Bruno Forte "La “sinodalità” per il rinnovamento della Chiesa"

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L'Osservatore Romano 7 giugno 2021

“Sinodalità” è un termine che risuona sempre più frequentemente nel linguaggio ecclesiale ai nostri giorni. All’opinione pubblica, della Chiesa e non solo, il termine arriva soprattutto grazie all’esperienza del Sinodo dei vescovi, cui Papa Francesco ha dato una speciale rilevanza col cammino delle due assemblee sinodali sulla famiglia, quella straordinaria (5-19 ottobre 2014), e quella ordinaria (4-25 ottobre 2015), con il Sinodo dedicato a «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», tenutosi dal 3 al 28 ottobre 2018, e con l’Assemblea speciale per la regione pan-amazzonica, svoltasi dal 6 al 27 ottobre 2019 sul tema «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale». È stata inoltre annunciata la XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che tratterà precisamente del tema «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione». Sotto l’impulso del Papa si sta dunque realizzando un articolato cammino sinodale, che di fatto stimola la Chiesa tutta ad esercitarsi in un processo di discernimento e di conversione pastorale, caratterizzato da un dibattito libero e nutrito, nella comunione della fede e della volontà di cercare il bene maggiore per l’identità e la missione della Chiesa. In questo cammino, la sinodalità è intesa anzitutto nel senso della collegialità episcopale, della partecipazione attiva e responsabile, cioè, del collegio dei vescovi al governo pastorale del popolo di Dio con il Papa e sotto la sua guida, ma si avvale dell’apporto delle diverse componenti del popolo di Dio, sia attraverso le numerose consultazioni preparatorie, che grazie all’attiva partecipazione in vario modo possibile nelle assemblee stesse.

Quanto si sta mettendo in atto è l’esperienza di una Chiesa viva, adulta nell’assumere la complessità, accomunata dall’ascolto dello Spirito, in cammino nella ricerca delle vie nuove, cui il Signore la chiama: una Chiesa “sinodale” in senso ampio. «Potrei dire serenamente — ha affermato Papa Francesco nell’importante discorso di sabato 18 ottobre 2014 — che con uno spirito di collegialità e di sinodalità abbiamo vissuto davvero un’esperienza di Sinodo, un percorso solidale, un cammino insieme… e come in ogni cammino ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la mèta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore». Il Papa ha poi aggiunto: «Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se… tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa pace quietista. Invece ho visto e ho ascoltato — con gioia e riconoscenza — discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di coraggio e di parresia. E ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la suprema lex, la salus animarum». Commemorando, poi, il 50° dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, il 17 ottobre 2015, Papa Francesco ha affermato che esso, «rappresentando l’episcopato cattolico, diventa espressione della collegialità episcopale all’interno di una Chiesa tutta sinodale… Esso manifesta la collegialitas affectiva, la quale può pure divenire in alcune circostanze “effettiva”, che congiunge i Vescovi fra loro e con il Papa nella sollecitudine per il Popolo di Dio».

L’altro nome che si potrebbe dare a questo stile di sinodalità è quello di un’alleanza ministeriale — cioè di corresponsabilità e di servizio — tra tutti i membri del popolo di Dio: ognuno secondo il carisma ricevuto e il ministero che è stato chiamato ad esercitare è responsabile con tutti gli altri della vita e della missione della Chiesa, in una coralità che si esprime nella reciproca accoglienza e nel reciproco ascolto, valorizza e rispetta la diversità dei carismi e dei ministeri e si fonda sull’analogia fra la comunione trinitaria e quella ecclesiale. Come si esprime il Documento di Chieti, frutto della 14° sessione della Commissione mista internazionale fra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse nel loro insieme, svoltasi a Francavilla (Chieti) dal 15 al 22 settembre 2016, intitolato «Sinodalità e primato nel primo millennio: verso una comprensione comune al servizio dell’unità della Chiesa», «la sinodalità è una qualità fondamentale della Chiesa nel suo insieme. Come ha detto san Giovanni Crisostomo, “‘Chiesa’” significa sia assemblea [sýstema] sia sinodo [sýnodos]” (Explicatio in psalmum 149). L’espressione deriva dalla parola “concilio” (sýnodos in greco, concilium in latino), che denota in primo luogo un’assemblea di vescovi, sotto la guida dello Spirito Santo, per la deliberazione e l’azione comuni nella cura della Chiesa e, in senso lato, si riferisce alla partecipazione attiva di tutti i fedeli alla vita e alla missione della Chiesa» (n. 3).

La domanda che nasce dinanzi all’esperienza vissuta nelle diverse assemblee del Sinodo dei vescovi è, allora, quella riguardante la maniera in cui questo stile di vita sinodale può applicarsi alla pastorale ordinaria della comunità ecclesiale nella promozione e cura dei rapporti fra consacrati, sacerdoti, seminaristi e laici nel servizio alla missione del popolo di Dio. Si tratta di far crescere una Chiesa di cristiani adulti e corresponsabili, in cui ciascuno, secondo il carisma ricevuto e il ministero cui è stato chiamato, viva in comunione con gli altri, favorendo la crescita di tutti con il proprio impegno generoso e fedele, lasciandosi arricchire dai doni che lo Spirito effonde negli altri. Ciò potrà avvenire se ci sarà un costante esercizio di accoglienza e accompagnamento, di discernimento e d’integrazione: sono queste le parole chiave che riassumono lo stile ecclesiale proposto nell’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia e che indicano le linee di un’azione pastorale ispirata ad una matura sinodalità.

Accoglienza e accompagnamento significano prossimità, un mettersi in ascolto dello Spirito che parla nella storia; discernimento vuol dire leggere la realtà alla luce della Parola di Dio, di cui una Chiesa viva e dei pastori responsabili si riconoscono servitori, in attento ascolto delle domande cui urge dare una risposta alla luce della fede; integrazione significa che nessuno si deve sentire escluso nella Chiesa, dove ci deve essere la partecipazione di tutti e ognuno deve poter trovare il proprio spazio adeguato. La sfida pastorale della sinodalità è dunque non solo teologicamente fondata nell’idea della Chiesa comunione, decisiva nell’ecclesiologia del concilio Vaticano II , ma risulta anche di una vivissima attualità per recepire la “conversione pastorale” che Papa Francesco ha chiesto a tutta la Chiesa (cfr. Evangelii Gaudium, n. 25). Non si tratta di una sfida facile: su di essa si gioca il futuro dell’azione della comunità ecclesiale e della sua credibilità ed efficacia nel “villaggio globale”.

In questa luce, la sinodalità abbraccia tutto il popolo di Dio nella ricchezza e varietà delle sue espressioni: in tal senso, si può ritenere non infondata l’affermazione secondo cui nell’invito del Santo Padre è indicata come necessaria un’estensione dello stesso concetto di sinodo. Se il Sinodo va inteso come espressione della dimensione sinodale costitutiva della Chiesa al livello più pieno, la manifestazione della sinodalità in esso dovrà aprirsi sempre più a comprendere tutte le componenti della comunità ecclesiale in maniera articolata, “dal basso” e “dall’alto”: i ministri ordinati nei tre gradi del sacerdozio (vescovi, sacerdoti, diaconi), la vita consacrata (maschile e femminile), i battezzati laici, uomini e donne. In questa linea il Documento della Commissione teologica internazionale dedicato a «La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa», pubblicato dopo il parere favorevole del Santo Padre il 2 marzo 2018, afferma: «La sinodalità, in contesto ecclesiologico, indica lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice». Certamente, i Vescovi sono chiamati a esercitare il ministero dell’unità che per volontà del Signore è loro proprio, e l’intero cammino va vissuto in comunione piena col Vescovo di Roma, come evidenziato dal Documento Episcopalis communio del 15 settembre 2018, che precisa il carattere di questa comunione «con Pietro e sotto Pietro». Ogni battezzato, però, è chiamato a mettere al servizio di tutti i carismi ricevuti dal Signore, esercitando il ministero che il discernimento dei Pastori gli ha riconosciuto e conferito per il bene di tutto il popolo santo di Dio. Ed è su questo stile che, ai differenti livelli della vita ecclesiale, dovrà muoversi il processo sinodale che il Santo Padre ha chiesto alle Chiese che sono in Italia di attivare: «La Chiesa italiana deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo è il momento. E incominciare a camminare...» (Ai Partecipanti all’Incontro promosso dall’Ufficio catechistico nazionale della Cei, 30 gennaio 2021). Un invito pressante, che è al tempo steso una promessa, una sfida, un impegno indilazionabile e decisivo.

di Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

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