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Adalberto Mainardi "Gesù, obbediente alle Scritture"

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8 gennaio 2021
Dal Vangelo secondo Matteo - 
Mt 2,19-23 (Lezionario di Bose)

19Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». 21Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. 22Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea 23e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno»

Il vangelo dell’infanzia in Matteo è modellato sulla vita di Mosé narrata nell’Esodo. Le parole dell’angelo a Giuseppe (v. 20) sono una ripetizione quasi letterale delle parole che il Signore rivolge a Mosé dopo la morte del faraone (cf. Es 4,19). Come la morte del faraone aveva permesso a Mosé di iniziare la sua missione di ritorno nella terra promessa, così anche la morte di Erode permette il ritorno dall’Egitto che avrebbe portato Gesù al luogo iniziale della sua missione. Giuseppe è ammonito in sogno di recarsi in Galilea; e qui egli va a insediarsi in una città chiamata Nazaret. Ogni volta obbedisce a un’indicazione divina: il fine è l’adempimento delle Scritture. Che cosa vuole dirci l’evangelista con questi parallelismi biblici? La Galilea è la terra dei gentili, cioè dei pagani, delle genti escluse dal patto di alleanza con Dio; Gesù va (o meglio, è portato dai genitori) in Galilea, profezia dell’estensione dell’alleanza divina agli estremi confini della terra (cf. Mt 28,18-19). Il profeta aveva predetto che il Messia sarebbe venuto da Betlemme, come abbiamo appreso nella narrazione della venuta dei Magi (cf. Mt 2,6; Mi 5,1). Al tempo stesso la provenienza di Gesù da Nazaret di Galilea era un’obiezione alla sua natura messianica: Matteo interviene forse qui in una polemica con il giudaismo contemporaneo. In effetti, gli esegeti hanno messo in luce che “Nazareno” può non indicare soltanto una provenienza geografica. Nell’Antico Testamento erano definiti “nazirei” coloro che si consacravano al servizio di Dio, come Sansone (cf. Gdc 13,7) e Samuele. Ma “nazireo” evoca anche il germoglio (neçer in ebraico) messianico annunciato da Isaia (“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici”: Is 11,1). Matteo pone così una simmetria tra il nome che l’angelo annuncia a Giuseppe (“Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”: Is 7,14; cf. Mt 1,23), e l’appellativo di “Nazareno”, in cui riconosce l’adempimento delle profezie messianiche. In questi racconti Gesù è molto più oggetto degli eventi che protagonista; eppure la parola di Dio, che vive nelle Scritture sante di Israele, rischiara anche gli angoli più bui e incomprensibili della storia: Erode, la strage degli innocenti, l’esilio in Egitto che ripete quello di tutto Israele (cf. Mt 2,15; Os 11,1). Possiamo discernere in Gesù il Messia, il Signore, il “Dio con noi”, solo se ascoltiamo le Scritture che lo annunciano e lo rivelano; ma al tempo stesso è Gesù, colui che ha perfettamente obbedito alle Scritture, a rivelarci il senso e il compimento delle promesse bibliche: Gesù Cristo è il vangelo, la buona notizia per la nostra vita e per tutta l’umanità, è “la rivelazione del mistero custodito nel silenzio per secoli eterni svelato ora attraverso gli scritti dei profeti”, la proclamazione “rivolta a tutte le genti per volontà di Dio perché giungano all’obbedienza della fede” (Rm 16,25-26). Questa obbedienza della fede non significa piegarsi all’ineluttabilità di un destino, ma acconsentire che la Parola, il Verbo di Dio che ha posto la sua tenda tra di noi, illumini anche le nostre vicende di peccato con il suo perdono.

Fratel Adalberto

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