Gianfranco Ravasi "Una mano spettrale"

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Gianfranco Ravasi Jesus Marzo 2021

Mese quaresimale, marzo ci offre l’occasione per introdurre nella nostra galleria di raffigurazioni simboliche bibliche un libro particolare e una sua straordinaria pagina emozionante. Intendiamo riferirci al libro di Daniele che è stato collocato tra i cosiddetti «profeti maggiori», ma che in realtà è uno scritto apocalittico. Questo tipo di letteratura, popolare nel giudaismo antico, per esprimere un orizzonte trascendente e misterioso ricorreva a un linguaggio cifrato e a un arsenale simbolico variopinto. Il primato spettava alla visione o al sogno, un mezzo di espressione prezioso per creare caleidoscopi in cui il reale veniva trasfigurato in combinazioni inesauribili e ignote. Ma, prima di trattare questo aspetto, segnaliamo alcune altre costellazioni simboliche del libro.


Pensiamo al simbolismo «teriomorfico»: enormi esseri bestiali e veri e propri mostri popolano le sue pagine apocalittiche, con gran gioia dell’arte cristiana posteriore. Basta riprendere in mano il capitolo 7: il Figlio dell’uomo è circondato da quattro bestie strane, frutto di accoppiamenti innaturali (leone con ali d’aquila e cuore umano, orso con tre costole in bocca, leopardo a quattro teste e quattro ali, infine un mostro con denti di ferro, dieci corna, un corno più piccolo con occhi e bocca blasfema!). È il potere politico assoluto nel suo aspetto bestiale a essere incarnato in questi profili surreali: ad esempio, lo stravagante corno che termina in una testa con occhi e bocca vomitante bestemmie è probabilmente il detestato Antioco IV Epifane, il sovrano siro-ellenistico bestia nera dei Maccabei (Daniele, anche se il testo è ambientato durante l’impero babilonese del VI secolo a.C., si riferisce a un’epoca storica successiva, al II secolo a.C.). Nel capitolo 8, invece, appariranno un ariete dalle corna diseguali (i regni di Media e Persia) e un capro, immagine dell’effimero eppur grandioso regno di Alessandro Magno.

Affascinante è il sistema simbolico «aritmetico» che attribuisce ai numeri valori qualitativi: i persiani elaborarono una numerologia che influì su quella ebraica, la quale a sua volta dilagò nel cristianesimo e nell’islam e raggiunse picchi vertiginosi con la Kabbalah medievale giudaica. Facile è intuire il valore del 7 (e dei suoi multipli o delle sue frazioni), come del 1000, segno di immensità e infinito, e del 12. Il capitolo 9 di Daniele è, ad esempio, un tentativo di esegesi numerologica dell’oracolo di Geremia 25,11-12 che introduceva 70 anni tra la rovina del regno di Giuda col successivo esilio babilonese e la rinascita di Gerusalemme. Per riportare la profezia fino ai suoi giorni, l’autore del libro di Daniele ricorre a un gioco numerico interpretativo: non 70 anni intendeva Geremia, ma 70 settimane d’anni così da approdare a 490 anni, suddivisi in 62 settimane d’anni e in una successiva settimana d’anni, a sua volta divisa a metà. Ci si ritrovava, così, ai tempi della citata persecuzione di Antioco IV.
Si entra in tal modo nella crittografia, necessaria per descrivere un futuro ignoto raccordato a un presente noto, dove non di rado capitano incidenti di computo più o meno voluti: ad esempio, la durata della persecuzione dello stesso Antioco IV in Daniele 7,25 è di «un tempo [cioè un anno], più tempi e metà tempo», in pratica 3 anni e mezzo, come si diceva in 9,27 con la mezza settimana d’anni, per un totale di 42 mesi e 1260 giorni; ma in 8,14 la durata della persecuzione diventa di «2300 sere e mattine», cioè 2300 giorni (troppi), o 1150 (troppo pochi), se si intende l’espressione come indicazione del sacrificio duplice mattutino e serale e quindi di un’unica giornata sacra.

I lettori, a questo punto, si saranno un po’ smarriti in questa complicata manovra numerologico-storica. Avranno, però, chiara l’idea di fondo: l’apocalittica, incarnata da Daniele, vuole affermare che la vicenda umana non è né una nomenclatura casuale di eventi, né una sequenza di dati affidati al fato o solo alla libertà umana.
Ora, però, vorremmo far assistere a un’impressionante sceneggiatura quasi filmica messa in azione nel capitolo 5 di Daniele. Prima, però, evochiamo un più noto parallelo evangelico. È notte fonda e un ricco proprietario terriero si sta rigirando nel suo letto. All’improvviso una voce lo chiama: per lui la vita è giunta al capolinea e tutti i suoi possedimenti e le sue ricchezze a chi andranno? È questo il cuore di una celebre parabola esclusiva del terzo evangelista (Luca 12,13-21). A quella notte noi accostiamo un’altra ad essa parallela, presente appunto nel libro di Daniele. Protagonista è Baldassàr («dio Bel, proteggi il re!»), l’ultimo re babilonese. Una scena di straordinaria tensione, che ha conquistato – come vedremo – la storia dell’arte e della letteratura. Canterà Heinrich Heine, poeta tedesco, nella sua ballata Belsazar (1822): «Ed ecco, ecco, sulla candida parete una mano come d’uomo comparve. Lettere di fuoco scrisse. E scomparve».
Sì, perché nel banchetto sontuoso che questo sovrano ha organizzato, usando sacrilegamente tra l’altro i vasi rituali trafugati dal tempio di Gerusalemme dal suo antenato Nabucodonosor (e non «padre», come dice il libro di Daniele), irrompe una presenza misteriosa e sconcertante. Una mano spettrale delinea sulla parete della sala tre strane parole aramaiche: Mene, Teqel, Peres. Di per sé i tre termini indicano altrettante monete antiche, cioè la «mina», il «siclo» e la mezza mina. Sarà il giusto Daniele, interprete ebreo dei sogni, a cui verrà poi intitolato il libro biblico, a decifrare il significato simbolico di quel trittico di parole arcane e, a prima vista, oscure.

Egli lo farà risalendo a tre verbi che assomigliano alle parole scritte dalla mano misteriosa. Mene rimanda al verbo che esprime il «misurare» (mnh); Teqel evoca il verbo «pesare» (tql), mentre Peres richiama il verbo «dividere» (prs). I tre vocaboli, allora, si compongono in un messaggio inquietante, analogo a quello che risuona nella parabola di Gesù: Dio «ha misurato» il regno di Baldassàr e gli ha posto fine; l’«ha pesato» sulla bilancia trovandolo mancante; il regno ormai sta per essere «diviso» e consegnato ai Medi e ai Persiani.
La condanna divina è, perciò, lapidaria e l’autore sacro – semplificando la storia – la mette in esecuzione già in quella notte. Il regno è conquistato da Dario il Medo, in realtà un sovrano che non è mai esistito, frutto della confusione storica del narratore biblico il quale scrive a distanza di quattro secoli da quegli eventi. Storicamente, infatti, Babilonia fu conquistata dal re persiano Ciro (e non da Dario, che è un sovrano persiano successivo) nel 539 a.C. In quell’occasione Baldassàr – il suo nome in accadico, la lingua della Mesopotamia, era Bel-shar-ussur – fu assassinato dal governatore della città di Babilonia, Gobryas, passato al nemico.
Rimane, comunque, la figura tragica di Baldassàr che Daniele fa assurgere, con l’antenato Nabucodonosor, a lezione per i potenti di tutti i tempi: «Tutti i popoli, le nazioni e le lingue lo temevano e tremavano davanti a lui: egli uccideva chi voleva e lasciava in vita che gli aggradiva, innalzava chi gli pareva e abbassava chi voleva. Così il suo cuore si era inorgoglito e il suo spirito si era indurito fino all’arroganza: perciò, fu deposto dal trono della regalità e gli tolsero la sua gloria… Dio altissimo domina sui regni umani, sui quali colloca chi egli vuole!» (Daniele 5, 19-21).

Concludiamo questa nostra breve incursione nel giardino dei simboli che popolano il libro di Daniele con un cenno alla cosiddetta Wirkungsgeschichte del simbolo della mano spettrale: con questo termine tedesco gli studiosi indicano «la storia degli effetti», ossia l’influsso che la Bibbia ha esercitato nella storia della cultura occidentale come «grande codice» dell’arte, della letteratura, della musica, del costume e così via. Infatti, se anche il lettore attuale rimane catturato dal racconto di quella cena, molti altri in passato ne sono rimasti conquistati, a partire da Geoffrey Chaucer nei Racconti di Canterbury per giungere a La cena del rey Baltasar, sorta di rappresentazione teatrale detta «auto-sacramental», di Calderón de la Barca (1634), opera ricca di allegorie: Baldassar celebra le nozze con l’Idolatria ma incontra la Vanità e la Morte e lentamente la mensa diventa un altare…
Il grande Goethe si misurerà col personaggio, ritirandosi sconfitto (brucerà il frammento teatrale, facendone scivolare una parte in un’opera minore); lord George G. Byron intitolerà To Belshazzar (1814) un carme parenetico per gli orgogliosi e riprenderà il tema nella Vision of Belshazzar (1815). Inquietante è la citata ballata Belsazar di Heinrich Heine. Sulla stessa scena si stenderà poi la musica degli oratori di Carissimi, di Händel, di Spohr (nella sua Caduta di Babilonia), di Telemann, fino al dramma musicale Il banchetto di Baldassar del finlandese Johan J. Sibelius e alla ballata per solo e pianoforte Belsazar di Robert Schumann sul testo citato di Heine. Per non parlare dell’arte: basti citare Rembrandt con una cupa e tesa tela del 1634… Potremmo a lungo continuare in questo elenco che è disponibile nei dizionari specifici o nei manuali di iconografia sacra. Certo è che il messaggio del capitolo 5 di Daniele può essere ancora una spina nel fianco di una società indifferente e superficiale, evocando i temi capitali dell’esistenza, come la giustizia, la morale, la vita e la morte.
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