Enzo Bianchi "Idolatria e società"

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Solo qualche decennio fa un muro, un confine di separazione invalicabile appariva tracciato tra credenti da una parte e atei e agnostici dall’altra. Questa visione schematica, che identificava nei non credenti gli abitanti della città dell’idolatria e nei cristiani gli abitanti della città di Dio, ormai è stata completamente rimossa e appare anzi priva di senso, non solo perché l’incredulità attraversa anche il cuore dei credenti, ma soprattutto perché l’idolatria è presente da entrambe le parti. Sì, cristiani e non cristiani abitano la stessa città in cui l’idolatria si manifesta come dominante efficace e come tentazione potente. È vero che essere cristiani dovrebbe implicare un ripudio degli idoli, dei falsi dèi, attraverso un concreto mutamento di vita rispetto alla mondanità, ma, di fatto, il cammino del credente è contraddetto dal suo cadere, dal suo alienarsi agli idoli. Il credente e il non credente si trovano dunque l’uno accanto all’altro nel confronto continuo con le dominanti idolatriche: la lotta contro l’idolatria dovrebbe pertanto essere un impegno di entrambi.

 

L’idolo, infatti, prima di essere un falso teologico (riguardante cioè la fede dei cristiani) è un falso antropologico: è una forza che perverte l’uomo, gli fa imboccare e percorrere strade di morte in cui egli, lo sappia o no, arriva a perdersi. L’idolo nasce quando l’essere umano non si dà divieti, non accetta e non si fissa limiti: allora vuole tutto e subito, e lo vuole a portata di mano, senza tener conto degli altri.

 

Un aspetto dell’idolatria presente nella nostra vita sociale è certamente costituito dal narcisismo. Ma che significa affermare che la cultura e la società in cui viviamo sono narcisistiche? A livello di patologia individuale il narcisismo è caratterizzato da un esagerato investimento nella propria immagine a spese del “sé”, dalla negazione del corpo e dei sentimenti per poter esibire e mantenere quell’immagine di sé che consente di essere seduttivi, di ottenere e farsi riconoscere il potere e il controllo sugli altri. A livello sociale e culturale il narcisismo è essenzialmente una perdita di valori umani:

 

“Quando viene a mancare l’interesse per l’ambiente e per i propri simili, quando la proliferazione delle cose materiali diventa la misura del progresso nel vivere, quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza, quando la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di sé vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’‘immagine‘ e deve essere ritenuta narcisistica” (A. Lowen).

 

Sì, ormai le nostre città sono diventate “un labirinto di immagini” (Michel De Certeau) e noi viviamo in una società stregata dalle immagini, ma che ha perso il senso del simbolo. Più che mai oggi sembra avverarsi l’esse est percipi (“esistere è essere visti”), dove l’immagine della realtà si sovrappone alla realtà stessa. La molteplicità delle immagini diventa molteplicità delle possibilità di “stili di vita”, di “realizzazione di sé” in un universo di neo-politeismo, di radicale relativismo e indifferenziazione, frutto di una cultura dell’et-et che rimuove regole e nega limiti che pure sono essenziali tanto per l’umanizzazione dell’uomo e la sua edificazione personale quanto per la convivenza civile.

 

Ma il narcisismo, e i connessi fenomeni di perdita della simbolicità e di esproprio dell’interiorità attuati dalla civiltà dell’immagine, condannano alla frammentazione, all’isolamento. E oggi frammentazione e disgregazione affliggono il tempo, il corpo, la società. Viene da chiedersi: l’atomizzazione oggi patita tanto a livello di edificazione dell’io personale quanto di strutturazione della vita collettiva è forse la versione moderna (meglio, postmoderna) dell’antico divide et impera? Cioè la disgregazione e lo sfilacciamento che affliggono tanto l’individuo quanto la società (si pensi, ad esempio, alla crisi dell’istituzione familiare), non costituiscono forse il terreno più adatto per una risposta “forte”, che ricompatti “valori” e istituzioni in frantumi, o almeno che si presenti con questa immagine? L’altro nella nostra società è sempre più “l’uomo che guarda”, voyeur, non partner, spettatore passivo, non attore! E questo ci porta ad accennare all’aspetto politico dell’idolatria. In momenti di passaggio da un assetto socio-politico a un altro, di instabilità della struttura sociale e della situazione economica, di crisi del principio di autorità, di incertezza etica e anche di crisi delle religioni storiche, che lasciano spazio al diffondersi di un religioso selvaggio e sincretistico, sorge il bisogno di trovare un’immagine che fondi e rinsaldi l’identità collettiva e personale: l’idolo svolge proprio questa funzione rassicurante. Nell’idolo il divino si identifica con un volto familiare, con un manufatto umano. L’idolo abolisce la distanza con Dio e nega la sua alterità: è un divino spersonalizzato e reso inoffensivo, è costruzione umana, è “dio a immagine dell’uomo” che protegge la città, che rassicura la comunità che in esso riceve identità e che da esso è liberata dalla paura e destinata alla felicità.

 

Ma paura e tristezza sono proprio le due emozioni fondamentali che il narcisista rimuove presentando un’immagine perennemente sicura di sé e sorridente perché partecipe, anzi detentore, della felicità che promette agli altri nella sua opera di seduzione per ottenere il potere! Per questo la politica arriva spesso a suscitare idoli:

 

“Il Grande fratello, il Grande timoniere, il Führer o ‘l’uomo di cui c’è bisogno’ devono essere divinizzati: fatti dèi, essi scongiurano il divino, o più volgarmente il destino. L’idolatria dà la sua vera dignità al culto della personalità, quella di una figura familiare, domestica del divino” (J. L. Marion).

 

Dalla frammentazione del tempo negli innumerevoli tempi giustapposti e incalzanti imposti dai frenetici ritmi sociali, dalla scomposizione analitica del corpo fino alla sua riduzione a corpo-feticcio operata dal linguaggio pubblicitario della società dei consumi, dall’atomizzazione della società sorge un bisogno di unità. Il rischio è quello idolatrico di Babele, del totalitarismo. Nella frammentazione e spersonalizzazione dei rapporti la distanza dal potere può essere abolita da un volto familiare, che entra nelle case di tutti grazie a quei potenti distributori di immagini che sono i mass media e la rete. Ma soprattutto è l’abolizione della distanza operata da questi mezzi che può innestare una strumentalizzazione idolatrica, al fine di conquistare consenso e potere.

 

La fine delle ideologie, spesso assurte a sistemi idolatrici, non ha cancellato i bisogni e i problemi a cui esse cercavano di rispondere. Il rischio, ora, è quello di dare risposte ugualmente idolatriche seppure di altro segno e in altra forma.


Enzo Bianchi

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