Massimo Recalcati "La violenza figlia del Covid"

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La violenza figlia del Covid

È possibile leggere i recenti fatti di cronaca legati alla violenza rissosa e dilagante nel mondo della cosiddetta movida giovanile senza stabilire un nesso tra questa violenza e il trauma collettivo che abbiamo appena vissuto? La risposta sembra imporsi: no, non è possibile.
Conosciamo diverse espressioni del disagio della giovinezza; quella della trasgressione e quella del ritiro sociale appaiono come le sue due facce contemporanee più contraddittorie. Da una parte la spinta a superare ogni limite dall’altra quella a introvertirsi dentro il bozzolo autistico della propria stanza. L’esperienza della quarantena imposta dal Covid 19 ha esasperato questo disagio? Gli ha offerto nuove maschere, nuovi modi di espressione? Esiste, come direbbero gli psichiatri, un disturbo di adattamento post-traumatico diffuso tra le nuove generazioni? L’accesso alla violenza – soprattutto quando riguarda i giovani – dovrebbe sempre essere preso, dal mondo degli adulti, come un messaggio da decifrare.

Non lo insegna solo la psicoanalisi ma la stessa dialettica della vita familiare e sociale.

Il cortocircuito dell’agire violento, soprattutto se gruppale, porta con sé un messaggio disperato anche se brutalmente regressivo. Abbiamo dovuto sigillare le vite dei nostri figli nel chiuso delle abitazioni, abbiamo dovuto negare loro la libertà che è la parte più preziosa di una stagione irripetibile della vita, abbiamo trasmesso loro un sentimento profondo di insicurezza e di incertezza nei confronti del futuro che ci attende. Potremmo allora pensare che i passaggi all’atto violento di queste notti che dovrebbero essere di legittimo divertimento  siano l’esito di una profonda angoscia che non è stata adeguatamente filtrata dalle nostre parole. 
Quale angoscia? Non solo quella relativa alla privazione della libertà, delle relazioni affettive e dei contatti sociali, ma, soprattutto, quella che ha inevitabilmente leso l’immagine del nostro mondo compromettendone  l’avvenire. La distruzione fine a se stessa, lo scatenamento della rissa, della violenza cieca, senza obiettivi e senza alcuna giustificazione ideologica appaiono come una “scarica” pulsionale – nel senso freudiano del termine – legata a un eccesso inespresso di angoscia. È, se si vuole, l’altra faccia del panico; se nel panico la massa si disintegra nel fuggi fuggi individuale di fronte a una minaccia avvertita come ingovernabile, nella rissa o nella collisione violenta tra gruppi la massa può ritrovare, paradossalmente, una sua unità, può ricompattarsi, assegnare finalmente un volto alla minaccia, renderla nuovamente identificabile, difendersi con forza contro ciò che si manifesta come ostile. È quello che non è potuto accadere con il Covid 19 dove il nemico era sfuggente, inafferrabile, sebbene incombente.

Ma forse dovremmo provare a vedere in questa violenza senza obbiettivi, totalmente pre-politica, anche la manifestazione della “parte” o della “pancia” più regressiva del nostro Paese.
Quella che ha vissuto l’esperienza della quarantena e delle limitazioni imposte dal virus (si pensi a titolo esemplificativo, sempre in riferimento al mondo giovanile, alla chiusura delle discoteche) come una esperienza illegittima e abusiva di privazione della libertà. Quella parte del Paese che non ha visto in tali limitazioni una prova significativa di solidarietà e di coesione nazionale, ma solo un abuso totalitario nell’esercizio del potere.

Quella parte del Paese che vive l’esperienza del limite come una esperienza di ingiusta sopraffazione del diritto inalienabile della propria libertà ridotta al capriccio anarcoide di fare impunemente quello che vuole e che trovava nel divertimento delle notti estive il suo massimo dispiegamento. Come non vedere che la rissa scatenata per motivi futili trae la sua linfa da questo risentimento collettivo? Ci avete rubato il divertimento dell’estate, allora sia guerra di tutti contro tutti!
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