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Cos'è e dov'è il male? Secondo la Bibbia

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Flavio Dalla Vecchia
SETTEMBRE-OTTOBRE 2020

Chi apre la Scrittura s’imbatte da subito in una lettura positiva della creazione (cfr. Gen 1), che mette a fuoco il tema dell’ordine, della regolarità, della distribuzione dello spazio e del tempo (cfr. Sal 104), del ruolo o funzione assegnato a tutto ciò che è creato. Il creato nel suo complesso non dipende da un “principio ordinatore” o da un “decreto” immutabile, ma da un’azione personale, è cioè il risultato di una positiva deliberazione del Tu divino, che esprime in tal modo – già nell’atto di porre in essere il mondo – la sua intenzione. Nello stesso tempo la creazione si presenta come un progetto da realizzare, più che come opera finita. La prima pagina della Bibbia contiene, infatti, in germe questa situazione: iniziano i giorni, si parla di generare, riempire, dominare. La creazione è dunque un “progetto”. 

UN PASSO ILLUMINANTE DI ISAIA (5,1-7) 

Il canto di Isaia prende avvio dall’opera di Dio: essa suscita un’attesa, il cui contenuto va chiarito. Il v. 7 parla di giustizia e rettitudine, quindi la risposta all’agire di Dio non è di ordine cultuale o affettivo (benché il testo sia un canto d’amore!), ma implica la realizzazione di una società giusta. 
Ciò significa che l’opera divina culmina in un’attribuzione di responsabilità agli umani, vale a dire: l’opera divina è loro consegnata affinché ne realizzino appieno l’intenzionalità espressa nel binomio giusti-zia/rettitudine. Nello stesso senso si pronunciano anche gli altri profeti. 

Non solo i profeti, ma anche la Torah va in questa direzione. In essa si esaltano, infatti, le figure dei “giusti” e si esorta a praticare la giustizia. Nel giusto e nella giustizia la Torah vede la “radice del futuro”, come furono Noè (Gen 6,8-9) e Abramo (Gen 15,6). Sarà questa la richiesta fondamentale rivolta al popolo che si appresta a entrare nella Terra promessa: “La giustizia, la giustizia seguirai, per poter vivere e possedere la terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti” (Dt 16, 20). Una giustizia che si esprime in una società attenta a proteggere chi non è garantito (cfr. Dt 24,17-18), che è poi quanto Dio ha fatto nei confronti d’Israele, strappandolo dalla mano dell’Egitto oppressore. 

IL LATO NEGATIVO: L’EMERGERE DELL’INGIUSTIZIA 

A fronte dello scenario positivo sopra delineato, si staglia quello negativo, già espresso nella citazione di Isaia: l’ordine della creazione non è una sorta di automatismo. In gioco entra qui il rapporto tra agire umano e sue conseguenze, questione che impegna non pochi testi antichi e che sta alla base di ogni riflessione sulla giustizia. A questo livello il cammino percorso nella Bibbia non è per niente lineare, cosicché non siamo in grado di tracciare una linea che parta da un dato più antico per giungere a un livello più recente. Siamo invece “invitati ad ascoltare diverse voci”, che si presentano come tentativi di risposta, per lo più culturalmente situati. 
Parliamo di “voci”, e sebbene alla fine saremmo tentati di privilegiarne una, non va dimenticato che nel testo biblico esse sono spesso semplicemente accostate. 

DIVERSE VOCI 

Una prima linea di riflessione è espressa nella Torah e pure nei libri sapienziali, ed è ben tematizzata nel Sal 1. Chi si conforma alla Torah riesce, chi le si oppone o costruisce la sua vita in base a un progetto alternativo fallisce. In tal modo si dimostra che il fondamento del mondo è giusto e ogni squilibrio in esso rinvenibile è totalmente da attribuire all’irresponsabile condotta umana. Che si tratti di una razionalizzazione dell’esperienza è evidente, ma non si può negare la forza inerente a tale principio: 

– da un lato mette a fuoco la bontà della creazione e la libertà umana: Dio ha creato dei presupposti positivi e l’essere umano può decidere dell’esito della sua vita; 

– dall’altro rappresenta un costante appello a collocarsi dalla parte del bene, sentendosi protagonisti della costruzione del senso, conferendo una direzione all’agire umano. 

UN PROBLEMA IRRISOLTO 

In questa riflessione emergono, tuttavia, tracce di un problema irrisolto: perché gli esseri umani, creati da un Dio buono, generano il male e la violenza? Su questo si concentra il racconto del diluvio, il quale parte dalla constatazione della corruzione umana e dalla conseguente violenza che tale corruzione introduce nel mondo (Gen 6,5-12) e culmina nella constatazione divina: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché ogni intento (ye er) del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto” (Gen 8,21). 

Nell’Antico Testamento non è però mai messo a tema il problema di una radicale peccaminosità dell’essere umano; soprattutto mai si fa riferimento a quel racconto che tanto ha determinato la visione cristiana della condizione umana, sulla base della rilettura fatta da Paolo e Agostino, cioè Gen 2-3. Nonostante si apra con questo racconto, la Scrittura può parlare di Noè, Abramo, Giobbe e altri, definendoli “giusti” o “integerrimi”, mostrando con ciò che la natura umana non è affatto corrotta e che la libertà umana resta in vigore anche dopo quella che la tradizione apocalittica chiama “caduta”. Di fatto, l’Antico Testamento più che spiegare perché sorge il male, ne illustra modalità e meccanismi. 

LA RISPOSTA DIVINA AL MALE 

Per la risposta divina al male non è sufficiente ricorrere alla nozione di “perdono”; in gioco c’è il problema di come si ristabilisca la giustizia, cioè di come si possa riparare al torto fatto e soprattutto di quali siano le condizioni per ricominciare, riallacciando un rapporto che abbia un futuro; altrimenti il perdono sarebbe un modo per coprire il male e lascerebbe immutata la negatività di chi lo compie. 

Il Sal 51,12 (“crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo”) si serve infatti del linguaggio della creazione per chiarire quale intervento sia necessario per superare il peccato; e nel fare ciò non è molto diverso da quei testi successivi all’esilio in cui si parla di “cuore di carne” che rimpiazza il “cuore di pietra” (cfr. Ez 36,26-27): questo a indicare che è necessario un nuovo inizio e non basta mettere una pietra sopra. Di conseguenza, il perdono non nasce da una sospensione del giudizio (in tal caso lascerebbe intatta la situazione del colpevole), ma dal riconoscimento del torto compiuto che rende possibile il perdono, quindi la riconciliazione e la pace. 

FALLIBILITÀ DI OGNI ESSERE UMANO 

Anzitutto si parte dall’ammissione della fallibilità di ogni essere umano (cfr. Pr 20,9; Sal 51,7; Gb 4,17-19; 14,4). In questi passi non si riflette sulla libertà umana che, male esercitata, genera trasgressione; sembra si segnali piuttosto una “condizione previa” che ferisce la libertà umana, condizione espressa in Gen 2-3 nella figura del serpente, con la quale si mostra che il male non è connaturato all’essere umano, ma emerge dall’incontro tra gli umani e il mondo, incontro fatto di voci, sguardi, desideri mai sopiti; soprattutto il male nasce dalla scoperta di un limite creaturale percepito come imposto e immotivato (e spesso frustrante), che genera una tensione nella coscienza di sé e che porta a disconoscere il proprio limite per cogliere solo le possibilità (cfr. Gen 3,6 dove la donna vede solo il “buono” nell’albero). 

LA PROCEDURA DEL “RÎB” 

Si deve a tale riguardo ricuperare la parola profetica, la quale si propone come provocazione al colpevole, affinché si lasci toccare dalla volontà divina di riprendere il dialogo con lui. Nella parola profetica non interviene il giudice, ma proprio Colui che è stato offeso (Dio è giudice, ma qui interviene quale “parte lesa”) e non vuole accettare la sconfitta di una relazione infranta. Siamo confrontati in questi passi con una procedura giuridica che gli studiosi chiamano rîb, parola ebraica che potremmo tradurre con “controversia, querela”. Con questa procedura non s’intende, come nel processo, ripianare il torto con una sanzione equivalente, quanto invece ristabilire una comunanza, incrinata o infranta dal torto subito o commesso. Per reintegrare il diritto, e quindi il rapporto, l’offeso assume il ruolo di accusatore, perché la sua azione contro l’altra parte non si ferma finché essa non giunga a riconoscere il torto commesso, manifestando interesse a ristabilire con l’offeso il legame vitale infranto e disponendosi a una condotta conseguente. 

LA GIUSTIZIA DI CRISTO 

L’Antico Testamento mostra così un profondo coinvolgimento di Dio nel problema della giustizia: Egli è colui che non si dà per vinto e che escogita soluzioni sempre nuove per ricondurre a sé il partner che si è smarrito (cfr. Os2). Ed è questo il senso dell’invocazione dell’orante del Sal51, della difesa dell’agire di Dio in Sap 11-12, ma pure dell’insondabile mistero che è la croce di Cristo, la cui giustizia consiste nel prendere su di sé i peccati del mondo e le loro conseguenze, non semplicemente nel punire o nell’esortare a cambiare il cuore.
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