«La Bibbia? Troppo trascurata. Ed è scuola per la vita»

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Giacomo Gambassi

«È scontato dirlo, ma nella Chiesa cattolica la Bibbia è ancora poco conosciuta. Anzi, la vita della Chiesa, nel suo complesso, si mostra non di rado lontana dal modo di pensare delle Scritture». Non vuole essere critico don Luca Mazzinghi, ma realistico. Parroco di San Romolo a Bivigliano nell’arcidiocesi di Firenze, figlio spirituale del cardinale Gualtiero Bassetti (da quando era rettore del Seminario nel capoluogo toscano), professore di esegesi dell’Antico Testamento alla Pontificia Università Gregoriana e membro della Pontificia Accademia di teologia, è da un mese il nuovo presidente della Società biblica in Italia (Sbi). Costituita nel 1983, «è l’erede della Società biblica britannica e forestiera, nata a Londra nel lontano 1804 – racconta il sacerdote –. Come altre 150 Società bibliche sparse per il mondo, il nostro sodalizio ha come scopo principale quello di lavorare per la massima diffusione della Bibbia». Una pausa. «Nel passato queste società furono avversate dalla Chiesa cattolica e persino condannate dai Papi. Ma oggi la Sbi ha visto il fiorire di una nuova stagione dopo il Vaticano II ed è da molti anni un’associazione realmente ecumenica. Ne fanno parte membri di diverse Chiese cristiane in Italia, ma anche persone semplicemente interessate alla diffusione delle Scritture».

Quali sfide per i prossimi anni?

È vicina la pubblicazione di un’edizione del Nuovo Testamento che accanto al testo greco offrirà in parallelo sia la traduzione della Bibbia Cei 2008 che quella della Nuova Bibbia della Riforma. Si tratta delle due traduzioni rispettivamente usate nella Chiesa cattolica e nelle Chiese protestanti e riformate italiane. Di quest’ultima traduzione, la Bibbia della Riforma, la Sbi sta poi curando l’edizione completa, Antico e Nuovo Testamento.

La Bibbia può essere considerata via privilegiata nel dialogo fra le Chiese cristiane?

Benedetto XVI ha ricordato, nella Verbum Domini, l’importanza della Bibbia per il cammino ecumenico. Nella Sbi cerchiamo appunto di camminare insieme tra diverse Chiese e confessioni cristiane, a partire da un punto comune: la Parola di Dio. Il fatto che le diverse Chiese possano interpretare e vivere la Bibbia in modi diversi dovrebbe essere percepito come una ricchezza; dovrebbe aiutarci a cercare prima di tutto ciò che ci unisce, non ciò che ci divide.

Lei è stato anche presidente dell’Associazione biblica italiana per otto anni...

Se l’associazione è costituita da biblisti ed è nata per favorire lo studio della Scrittura oltre che il suo uso nella comunità cristiana, la Società biblica in Italia si rivolge invece a un pubblico più vasto e raccoglie, come suoi soci, cristiani di ogni confessione che credono in un itinerario comune fatto a partire dalla Bibbia, in ogni caso amata come libro fondante della nostra vita. Una scommessa sul dialogo che vale la pena di fare.

Papa Francesco ha detto che la Bibbia rischia di essere oggi «un libro da biblioteca » mentre si tratta di «Parola di vita da portare nel mondo».

È vero. Basti pensare a quando Francesco risponde ai suoi critici dicendo: «Ma questo è il Vangelo!». Ecco perché la Società biblica ha un ruolo da valorizzare: essere al servizio delle Chiese per la conoscenza della Scrittura.

Come una comunità può aprirsi di più alla Bibbia?

Una parrocchia dovrebbe far sì che ogni membro non solo possieda una copia della Scrittura, ma anche sia stimolato a conoscerla e soprattutto a viverla. Nella mia parrocchia, come in tantissime altre, regaliamo ai bambini che iniziano un percorso di catechesi un piccolo Vangelo e, ai ragazzi più grandi, l’intera Bibbia. Utilizziamo da tempo la Bibbia interconfessionale – cui ha collaborato proprio la Sbi – per il suo linguaggio più scorrevole, ma anche per il suo valore aggiunto di essere una traduzione ecumenica, condivisa dalla maggior parte delle Chiese cristiane.

E la Domenica della Parola voluta dal Papa?

Può essere un buon punto di partenza per la diffusione della Bibbia, anche se in realtà ogni domenica, ogni giorno, dovrebbe avere la Parola al centro.

Il Pontefice insiste molto sulle omelie. Come la buona predicazione può essere “pulpito” della Scrittura?

Nel mondo protestante e riformato la predicazione è tradizionalmente fondata sulla Parola. Sappiamo bene che nella Chiesa cattolica non sempre è così; spesso le nostre omelie si arenano nel moralismo o in un devozionalismo sganciato dalla Parola, sino al tentativo di dare giudizi su problemi di attualità che ci illudiamo di conoscere: papa Francesco ricorda con bonaria ironia che l’omelia non è l’equivalente di un notiziario televisivo. Una predicazione autentica, come ci ricorda l’Evangelii gaudium, non può che fondarsi sulla Scrittura e sulla capacità di renderla viva e attuale per la comunità alla quale il predicatore si rivolge.

Il Papa ha istituto il ministero del catechista. Quanto conta la formazione alla Scrittura?

Già nella Catechesi tradendae del 1979 Giovanni Paolo II ricordava che la Bibbia non è un sussidio, ma il libro da cui ogni catechesi deve partire. Appare così evidente che nella formazione di un catechista la conoscenza della Bibbia è basilare.

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