Ecco cosa ha fatto Gesù quando “è andato in crisi”: non si è lasciato trasportare dagli eventi

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Nella nostra vita ci sono momenti cruciali. Sono quelle situazioni o, per meglio dire, quei passaggi di vita in cui è come se siamo messi davanti ad un bivio, abbiamo davanti a noi diverse direzioni e dobbiamo assumerci il coraggio e il rischio di scegliere. Non è un caso che per questi momenti usiamo il pregnante aggettivo “cruciali”: viene da “croce”, con uno specifico riferimento alle croci posti ai bivi di una strada, quelle dei cartelli stradali che indicano le diverse direzioni. Dove sto andando? Cosa devo decidere oggi? Quale via devo percorrere? I momenti cruciali della vita sono “critici”, sono il tempo della crisi che è anche e sempre un tempo decisivo, che comporta o impone una svolta, un cambiamento, una decisione.

C’è un momento cruciale nella vita di Gesù. Dopo una appassionata predicazione, dopo alcuni miracoli che hanno risvegliato lo stupore per l’arrivo del Regno di Dio, le folle adesso lo abbandonano. Le stesse folle che lo avevano esaltato, ora si ritirano e il loro entusiasmo si va spegnendo.

Accade soprattutto in Galilea. Man mano che il cammino procede, dopo i primi momenti di “successo”, c’è un crescendo di difficoltà, incomprensioni, opposizioni e vere e proprie ostilità nei confronti di Gesù. I vangeli ce ne parlano spesso: Gesù non riconosciuto dai suoi compaesani di Nazareth, Gesù portato sul pinnacolo del Tempio perché tentano di ucciderlo, Gesù che sospira quando vede che “questa generazione” chiede da Lui soltanto segni eclatanti; in altri momenti, specie nel conflitto crescente con gli scribi e i farisei, si meraviglia o si indigna per la durezza del loro cuore e per la loro incredulità.

Dopo aver moltiplicato i pani, quando inizia a parlare del pane vero, quello del cielo, di cui i cinquemila pani sono solo un segno, la folla che dapprima quando era affamata era accorsa da lui, pian piano si dirada. Gli dicono che il linguaggio che usa è duro e che non capiscono: in fondo, volevano solo mangiare un po’ di pane. Cinquemila persone lentamente arretrano e Gesù resta solo con i suoi discepoli, ai quali con una punta di amarezza chiede: “Volete andarvene anche voi?”.

Il capitolo 8 di Marco ci riferisce, poi, che a Cesarea di Filippo Gesù si ferma, riflette e, dinanzi al continuo fraintendimento sulla sua persona e sula missione, chiede ai discepoli: la gente cosa pensa di me? Chi dice che io sia?

Tutti questi momenti difficili, che il Cardinal Martini ha chiamato “la crisi galilaica del ministero di Gesù”, sono in qualche modo un anticipo di quella ostilità che lo porterà alla morte di croce. Ma cosa fa Gesù in questi momenti difficili della sua missione e della sua vita?

Prima cosa: non si lascia condizionare dal contesto e dal giudizio degli altri. A ben pensarci, avrebbe potuto “cedere” per non perdere la faccia, non fare brutta figura e attutire lo scontro: fare qualche miracolo in più, dare il pane a chi lo chiedeva, essere più “morbido”. Non è l’ambiente che lo circonda o le persone che ha accanto che determinano la direzione del suo cammino e le sue scelte. Decide lui e rimane fedele alle decisioni prese.

Seconda cosa: rimane interiormente libero. Il non lasciarsi condizionare è il segno della sua libertà, ma c’è un atteggiamento ancora più radicale che Gesù ci insegna e che è fondamentale per il cammino della nostra vita e per affrontarne le situazioni in cui non siamo compresi, siamo giudicati male o le cose non vanno bene: Gesù non è preoccupato come noi di dover piacere per forza e di dover esaudire tutte le aspettative degli altri. Tantomeno del successo personale. Noi siamo spesso schiavi di tutto questo, ma Gesù rimane con la schiena dritto, rimane un uomo libero, rimane coerente nella missione che deve portare a termine.

Terza e ultima cosa: si gioca tutto. Gesù intuisce, man mano che passano i giorni, che le ostilità e incomprensioni stanno crescendo e questo rischia di portarlo alla morte, ma non per questo baratta la sua identità e la sua missione accomodandosi in qualche rifugio umano. Quando il prezzo delle nostre scelte, delle decisioni, di ciò che siamo, che pensiamo e che diciamo, è quello di doverci mettere la faccia e di dover andare fino in fondo, giocandoci tutto, cosa facciamo noi? La facile scappatoia è usare un po’ di diplomazia in più e cercare di dare, come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma solo chi va fino in fondo e ama fino alla fine trova la gioia vera, pur dentro la fatica delle crisi.

don Francesco Cosentino

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