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Enzo Bianchi "Desacralizzare la resurrezione"

Jesus - Bisaccia del mendicante 
Dicembre 2020
per gentile concessione dell’autore. 

Se siamo sinceri, dobbiamo confessare che ai nostri giorni la fede cristiana è mutilata soprattutto del suo fondamento: la resurrezione di Gesù. 

Numerosi cristiani non credono a questo evento o addirittura preferiscono l’idea della reincarnazione per tutti, mentre per molti altri vi è un sentimento di indifferenza al riguardo. Credere in Dio è possibile, anche se ormai è poco interessante; credere nella resurrezione di Gesù diventa invece non solo difficile, ma addirittura è considerato inseguire una favola, un mito consolatorio. Eppure la resurrezione di Gesù non è soltanto un articolo della fede, e neppure il più importante, ma è il fatto che genera e dà fondamento alla fede cristiana. Significativamente l’Apostolo Paolo scriveva ai cristiani di Corinto: “Se Cristo non è risorto, vana, vuota è la nostra fede” (cf. 1Cor 15,16). 
Perché la resurrezione è così decisiva? Perché non basta credere all’immortalità dell’anima? Come intendere l’espressione “resurrezione della carne”? Siamo chiamati a ripensare la resurrezione, perché questo annuncio, questa buona notizia, il nucleo del Vangelo, sia intellegibile e comprensibile agli uomini e alle donne del nostro tempo. Diventa urgente fare una nuova lettura dei racconti della resurrezione di Gesù, lasciando cadere tutto ciò che appare miracoloso, sacro: ciò poteva certamente impressionare e catturare l’attenzione degli abitanti del mondo “sacrale”, ma oggi non appare più eloquente. 

Ecco perché la prima domanda da porsi non è come Gesù è risorto, ma piuttosto: perché Gesù è risorto? È tutto il Nuovo Testamento, in sinfonia con l’Antico, a svelarcelo: Gesù è stato risuscitato, rialzato, risvegliato dal Padre perché aveva vissuto l’amore fino all’estremo (cf. Gv 13,1: eis télos), l’amore che vince la morte (cf. Ct 8,6). Non a caso sono i discepoli di Gesù che giungono a proclamare, negli ultimi scritti del Nuovo Testamento, che “Dio è amore” (1Gv 4,8.16). Ovvero, Dio non è la proiezione dei desideri umani che sempre sognano l’onnipotenza, ma è un Dio che dà ragione a chi ha vissuto nell’amore, fino al dono della propria vita per tutti sulla croce. La resurrezione non è tanto una vita oltre la morte ma innanzitutto una vittoria dell’amore su ogni odio e violenza. 

E se vince l’amore, allora viene vinto il male che minaccia tutta l’umanità e le nostre singole vite. Non è solo questione di sopravvivenza ma di una giustizia resa a tutte le vittime della storia; è questione di una pienezza di vita donata a quanti non l’hanno avuta su questa terra. Questo significato della resurrezione di Gesù interessa tutti, credenti e non credenti, e costituisce il senso pieno di tale annuncio. Thedor W. Adorno, pensatore visionario, affermava che ci può essere una vera liberazione per l’umanità se ci sarà una resurrezione dei morti, perché solo così tutte le generazioni di oppressi e vittime ne potranno finalmente partecipare. 

Dunque nella resurrezione della carne, cioè di tutte le vite di uomini e donne, sarà resa a ciascuno vita piena come liberazione dalla morte e da ogni male, ma si manifesterà anche la giustizia proprio per tutti. Solo così possiamo comprendere come la resurrezione di Gesù operi già ora nelle nostre vite, perché dove accade che l’amore trionfa sull’odio e la giustizia sull’ingiustizia, lì è affermata la resurrezione della carne compiutasi pienamente in Gesù Cristo, primizia per tutta l’umanità. La vita eterna non deve perciò essere concepita come beatitudine individuale che dipende da meriti acquisiti in vita, perché in Dio si è tutti in comunione, ben più che un solo corpo. 

La vita eterna sarà l’amore presente nel Dio-amore, sarà ciò che ora percepiamo in modo confuso quando evochiamo che Dio è amore. Se non crediamo alla resurrezione di Cristo e dunque alla nostra – perché non si dà l’una senza l’altra –, non solo è vana la nostra confessione di fede ma noi saremo tra i più miserabili di tutta la terra (cf. 1Cor 15,19): neanche la sensatezza ci abiterebbe.

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