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Alberto Maggi "Eppur (la Chiesa) si muove…"

Come spiega su ilLibraio il biblista Alberto Maggi, “lentamente, in maniera quasi impercettibile, qualcosa si muove” nella Chiesa. Che, con papa Francesco, “da rigida istituzione regolata dall’immutabile dottrina, si trasforma in una comunità dinamica animata dallo Spirito…”

“Eppur si muove…!”. La conosciuta espressione, attribuita a Galileo Galilei, costretto dalla dottrina infallibile dell’Inquisizione a rinnegare il movimento della terra, ben si adatta alla Chiesa cattolica.

Questa è come un pachiderma che sembra immobile, appesantito e rallentato com’è da secoli di detriti e cascami teologici, così lontani dall’agilità dei vangeli, che esigono il continuo cambiamento per poter mettere il vino nuovo dello Spirito in otri nuovi (Mt 9,17).

Eppure, lentamente, in maniera quasi impercettibile, qualcosa si muove e la Chiesa, da rigida istituzione regolata dall’immutabile dottrina, si trasforma in una comunità dinamica animata dallo Spirito. Naturalmente i cambiamenti sono lievi, non avvengono mai in maniera traumatica, per non sembrare uno strappo o peggio una rottura con la tradizione. Così ci si muove a passi felpati, con molta diplomazia, e bisogna scoprire questi cambiamenti tra le righe. Un passo, che sembra piccolo invece è stato gigantesco, è quello compiuto da papa Francesco.

Sorprese tutti quando la sera della sua elezione si presentò al mondo intero come il “Vescovo di Roma”, senza tutti gli anacronistici orpelli, anche esteriori della sua carica di Sommo Pontefice. Era solo la premessa di un cambiamento del pontificato che avrebbe avuto come linea maestra la graduale conversione della Chiesa al vangelo, cammino che non sarà indolore.

Segno di questo mutamento sono i titoli del papa (dal greco papas, “padre”), pubblicati nell’Annuario pontificio 2020. Nelle precedenti edizioni, campeggiava sotto il nome del papa, il titolo grande di “Vicario di Gesù Cristo”, poi di seguito “Successore del Principe degli Apostoli”, “Sommo Pontefice della Chiesa Universale”, “Primate d’Italia”, “Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana”, “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano” e, infine, per ultimo, “Servo dei Servi di Dio”.

Ora, pur rimanendo, questi titoli, sono stati delicatamente, ma significativamente spostati e separati, in modo che in una pagina bianca appare la scritta, su due righe, “Francesco – vescovo di Roma” e, nell’altra pagina, tutti gli altri titoli, con un carattere più piccolo, sotto una linea di demarcazione e la dicitura: “Titoli storici”. Ovvero titoli messi in soffitta, come certi mobili del passato, erano belli e ci si era affezionati, ma ormai ingombranti e inutilizzabili.

Ma quella che è indubbiamente significativa è la rimozione (in linguaggio curiale “spostamento”) del titolo “Vicario di Gesù Cristo”, denominazione che aveva reso di fatto ogni pontefice un essere semi-divino, “il dolce Cristo in terra”, trattato e venerato come una divinità, idolatrato come un faraone (basta pensare all’uso degli egizi flabelli, i grandi ventagli di piume bianche di struzzo che accompagnavano l’ingresso in portantina del papa in uso fino a Paolo VI, che finalmente l’abolì).

Come hanno potuto i papi attribuirsi il titolo di Vicarius Christi? Vicario è colui che rappresenta o sostituisce qualcuno che non è presente, ma può il Cristo essere assente? Dai vangeli si evince il contrario. Nel vangelo di Matteo, le ultime parole del Cristo risuscitato sono “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20). Mentre Mosè sentendo prossima la sua fine, aveva nominato Giosuè come suo successore (Nm 27,18), Gesù, Risorto, non nomina alcun successore, e tantomeno suo vicario, ma, come scrive Marco, il Cristo risuscitato continua a essere presente con i suoi discepoli: “il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che lo accompagnavano” (Mc 16,20). Il Cristo è, pertanto, presente tra i credenti, chiede solo di essere accolto e di collaborare con lui all’incessante comunicazione di vita per ogni creatura. Certamente Gesù è invisibile, ma non assente, e sarà sempre visibile ogni volta che i suoi spezzeranno il pane per farne alimento di vita e di condivisione (“L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”, Lc 24,31.35).

Se si vuole usare l’espressione “vicario di Cristo”, questa è per i poveri, i bisognosi, gli emarginati, i carcerati, gli stranieri nei quali Gesù s’identifica (“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”, Mt 25,40), e Padri della Chiesa, come San Gregorio di Nissa, affermavano che i poveri “ci rappresentano la Persona del Salvatore” (De pauperibus amandis, PG 46,460bc). Poi nel XII secolo, mentre brillava più che mai la luce di Francesco d’Assisi, il vero alter Christus, fu un papa, il bellicoso Innocenzo III, a mettere in secondo piano il titolo di “Vicario di Pietro” ed arrogarsi quello di “Vicario di Cristo”, fino allora attribuito ai poveri, designazione che fu sancita dal Concilio di Firenze (sec XV) con la bolla “Laetentur caeli”, dove si legge che il romano pontefice “ha il primato su tutto l’universo […]” e il papa è “autentico vicario di Cristo” (Denz. 1307)… poi venne papa Francesco.

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