Chiara Giaccardi e Mauro Magatti " Costruire un ponte oltre il Covid"

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Chiara Giaccardi e Mauro Magatti
 
giovedì 24 settembre 2020 

La crisi pandemica è una lente per leggere il nostro tempo, un telescopio per guardare più lontano: è la chiave di Nella fine è l’inizio. In che mondo vivremo, nuovo volume edito dal Mulino (pagine 192, euro 15,00) di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, di cui anticipiamo qui alcune pagine. Secondo i due sociologi, docenti presso l’Università Cattolica di Milano, la pandemia è l’occasione per un avvenire inedito anziché per un divenire inerziale. La sfida è ora trasformare le tensioni che definivano il mondo pre-Covid in leve di cambiamento. 

Il post-Covid può essere davvero l’occasione – nel senso in cui ne parla Machiavelli – per aprire un nuovo ciclo storico […]. Non si tratta di mettere pezze. Né di riaccendere i motori. Il corpo sociale non è una macchina da riparare ma un organismo, che oggi ha bisogno di rigenerarsi. E il futuro non è un divenire iscritto in ciò che già c’è ma una trasduzione, un salto quantico a partire dal potenziale, ancora inespresso, di un presente “metastabile”: la forma che ha preso il nostro mondo è tutt’altro che definitiva, e non esaurisce le tante energie che sono rimaste inespresse, e possono fare la differenza. Si tratta, per così dire, di costruire un ponte che non c’è. Proprio come a Genova dopo il crollo del Morandi, potremo rialzarci se saremo capaci di uno sforzo comune, fatto di volontà, collaborazione, dedizione, senso che ne vale la pena. Genova è una città-simbolo che in questo momento dovremmo mettere al centro del nostro immaginario […]. Senza essere una invenzione dal nulla, e piuttosto presentandosi come una capacità di immaginare diversamente in relazione a una data situazione, il ponte getta una linea che non esiste, trasforma una distanza data in una vicinanza possibile. Un movimento che Simmel non esita a chiamare 'spirituale'. Nel romanzo Le città invisibili, proprio a proposito dell’immagine del ponte, Italo Calvino fa dialogare Marco Polo e Kublai Khan su questa particolare architettura che per reggersi ha bisogno dell’apporto di ciascuna delle pietre che la compongono. Dopo che Marco Polo ha descritto il ponte pietra per pietra, Kublai Khan chiede «Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?». «Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra», risponde Marco Polo, «ma dalla linea dell’arco che esse formano». Kublai Khan rimane silenzioso riflettendo. Poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? è solo dell’arco che mi importa ». E Marco Polo risponde: «Senza pietre non c’è arco». 

Il ponte non è semplicemente un mezzo per arrivare a una nuova terra futura, ma è senso esso stesso, cammino che si fa pensando, costruendo e camminando nel presente: un presente che non è pura immediatezza, ma condivisione del nuovo 'comune' che apre l’avvenire. Per lasciare alle spalle le conseguenze più negative della pandemia occorre costruire un ponte che ancora non c’è. Mentre siamo ancora alluvionati si tratta di riuscire a mettere mano all’opera di un ponte che ci permetta di arrivare su un’altra riva. Ora, forse, possiamo immaginarlo meglio. Con la ragionevole speranza che sia possibile realizzarlo. «La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, ma la certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire». Così Václav Havel, dissidente e poi primo presidente dell’allora Cecoslovacchia, spiegava nel saggio Il potere dei senza potere la logica della propria azione di opposizione al regime. Una frase che descrive bene la condizione nella quale ci troviamo e lo stato d’animo che occorre coltivare oggi. La speranza è una promessa. Essa, infatti, ha fondamentalmente a che fare con la convinzione che l’essere umano è capace e intelligente e che, nonostante tutte le spinte distruttive di cui pure è portatore, alla fine è capace di superare il dato di fatto e il proprio limite con un’azione che genera valore. Siamo esseri desideranti, che esistono nell’oltrepassarsi, animati dal «principio trascendentale dell’ethos del trascendimento della vita nel valore». Per nutrire speranza occorre essere convinti di questa qualità fondamentale dell’essere umano, in grado di af- fermarsi al di là di ogni caduta. Ma oggi questa convinzione è più chiara, perché di questo superamento di sé nel valore abbiamo fatto esperienza nei giorni più drammatici della pandemia. 

La speranza è una visione. Cioè un desiderio che nel confronto con la ruvidezza della realtà comincia a prendere forma, anche se i suoi confini sono ancora insufficientemente indeterminati. Lo sviluppo ha sempre a che fare con le energie psichiche messe in campo, in rapporto agli assetti istituzionali e al livello di avanzamento tecnico. La società liquida ha costituito il compimento del modello individualistico-consumeristico sorto nel secondo dopoguerra, che ha dato forma all’emergere del desiderio soggettivo reso godimento attraverso il consumo. Il rilancio che dobbiamo immaginare non può avere le stesse basi, per tutte le ragioni che abbiamo visto con chiarezza proprio nel corso dell’emergenza Covid. Non si tratta diimmaginare una restrizione del consumo. Piuttosto, di rafforzare un modo diverso di esprimere la tensione 'eccentrica' dell’essere umano, la sua spinta a trascendersi. Un modo centrato sulla nostra capacità creativa e sulla nostra responsabilità nei confronti delle relazioni che mettiamo al mondo. Un desiderio 'generativo', capace di far esistere ciò che ancora non c’è e di tradursi in forme organizzative e istituzionali diverse da quelle che abbiamo costruito negli ultimi quarant’anni. La speranza è una virtù. Non un generico afflato emotivo sintetizzabile nella formula “tutto andrà bene”. La speranza esige il coraggio e la capacità di combattere contro le difficoltà. Di resistere. Perché la via della speranza è irta di sfide. A partire dal fatto che ogni cambiamento incontra sempre un’opposizione. Come scrive Thomas Merton «la perfetta speranza si acquista sull’orlo della disperazione ». 

Cambiare lo stato di fatto, lottare contro le ingiustizie, abbattere i muri, avviare processi trasduttivi di cambiamento sono tutti movimenti complessi che hanno bisogno della virtù della speranza. Una virtù di cui si devono rivestire soprattutto le nuove generazioni, per le quali gli accadimenti del 2020 costituiscono la sfida della loro vita: o rimanere sepolti dai tanti problemi che ne verranno; oppure rinascere, lasciandosi alle spalle il mondo che la generazione dei baby-boomers ha costruito e diventando protagonisti di un nuovo modo di vedere, immaginare, vivere. La speranza, infine, è una costruzione. Non è una collezione di buoni sentimenti, né è appannaggio delle anime belle. Non sfugge alla prova della realtà, ma richiede di coltivare un saper fare, un saper vivere, un saper pensare, insieme alla capacità di mediare e di risolvere i conflitti che inevitabilmente insorgono. Non un fare per il fare, però. Ma una costruzione dotata di senso in cui le persone si sentono di contribuire a un orizzonte comune che orienta l’agire. Consapevolezza indispensabile per fondare e alimentare la solidarietà. Una costruzione che mira alla realizzazione, ma che sa che il fallimento non è escluso e che tanti passi andranno fatti, anche ripartendo dagli errori; dove ogni giorno c’è una prova nuova da risolvere e ogni equilibrio è destinato prima o poi a essere superato, perché ciò che è vivo cambia. Come suggerisce Havel, chi si muove sulla spinta della speranza sa che non è nel compimento dell’opera la prima e fondamentale ricompensa. Ma nel processo cui si dà inizio, e nel cammino che, camminando, si apre. E che, pur non trovando mai quella definitiva, non può cessare di cercare forme più giuste e più ospitali della vita. Di ogni vita.
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