte di un padre la sua funzione di scudo è destinata a venire meno per sempre. Si tratta allora di un doppio lutto: lutto per la perdita di una persona cara che ci ha dato la vita e l’ha protetta dalle sue insidie e lutto definitivo per la nostra infanzia e la sua illusione di trovare nel proprio padre un riparo definitivamente sicuro. Lo scrive con precisione Adichie: se un padre è simbolo di radicamento la notizia della sua morte è un’esperienza di «brutale sradicamento». Con l’aggiunta necessaria che non esiste alcuna possibilità di rendere una morte priva di dolore. Come ricordava Simone De Beauvoir ne Una morte dolcissima, ogni morte umana è sempre traumaticamente contronatura. Arriva troppo in anticipo, sempre troppo presto. Non esiste, infatti, un tempo giusto, naturale, per morire. 

Il trauma della morte di una persona amata è ancora più evidente quando la morte non è preparata da una lunga malattia, ma accade senza significativi preavvisi, di colpo. Senza dare tempo a chi resta di congedarsi da chi se ne va. In un tempo come quello della pandemia questo trauma senza congedo simbolico è stato, come sappiamo, una terribile regola. Il distanziamento forzato ha reso l’atrocità già intrinseca in ogni morte ancora, se possibile, più atroce. Questo piccolo e prezioso libro racconta l’esperienza di un lutto. E questa esperienza non è mai solo un’esperienza del pensiero, ma coinvolge il corpo: la nostra carne, i nostri muscoli, i nostri organi. E, tutti coloro che vi sono coinvolti, come Adichie descrive bene, si sentono sempre sprovveduti e immaturi per digerirne integralmente il peso. 
Ogni lutto è infatti, ciascuno a suo modo, sempre insufficiente poiché non esiste un lutto ideale che ci conduca al di là di chi è scomparso senza lasciare delle ferite profonde, dei resti melanconici di ciò che abbiamo perduto. Eppure il mondo continua indifferente la sua vita come se nulla fosse accaduto. 
La vita del mondo, infatti, ignora le nostre morti e i nostri lutti. Procede come una infinita ripetizione di se stessa. 

La morte è sempre di qualcuno mentre la volontà di vita, come si esprimeva Schopenhauer, non ha, in se stessa, alcun nome. È solo una volontà che vuole ciecamente se stessa. Gli esseri umani si staccano dal grande albero della vita come foglie insignificanti. Solo per chi ha amato chi scompare - la sua assenza irreversibile - diviene impossibile da sopportare. Allora il senso del mondo collassa e più «niente ha senso». 

Ma come possiamo continuare a vivere senza l’amore e lo scudo del proprio padre? Ogni lutto, come insegna la psicoanalisi, è un lavoro della memoria. È quello che accade anche a Chimamanda: il suo pensiero recupera i ricordi di suo padre, oppure questi ricordi si affacciano alla sua coscienza senza che nessuno li abbia convocati. Sono ricordi per lo più senza grande rilevanza: «ricordo l’orologio appoggiato sul suo polso», «il momento in cui quella fotografia è stata scattata», la sua «risata acuta», il suo modo di camminare o di gesticolare. I ricordi di chi è mancato ingolfano la nostra mente e il loro ritorno provoca un pianto incontenibile. Ma nessuno di essi, né, tantomeno, le nostre lacrime, hanno il potere di restituirci chi non c’è più. Non solo. Se è impossibile dimenticare è anche impossibile ricordare come vorremmo ricordare. Entrambe queste operazioni costano dolore perché chi è scomparso fugge sempre dalla nostra presa. Non c’è ritorno possibile dal regno dei morti: «non vedrò più mio padre», scrive rassegnata Chimamanda. «Gli strati di perdite una dopo l’altra fanno sentire la vita esile come carta velina». Tuttavia, resta l’eredità come movimento aperto in avanti: «io sono la figlia di mio padre», scrive laconicamente. Padre e figlia condividono insieme all’amore una profonda stima l’uno dell’altra. Un mondo intero di valori (il rigore, l’onestà, la passione per il proprio lavoro, il sentimento di dignità personale e collettiva) si è trasmesso da una generazione all’altra. 
Riconoscersi come la figlia di suo padre non significa cancellare la propria singolarità. 

Questo piccolo libro non sposa le tesi oggi egemoni della liquidazione dei padri come ingombri inerti, pesi oppressivi, limiti repressivi. Al contrario: prevale gratitudine verso il padre che ha dato un contributo essenziale alla sua formazione della sua vita. L’eredità non prende qui le forme negative della rivolta, dello scontro, del rifiuto, ma quelle affermative del riconoscimento di una provenienza. 
Al tempo stesso Chimamanda coglie una verità evidente e insuperabile: ora che lui è morto può scrivere di suo padre solo al passato. È un «cuore di piombo, una realtà ostinata che si rifiuta di cambiare». Ed è assolutamente inevitabile che sia così. Ma la sua sofferenza è anche il nome più proprio del suo amore verso il padre. Nel suo sordo dolore è l’amore ad aprire uno spiraglio inaudito: «la sofferenza è un monumento all’amore: solo chi prova dolore autentico può dire di avere amato davvero». 
La figlia porterà per sempre con sé stessa, nel suo corpo e nella sua anima, ciò che suo padre è stato per lei. E questo avviene, nel corso di questo piccolo libro, come un movimento in avanti e non come un ripiegamento melanconico all’indietro. È la spinta a scrivere che ad un certo punto si impossessa di lei come una resistenza singolare di fronte alla tirannia assurda della morte. La scrittura trova qui la sua giustificazione più propria. La descrive come «un’urgenza nuova». È «un senso incombente di precarietà» che non si accascia su se stesso ma che genera una spinta: «Devo scrivere tutto adesso, perché chissà quanto tempo mi resta»

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