Credere dopo la crisi: in quale Dio crediamo?

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Quando qualcosa va a pezzi nella nostra vita, abbiamo anche l’occasione di guardare con occhi nuovi la realtà e di scendere più in profondità. Il più delle volte, anche se non è facile accorgersene subito, ogni crisi è anche un’opportunità.

La pandemia da coronavirus ha certamente sconvolto la nostra vita e la vita del nostro pianeta. Essere stati messi dinanzi alla nostra fragilità, esposti al rischio di ammalarci, può mettere in dubbio l’eccessiva e presuntuosa sicurezza del nostro io, il nostro narcisismo e la pretesa di farcela da soli. Il tema della morte, che le nostre società occidentali hanno sempre più nascosto, evitato e fuggito, può costringerci a interrogarci sul significato della vita. La crisi di un modello e di uno stile di vita fortemente incentrato sull’idolatria della velocità, della produzione, di un progresso spesso inseguito senza criteri di giustizia e di attenzione per i deboli e per il creato, può anche suggerisci nuovi stili di vita, nella fraternità e nella solidarietà universali.

Ma è possibile che la pandemia sia un’occasione da cogliere anche per quanto riguarda la nostra relazione con Dio? In questo tempo difficile e sofferto si sono potuti constatare due modi di pregare, che in qualche modo rivelano l’immagine di Dio che ci portiamo dentro: una preghiera rivolta al Dio dell’amore, per ricevere la forza di attraversare questa situazione, la capacità di essere responsabili e una luce particolare per scienziati, medici, infermieri; un’altra preghiera, invece, spesso troppo segnata dal sentimentalismo o dalla superstizione, che si appella a Dio perché, magari con un evento straordinario e miracoloso e perciò “saltando” la natura, la medicina e la scienza, ci risolvi il problema e ci dia salute e guarigione. Peggio ancora, poi, quando questa preghiera ha invocato il perdono dei peccati nella blasfema convinzione che, magari, se è arrivata una pandemia è certamente per un castigo divino.

Dunque, la crisi mette in crisi anche Dio. E ci invita a chiederci: in quale Dio crediamo? A quale Dio ci rivolgiamo? di quale Dio parliamo? Ecco: la crisi manda in crisi Dio, perché possiamo ritrovarlo in modo totalmente nuovo.

La prima cosa da fare, allora, è proprio questa: liberarci di un Dio falso per aprirci al vero volto di Dio che Gesù ci rivela. Fino a quando alla libertà di Gesù, alla tenerezza dei suoi gesti, alla compassione che Egli ha per noi e all’amore attraverso cui Egli ci svela il volto di Dio noi sostituiamo una religiosità piccola e chiusa, dominata dalla paura, moralista, preoccupata del peccato e per lo più rivolta a un Dio rigido, severo, che esige da noi la perfezione e ci carica di pesi e di sensi di colpa, siamo fuori strada. Dobbiamo liberarci da ogni falsa immagine di Dio e guardare a Gesù, che dinanzi al dolore dell’uomo e dell’umanità si è fatto vicino con compassione, ha pianto le nostre lacrime, si è indignato per il male, ha rialzato chi è caduto e guarito chi era ammalato. E, così, ci ha svelato un solo volto di Dio: il Dio dell’amore che ha cura di noi e vuole la nostra totale liberazione e felicità.

Dunque, diciamo senza paura: Dio non manda il male, né lo permette per fini educativi, né lo tollera. Dio non c’entra nulla con la pandemia da coronavirus. Nell’esperienza della sofferenza e della notte di certo Dio può rivelarsi in molti modi e trarre anche da lì qualcosa di buono per noi. Ma Dio combatte ogni forma di male e di sofferenza prendendola addirittura sopra di sé, come ci mostra la Croce di Gesù. Egli non ci salva dal dolore, ma lo attraversa con noi, lo illumina, lo trasforma dal di dentro impegnandosi a liberarci e farci risorgere sempre. Anche se ciò gli costa la vita.

Oggi siamo dinanzi a una nuova possibilità di rinascita. La crisi di Dio può essere l’inizio di una nuova scoperta della Sua presenza, come di un Dio amico, innamorato della nostra vita, toccato nel profondo dal nostro dolore, solidale. Un Dio amico della nostra gioia. Credere dopo la pandemia significherà guarire dalle immagini anticristiane di Dio, dal Dio che castiga, che manda la sofferenza, che chiede sacrifici.

Quando finisce la notte, ci apriamo alla luce di un Dio debole che ha un debole per noi. Di un Dio innamorato che muore d’amore per noi.

don Francesco Cosentino

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