Frederic Manns "Desideravo vederti e ho scoperto di essere visto in anticipo da te"

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L'Osservatore Romano 19 giugno 2021
Zaccheo l’impuro purificato

Continuiamo, nell’edizione del fine settimana, la pubblicazione di una serie di “racconti biblici”. Frederic Manns, noto biblista, professore emerito dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, rielabora, in chiave divulgativa e con uno avvincente stile narrativo, alcuni passi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Racconti integrati da interessanti annotazioni sugli usi di vita del tempo, sulle forme della spiritualità semitica e della cultura ellenistica, che trascinano il lettore dentro l’atmosfera in cui ha preso forma la Rivelazione.

Gesù con i suoi discepoli stava per entrare nell’oasi di Gerico, ricca di palme e alberi da frutto di ogni specie. «Un po’ di riposo non fa male prima di salire a Gerusalemme», disse. Mentre erano seduti i discepoli non potevano non ricordare le avventure di Giosuè e l’intervento miracoloso di Dio che aveva abbattuto le mura della città. Era la prima città conquistata dalle tribù ebraiche che ne sterminarono gli abitanti. «Dio che ha fatto miracoli continua a fare grandi cose, diceva Giovanni. La prostituta Rahab che aveva aperto le porte alle spie era stata considerata da tutti una santa, ma è permesso di dubitare», continuò l’apostolo. Dio scrive dritto con linee storte. Giovanni ricordò di aver sentito che il re Erode aveva costruito il suo palazzo d’inverno dove trascorreva una parte dell’anno. Il re viveva lì nel passato in compagnia del suo segretario Nicolao di Damasco e di sua sorella Salome. La città del profumo per le migliaia di essenze profumate che ne facevano una sorta di Paradiso, era stata regalata da Marco Antonio a Cleopatra come giardino personale e da lei ceduta ad Erode il Grande che vi costruì un palazzo e ne sfruttò economicamente molte essenze facendo produrre preziosi unguenti. Il balsamo di Gerico era molto pregiato. Ormai il Re era morto. Gesù ascoltava Giovanni e concluse: «Anna, la madre di Samuele, aveva ragione di dire: Rovescia i potenti dai troni».

Gerico era anche la città della luna, il gioiello verde nel deserto adagiato sotto il livello del mare. Questo miracolo era dovuto al fatto che il profeta Eliseo aveva gettato un po’ di sale nella sorgente d’acqua puzzolente. Quando c’è acqua la vita esplode.

La città delle palme portò anche in mente ai discepoli la festa dei tabernacoli che ogni anno ricordava la caduta di Gerico, simbolo della distruzione del male. Sette volte i pellegrini giravano intorno all’altare cantando Hoshanna e agitando le palme che tenevano nelle mani. Questo gesto voleva ripetere la presa della città e ricordare che il male è distrutto, ma è ancora presente nel mondo. Gerico era la figura del mondo presente dove il male si circonda con mura potenti. «Ci penseremo il prossimo autunno», dissero i discepoli. Questo messaggio venne illustrato concretamente nell’incontro che i discepoli stavano vivendo con Gesù.

Gerico era occupata dai Romani. Visto che i Romani facevano strade e grandi costruzioni — basta pensare ai lavori del Tempio a Gerusalemme o a quelli dell’ippodromo di Gerico — facevano pagare le tasse a tutti gli abitanti. Ma avevano collaboratori tra gli Ebrei che erano esattori di tributi. A Gerico c’era un pubblicano, piccolo di statura di nome Zaccheo, esoso e detestato, che voleva vedere Gesù e per vederlo salì su un sicomoro. Perché un sicomoro in una terra dove c’erano tanti altri alberi? Il legno del sicomoro veniva usato per i sarcofagi. Intanto era un legno che pur essendo morbido non veniva attaccato dai tarli ed era di così lunga durata che si incontrava nelle antiche tombe egiziane. Ma soprattutto questo legno era considerato come il grembo della dea madre in cui veniva deposta la salma per il suo viaggio nell’aldilà. Quindi era il simbolo di una sorta di rigenerazione.

Quando Gesù giunse sotto l’albero, si fermò e disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Gli apostoli, Pietro per primo, cominciarono a protestare. «Maestro non sai che Zaccheo è un capo dei pubblicani che fa soffrire il nostro popolo. Basta che hai chiamato Levi, uno di loro». Gesù rispose: «Pietro, bisogna andare in profondità: tu devi vedere un uomo dove gli altri vedono solo un delinquente. Bisogna cogliere innanzitutto in ogni uomo la sua condizione di essere umano, senza nutrire alcuna prevenzione. Quest’uomo si chiama Zakkai. Paradossalmente, il suo nome significa “puro, innocente”: ironia della sorte oppure un altro particolare che troverà fra poco la sua spiegazione. Svolge il mestiere impuro dell’ingiusto e odiato esattore delle tasse per conto dell’impero romano. È un peccatore pubblico, riconosciuto tale da tutti. Le persone emarginate e condannate sono nient’altro che il segno manifesto della condizione di ogni essere umano. I peccatori pubblici, sempre esposti al biasimo altrui, sono più facilmente indotti a un desiderio di cambiamento. Zaccheo, che non ha pace, è consapevole di essere peccatore e sa di avere bisogno del perdono: non ha meriti da vantare». Camminavano poi in silenzio fino alla dimora del pubblicano. Zaccheo apriva la strada.

La sua casa era un piccolo palazzo. Una fontana d’acqua portava un po’ di freschezza in questa città calda. A tavola i servi di Zaccheo portarono brocche d’acqua per lavare i piedi degli ospiti. Dopo un istante arrivarono altri servi con cibi deliziosi e bevande squisite. Mangiarono in silenzio dopo aver reso grazie a Dio. Anche Zaccheo disse: «Baruk ata: Benedetto sei tu Signore». Dopo il pranzo e dopo aver gustato i datteri deliziosi e i frutti del sicomoro Zaccheo disse: «Maestro tu sai come è difficile la nostra situazione al momento presente. Il nostro paese occupato non ce la fa più. Se vogliamo vivere dobbiamo in qualche modo collaborare con questi stranieri che sono più forti di noi. Ogni giorno tasse nuove, una volta per il Tempio, una volta per una fortezza...

«Maestro volevo vederti a tutti i costi. Sono salito su un sicomoro, perché tu stavi per passare di là. Ho voluto precederti per diventare un discepolo che ti segue e sta sempre dietro a te. Desideravo vederti e ho scoperto di essere visto in anticipo da te. Tu sei un profeta. Ecco Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto. Ero abituato a dare banchetti e ad accogliere persone in casa mia per fare affari. E qui sto per compiere l’affare della mia vita». Gesù concluse: «Anche tu sei un vero figlio di Abramo. Zaccheo il piccolo è diventato Zaccheo il grande. L’impuro è stato purificato. Oggi la salvezza è venuta per te».

Giovanni guardava il maestro senza capire. Gesù fissandolo, citò un versetto del libro della Sapienza: «”Non guardi ai peccati degli uomini, aspettando la loro conversione” (Sap 11, 23). Il perdono offerto ha preceduto la conversione; non è stata la conversione che ha causato il perdono. Mettitelo in mente».

Gesù ringraziò Zaccheo prima di riprendere la strada. Zaccheo voleva fare una offerta a Gesù per il gruppo dei discepoli. «Il Padre del cielo da il cibo agli uccelli e a tutti», rispose il maestro. Ma Giuda il tesoriere si avvicinò e prese la borsa che Zaccheo aveva preparato.

Usciti dalla casa si sentivano i commenti da tutte le parti: «È entrato in casa di un peccatore». Gesù rispose: «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». «Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori».

Sant’Ambrogio meditando su questo testo scrisse: «Chi potrebbe disperare di sé dal momento che giunse alla fede anche Zaccheo, lui che traeva il suo guadagno dalla frode?» (Esposizione del vangelo secondo Luca 8, 86).

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