Erio Castellucci "Benedetta povertà? Provocazioni su Chiesa e denaro"

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Erio Castellucci

L'Osservatore Romano 

17 febbraio 2021

In Benedetta povertà? Provocazioni su Chiesa e denaro (Verona, Emi, 2020, pagine 96, euro 11), l’arcivescovo di Modena-Nonantola, partendo da Papa Bergoglio e Francesco d’Assisi, individua tre tappe, tre “lotte” — per la sobrietà, per l’equità, per la fraternità — necessariamente da sostenere in nome della povertà. Pubblichiamo stralci da un capitolo del libro.

Tra povertà da scegliere, da combattere e da riscattare esiste una circolarità, fondata sull’evento di Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto. Per i cristiani, sono tre dimensioni inseparabili del rapporto con i beni e, attraverso di essi, con i fratelli. Quanto più una persona o una comunità sceglie la povertà — una vita sobria, essenziale, sostenibile, rispettosa degli altri e dell’ambiente — tanto più sarà sensibile alle ingiustizie e lotterà per riscattarle, caricandosi di una voce profetica e proponendo prassi di condivisione e fraternità. Come i tre misteri del «grande Povero» — incarnazione, morte, risurrezione — sono interconnessi e inseparabili e si illuminano a vicenda, così le tre dimensioni della povertà. Francesco d’Assisi, che di «madonna povertà» ha fatto il perno della sua vita spirituale e la lente attraverso la quale leggere l’intero vangelo di Gesù, ha interpretato come pochi altri la circolarità fra queste dimensioni. Ha scelto di abbandonare i propri averi, lottando contro il proprio egoismo ed evitando di condannare i beni in quanto tali, quasi fossero malvagi in sé stessi; ha combattuto le ingiustizie, i vari “lupi” famelici che attaccavano persone, città, comunità cristiane e religiose, biasimando l’avidità, praticando la condivisione e tessendo reti di fraternità così ampie che non solo gli esseri umani ma anche animali ed elementi della natura sono diventati “fratelli” e “sorelle”. La tradizione francescana ha impostato una delle metodologie più concrete e apprezzate nel rapporto con i beni creati: usarli in maniera sobria, condividerli con chi ne manca, per fare in modo che possano riscattarsi attraverso attività oneste e degne.

Che cosa significa dunque, per noi discepoli di Gesù, «non dimenticare i poveri»? Che cosa comporta essere «Chiesa povera e per i poveri»? Tentiamo un piccolo esame di coscienza personale e comunitario. Dimentichiamo i poveri quando ci attacchiamo ai beni in modo da farne la nostra “roba”, invece di condividerli e metterli in circolo; quando tiriamo i remi in barca, rassegnati davanti all’ingiusta distribuzione delle ricchezze; ogni volta che, in nome del realismo, smettiamo di sognare un mondo umano, dove le sperequazioni scandalose alle quali ci siamo abituati spariscano, e ogni volta che, sognando, non restiamo ben desti per costruirlo; dimentichiamo i poveri se rinunciamo a testimoniare la risurrezione del Signore innestando nella nostra storia quotidiana i germi del regno di Dio, iniettando pillole di speranza, andando incontro a quei poveri, umiliati, perdenti che ci salveranno, perché risveglieranno in noi le energie migliori — capacità di dono, gratuità, reciprocità, fraternità — spesso narcotizzate da un mondo indifferente, assuefatto alle disparità e alle violenze. Non ci ricordiamo dei poveri quando trascuriamo lo spirito delle beatitudini, e confidiamo nella triplice alleanza tra potere, denaro e spregiudicatezza. Non ci ricordiamo dei poveri quando gestiamo arbitrariamente i beni della Chiesa (che esistono in vista della condivisione) per scopi personali o ecclesiastici di grandezza, interesse, prestigio o proprio beneficio.

Il cammino, anche per la Chiesa, è in salita: probabilmente la conversione economica è una delle più faticose; e le beatitudini rimangono qualche volta alla porta delle nostre comunità, dei nostri organismi pastorali e amministrativi, e soprattutto del nostro cuore. L’opposto di non dimenticare è ricordare, cioè ricollocare nel cuore, la prima beatitudine. E ora diciamolo in positivo, pensando in particolare alle nostre comunità cristiane: parrocchie, enti e diocesi. Possediamo dei beni che sono stati acquisiti attraverso offerte, donazioni, eredità; gestiamo strutture e amministriamo denaro. Spesso le “ricchezze della Chiesa” producono in realtà l’effetto del fumo negli occhi: alcuni si lasciano abbagliare dagli ori e dagli stucchi delle cattedrali, dai “tesori” dei musei ecclesiastici o dall’imponenza delle basiliche; e ne traggono magari motivo per criticare la Chiesa “ricca”. Non pensano che, in gran parte, i monumenti d’arte, che non costituiscono beni commerciabili, sono frutto di comunità che nei secoli scorsi li hanno commissionati e pagati, creando e incentivando lavoro; e non pensano nemmeno a quante risorse occorrano oggi per custodirli, mantenerli e offrirli ancora ai fedeli e ai turisti, favorendo una nuova circolazione di attività e lavoro. Altre strutture, come le canoniche e gli altri ambienti parrocchiali, gli edifici per le scuole materne o le case di riposo, i campi sportivi o le aree verdi, sono e devono essere a servizio del territorio. In alcuni casi i bilanci sono in perdita, sia per difficoltà oggettive sia per gestioni poco accorte. E la situazione, a causa della pandemia, è notevolmente peggiorata dal punto di vista economico, anche per le parrocchie e gli altri enti ecclesiastici.

«Una Chiesa povera e per i poveri» non è quella che butta alle ortiche il suo patrimonio, ma che — senza entrare in logiche economico-finanziarie di puro profitto — ne verifica continuamente l’effettiva finalità pastorale e assistenziale, perché sia sempre al servizio della missione evangelica: annuncio del vangelo, celebrazione dei misteri del Signore, carità e giustizia a partire dai più svantaggiati. I pastori dovranno certo evitare di ridursi ad amministratori e impegnare le loro migliori energie nella burocrazia gestionale, confidando piuttosto nella competenza di laici onesti, preparati e dotati di senso ecclesiale, ma non potranno evitare di orientare il possesso dei beni, la loro gestione e il loro uso, alla logica del vangelo. Un’eredità utilizzata bene, in maniera tale da promuovere lavoro o aiutare i bisognosi, vale come e più di un buon corso di esercizi spirituali. Una somma rendicontata in modo trasparente, investita in attrezzature e attività utili alle persone, alle famiglie, alle fasce sociali più fragili, all’evangelizzazione e alle celebrazioni comunitarie, incide più di una meravigliosa predica.

La profezia evangelica richiede gesti coraggiosi, per quanto non avventati: vendite o donazioni totali o parziali, riconversioni dove possibile, dismissioni. «Non dimenticare i poveri» significa anche questo.

Presentazione del libro di mons. Erio Castellucci, teologo e vescovo di Carpi.
In queste pagine, ricche di riferimenti biblici e di sapienza umana, Erio Castellucci ci aiuta adistinguere tre povertà: una da scegliere, e si chiama sobrietà; una da combattere, per ottenere equità; e una da riscattare, per raggiungere la fraternità. Anche la Chiesa è chiamata in causa: le sue ricchezze si giustificano solo per la condivisione.
Dialogano con l’autore: Flavio Dalla Vecchia, biblista / Brescia; Cristina Simonelli, teologa / Verona. Presenta: Lorenzo Fazzini, direttore EMI.
Introduce: Mario Menin, direttore Missione Oggi.

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