Rosanna Virgili "Le dieci parole, pilastri di civiltà"

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Sui passi dell’Esodo
a cura di 
22 Giugno 2020

«Non avrai altri dèi davanti a me» era stata la prima parola risuonata dalla bocca del Dio del Sinai, nel giorno solenne della Teofania. Alla fine dieci saranno i precetti e i divieti su cui Israele edificherà sé stesso, dandosi un’autentica “costituzione”. Leggi fondative e fondamentali con le quali Dio forma i suoi alleati. È su un patto che nasce e matura un popolo sano. Non su un contratto né su un sentire istintivo ed egoistico. Esso consiste di impegni che si prendono con gli altri, di un giuramento di fedeltà indispensabile per la vita di tutti. Le dieci parole del Sinai – che noi cattolici abbiamo ereditato come i dieci comandamenti – sono dei veri e propri pilastri di una civiltà legata alla “pòlis”, alla città, alle nazioni. Strumenti essenziali perché si passi da una società tribale o dall’anarchia del Far West a uno “stato di diritto”.

Momento cruciale per l’Israele biblico che, proprio con le dieci parole, si trasforma da un gruppo di nomadi senza terra né nome, abbandonati a sé stessi, in un popolo con una precisa identità e una dignità garantite da Dio. Se ascolterà queste parole, Israele avrà un futuro, camminerà sicuro verso la giusta direzione: la terra promessa, carica di frutti da mangiare e di potenzialità da sfruttare nella grazia e nella libertà. Dio affranca un gruppo di schiavi scampati dalle unghie di Faraone e rivendica per esso diritti umani e civili. «Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra (…), non ti prostrerai a loro e non li servirai».

La seconda parola raccomanda di non fare delle cose create delle divinità. Pensiamo anche oggi a quanti sono gli oggetti, i beni materiali, le persone, davanti ai quali ci “prostriamo” pur di ottenere da loro favori o denaro. Svendiamo la nostra libertà ai soldi distruggendo la pace sociale. «Ricordati del giorno del sabato per santificarlo (…), non farai alcun lavoro né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava né il tuo bestiame né il forestiero che è presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra (…) ma si è riposato il settimo giorno»: ecco la terza parola che i cristiani spesso riducono al precetto della Messa domenicale. Molto di più essa contiene! Dice che ogni uomo e ogni donna, ogni figlio come ogni figlia, senza distinzioni di sesso o di censo o di status sociale hanno diritto a un tempo di riposo. Anche lo schiavo e la schiava, e persino gli animali usati come compagni nel lavoro feriale: ogni creatura ha diritto di godere della gioia della festa! Il Sabato abbatte ogni privilegio tra una creatura e l’altra, ogni ingiustizia e regala a tutti, almeno per un giorno, la libertà dei figli di Dio. Il Sabato è un anticipo di paradiso agognato da chi, sulla terra, è costretto a curvare la schiena sotto i colpi della fatica, della minaccia, dello sfruttamento.

La quinta parola è, forse, la più solenne di tutte: «Non uccidere». Non levare la mano contro tuo fratello. Che essa possa risuonare in ogni orecchio così che quella mano sia fermata per sempre..
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