Massimo Recalcati "Per capire un padre devi abbandonarlo (e poi amare il suo puzzo d’aringa)"

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La Stampa, Tuttolibri, 
sabato 1 maggio 2021 

Pochi scrittori hanno come Erri De Luca un profondo senso poetico della lingua, la passione assoluta, quasi devozionale, per la parola. Nel suo ultimo intenso libro titolato A grandezza naturale egli riprende il tema della lingua filtrandolo però attraverso la problematica della filiazione. Cosa significa essere padri? Qual è il nodo che stringe insieme le generazioni? Come è possibile per i figli non dimenticare le proprie origini senza restare vincolati ad esse in un legame solo paralizzante? In effetti, se ci si pensa, il legame familiare è il solo legame sociale a portare con sé uno strano e beffardo destino; è un legame che si realizza pienamente solo quando si scioglie. Non a caso questo libro si apre mettendo a confronto la celebre scena biblica del cosiddetto sacrificio di Isacco con il rapporto tormentato di Marc Chagall con il proprio padre. Abramo, come sappiamo, è invitato alla prova più grande, quella di sacrificare il proprio figlio, il più amato, il figlio della promessa. Questa «azione snaturata» richiesta da Dio mette alla prova la capacità del padre di perdere il proprio figlio. La perdita in questi casi si gioca sempre su due fronti: su quello del padre che deve accogliere il proprio tramonto di fronte alla vita del figlio che cresce e su quello del figlio che deve imparare a fare a meno del padre, della sua protezione e della sua parola. Due separazioni, dunque, che si sovrappongono: quella del padre verso il figlio e quella del figlio verso il padre. Ma sciogliere questo nodo non è un’impresa facile. Talvolta occorre una vita intera. Erri De Luca ci ricorda che il comandamento biblico che impone di onorare il padre e la madre, viene dal verbo ebraico Kabbèd che significa «peso», «carico». Si tratta in ogni eredità giusta di dare peso a quello che abbiamo ricevuto. È quello che lo scrittore prova a fare con grande coraggio e onestà in questo suo ultimo libro. 

È quello che prova a fare anche Chagall nei confronti del proprio padre, umile commerciante di aringhe in Bielorussia. Nel ritratto del 1911 che gli dedica - al quale De Luca dedica un notevole commento - , si manifesta una «gratitudine tardiva» del figlio verso il padre. Il figlio aveva rifiutato il padre, la sua casa, il suo lavoro, la sua eredità. Smise di parlare l’yiddish, decise di andarsene altrove. Il tentativo di restituire «peso» alla vita del padre da parte dei figli avviene spesso in un ritardo fatale. Solo nella Parigi delle avanguardie Chagall, dopo averla ripudiata, sa finalmente onorare la vita di suo padre: essa non era un ostacolo sul suo cammino, ma ciò che lo aveva reso possibile. Per questo egli finirà con l’avere lo stesso odore del padre; puzzerà di pittura come il padre puzzava di aringa. L’oggetto della loro passione impregna in eguale misura i loro abiti. Segno che qualcosa si è davvero trasmesso da una generazione all’altra. Non è forse questa l’eredità? Un odore, una puzza, la forza di una vocazione, di una dedizione, di un desiderio, qualunque esso sia? 

Dietro il volto di Marek, il figlio destinato a diventare pittore, scorgiamo così quello di Erri. Non ci è voluta tutta una vita affinché lo scrittore celebrasse con questo libro l’onore di suo padre? Prima è stata la disobbedienza aperta, il diritto alla rivolta, il tempo della decisione irrevocabile di deviare dall’avvenire prescritto dal piano di famiglia. Lo scrittore lo ha raccontato in più occasioni: una diserzione. Ma non è poi questo il destino di ogni figlio? Ecco il paradigma-Marc Chagall venire in primo piano: la separazione del figlio dal padre è la condizione affinché il figlio possa trovare il proprio destino singolare. Ma la destinazione del figlio non può mai prescindere dalla sua provenienza. Per questa ragione il movimento dell’ereditare non è mai un’acquisizione passiva di beni o di geni, non è mai l’incasso di quello che i nostri avi ci hanno lasciato, ma, come ricordava Freud attraverso Goethe, consiste nel saper riconquistare la nostra origine in avanti. Il figlio deve conoscere il vuoto, l’assenza, deve poter compiere il suo viaggio nel deserto, come accade al popolo di Israele, se vuole liberarsi della sua schiavitù. Tuttavia, il movimento dell’ereditare non può limitarsi ad essere un movimento di negazione della nostra provenienza. 

Erri De Luca appartiene ad una generazione che ha avuto il coraggio di prendere la parola quando la parola dei figli era semplicemente impossibile. L’errore è stato però il misconoscimento del debito simbolico. La lotta politica è stata un prolungamento della sua lotta contro il padre? «Eravamo extraparlamentari, consideravamo la strada, l’assemblea, le sedi della democrazia. Il primo articolo della Costituzione assegna la sovranità al popolo. L’intendevamo alla lettera». In In Nome della madre egli ci ricorda giustamente che il padre non è il dentro, ma il fuori. È simbolo della guerra del mondo e non della pace dell’Uno. Maria lo sussurra al suo Gesù appena nato: «fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome… fuori c’è l’odore di vino. Fuori c’è l’accampamento degli uomini. Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo sino all’alba. Poi entreranno e tu non sarai più mio». 

Il Nome del padre è il nome di un’intrusione necessaria che interrompe l’incanto dell’Uno e spalanca lo splendore e l’atrocità del mondo. Il padre è il coltello che taglia i libri che tiene nelle sue mani. 
Accadeva così una volta, ricorda Erri De Luca, quando i libri erano intonsi: «le pagine andavano separate e rifilate lungi i bordi». La lettura del padre opera come un rasoio, ripete il taglio che ha aperto la grotta dell’Uno alla pluralità illimitata del mondo. Si rilegga il racconto di diversi anni fa titolato In alto a sinistra dove, in una narrazione struggente, si ricordava la malattia del padre e la sua scomparsa insieme alla sua passione per i libri, per le parole, per la lettura che aveva lasciato al figlio come segno tangibile della sua eredità. Il suono del taglio dei libri che appare in questo ultimo libro come eredità paterna si mescola però ad un altro suono altrettanto indimenticabile, quello della camicia del padre «strappata per atto di dolore» quando il figlio decise di lasciare la sua famiglia. 
Anche questo suono si è iscritto nel timpano di Erri, anche questo suono appartiene alla sua eredità. Movimento fatale di lacerazione che accompagna ogni separazione. Questo padre non ha saputo aprire la porta al figlio se non a prezzo della sua colpevolizzazione. Alla diserzione del figlio il padre ha risposto con la sua lacerazione anziché - come accade per esempio al padre della parabola lucana del figliol prodigo - con il gesto di aprire la porta. Al tempo stesso il figlio non ha saputo riconoscere fino in fondo il proprio debito col padre rinnegandolo attraverso una opposizione priva di dialettica. 

È stato questo che ha impedito allo scrittore di divenire padre, di calcare «il gradino profondo della paternità che produce il salto di generazione»? Ma davvero si può a fare a meno del padre? Sì, si può. 
A patto però di servirsene, preciserebbe Lacan. Solo se si accoglie il debito simbolico che ci lega al padre si può davvero oltrepassare il suo orizzonte. «Non sono padre. Il mio seme si inaridisce con me, non ha trovato una via per divenire», dichiara lo scrittore. E, tuttavia, proprio la sua scrittura si è rivelata seme. Se è pur vero, come ricorda lo scrittore, che la paternità reale implica «la responsabilità, la protezione, la prova di educare», è altrettanto vero che essere padre non implica necessariamente la stirpe, la genealogia del sangue, la biologia dell’inseminazione. Erri De Luca non sa che la potenza evocativa della sua parola ha saputo rendere in questi decenni di letteratura più umana la vita dei suoi lettori? E non è forse questo il compito primo di ogni padre, rendere la vita più umana? Con questo libro il figlio nella sua vecchiaia può riconoscere appieno il debito simbolico con il proprio padre. 
Erri-Marek pronuncia per la prima volta parole che avrebbe voluto pronunciare da sempre: «da te ho preso e lasciato, restando figlio tuo, cranio da cranio, libri, vino e montagne. Non mi è uscito. Scriverlo adesso a vita tua dispersa è tacere più profondamente». 

Esiste però anche un paradigma opposto a quello del figlio-Chagall; quello del figlio Isacco. Se il primo si manifesta come diritto alla rivolta, il secondo si rivela come obbedienza assoluta alla volontà del padre: Isacco pur di onorare il proprio padre è disposto a rinunciare alla sua vita. Egli può superare il padre solo lasciandosi sovrastare da esso. È lo stesso destino che attende Gesù, con la differenza però che in questo caso il padre non ferma il braccio del boia, non sospende il «sacrificio» del figlio. 
L’obbedienza di Gesù al proprio padre - «sia fatta la tua e non la mia volontà» - radicalizza quella di Isacco. Cosa deve aver provato Dio nel lasciare il proprio figlio allo strazio della tortura e della crocifissione? Cosa deve aver provato questo genitore al quale è stato strappato il suo unico figlio? Quali spine si sono conficcate nel suo cuore che nemmeno la gloria della resurrezione ha potuto togliere? Erri De Luca opera qui un cambio di prospettiva decisivo; adesso non gli interessa più tanto il punto di vista dei figli ma quello dei padri. Per esempio quello di Janusz Korczak, direttore di un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia. Padre simbolico di tanti bambini «buttati come conchiglie sulla spiaggia». Egli non abbandona i suoi «figli» anche quando le SS li scortano sui vagoni della morte diretti a Treblinka. Non è padre di sangue ma pienamente padre. Si è prima occupato della loro educazione e adesso sceglie di morire con loro. Erri de Luca sbaglia quando scrive che «agì da padre anche se non lo era». No. Non si è mai padri per diritto di sangue. Lo si è, se si è stati per qualcuno, che si è trovato gettato nell’abisso del disumano, «il semplice umano che abbaglia come la raffica di un lampo». Non è in fondo quello che ha fatto egli stesso per tutta una vita? Non ha mai smesso di essere figlio delle parole del padre, non ha mai smesso di essere padre delle sue parole per molti di noi, figli sconosciuti.
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