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Luciano Manicardi "Amare ancora"

9 aprile 2020
Gv 13,1-15
La Cena del Signore
dal sito del Monastero di Bose

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. 2Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». 8Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». 10Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.

Fratelli, sorelle,

all’inizio di questo triduo santo noi volgiamo lo sguardo a Gesù, il Signore. Attraverso il vangelo noi guardiamo a lui, unica fonte della nostra conversione e della nostra salvezza. Anzi, noi ci lasciamo guardare, vedere, trafiggere dal Signore, dal Verbo di Dio che ha gli occhi fiammeggianti (cf. Ap 19,12), dalla parola del Signore che scruta i pensieri e i sentimenti del cuore (cf. Eb 4,12), parola che ci guarda e ci riguarda. La nostra contemplazione ha un’efficacia quando diviene un esporci allo sguardo del Signore, un lasciare che la nostra coscienza sia raggiunta da quello sguardo, sguardo capace di indurre al pianto di pentimento, come per Pietro nel racconto della passione secondo Luca (Lc 22,61).

“Prima della festa di Pasqua”: la prossimità della festa di Pasqua, memoria del passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù alla libertà, diviene per Gesù coscienza del suo imminente passaggio “da questo mondo al Padre” (Gv 13,1). E come Gesù vive la sua ora? Come passa questo tempo cruciale e decisivo? Gesù è insieme ai suoi discepoli, loro soli, in un ambiente domestico, chiuso. Il mondo esterno ne sembra escluso. E l’evangelista ci fa entrare discretamente nella coscienza di Gesù sottolineando la consapevolezza intima e profonda di Gesù stesso. La sua coscienza di fede, cioè, il suo sapere che è giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre lo porta a una decisione: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”. Avendo amato, egli ancora ama. Avendo amato prima i suoi discepoli, egli, anche in questo frangente in cui si palesano il tradimento, il rinnegamento, l’incomprensione dei discepoli, decide di amare ancora. Avendo amato prima, durante il suo ministero pubblico, ora che si prospetta la fine della sua vita terrena, egli decide di amare ancora. Con la perseveranza nell’amare Gesù tende un filo rosso nella sua vita, dà una continuità e dunque un senso alla sua esistenza ponendola tutta sotto il segno dell’amore. Avendo amato, amò fino alla fine, o meglio, fino a un compimento, a un télos, a un senso, a una pienezza. Più che una fine dunque, quel télos è un compimento che rimanda all’ultima parola di Gesù sulla croce: “È compiuto” (tetélestai: Gv 19,30). Ecco la perseveranza veramente vitale: continuare ad amare, a cercare di amare. Ecco la Pasqua esistenziale che Gesù vive, ecco il suo “passare” che non evoca solo il passaggio da questo mondo al Padre, ma riguarda il qui e ora, il suo passare facendo il bene e guarendo (cf. At 10,38), il passare servendo, il passare lavando i piedi. Il passaggio dalla morte alla vita avviene già ora grazie all’amore. Giovanni lo dirà anche del credente nella sua prima lettera: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,15). È un amore che ha i connotati dell’estrema concretezza e che si sottomette al bisogno dell’altro, alla sua peculiare sporcizia; è un amore che si spende nel quotidiano e che prende forma nel lavare i piedi a ciascuno. Prende forma nel fare ciò che all’epoca facevano i servi. Ecco come Gesù vive il suo passaggio verso il Padre, ecco come si vive la Pasqua: servendo.

Con la lavanda dei piedi, Gesù sta istruendo i suoi discepoli, sta ponendo il fondamento perché i discepoli diventino la sua comunità. “Se io ho lavato i piedi a voi – dice Gesù – anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come ho fatto io”. Queste parole di Gesù ai discepoli sono echeggiate nelle parole che ancora Gesù pronuncia nello stesso contesto riguardo all’amore vicendevole: “Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Il gesto che noi contempliamo questa sera, il gesto dell’amore concreto e quotidiano, la lavanda dei piedi, è il gesto di Gesù “Signore e Maestro”, non “Maestro e Signore”, è il gesto del Kýrios, ancor prima che del didàskalos. Gesù insegna in quanto è Signore, non si fa signore perché insegna, non fa del suo essere maestro, rabbì, uno strumento di signoria sui discepoli. Ma cosa insegna colui che è il Signore? Il Signore insegna a essere servi. Il Signore insegna ad assumere con libertà e con amore l’attitudine dello schiavo. Di colui cioè a cui spettava quel gesto. La coscienza di Gesù, espressa dall’insistito ricorrere del verbo “sapere” a lui riferito, si manifesta in un gesto spiazzante. E spiazzante non solo perché è fuori posto, collocato com’è durante il pasto e non all’arrivo dell’ospite, dunque prima di mettersi a tavola, ma anche per il soggetto che lo compie: lui stesso. Gesù manifesta la sua signoria non comportandosi da padrone, ma facendosi servo. Ecco la regola d’oro, ecco il testamento che Gesù sta lasciando alla sua comunità: Gesù, il Signore e il Maestro, non si erge a padrone, ma si fa servo. “Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Gesù dà la regola, la norma, l’indicazione di via da percorrere ai suoi affinché siano la sua comunità, i suoi discepoli. Ecco la sua signoria espressa in gesti e parole: non spadroneggiare, ma farsi servo. Abolire la mentalità padronale e assumere la condizione di servo. L’evangelista sottolinea questo insegnamento rallentando il ritmo narrativo e soffermandosi con puntigliosità di dettagli su Gesù che si alza da tavola, depone le vesti, cioè il mantello, restando vestito della sola tunica, prende un panno di lino, lo lega con la cintura alla vita, versa acqua nel catino, lava i piedi ai presenti e li asciuga con il panno di lino di cui si era cinto. Come Gesù vuole che questo gesto si imprima nella mente, nel corpo e nella vita dei suoi discepoli, così Giovanni vuole che si imprima nella mente e nella prassi dei lettori del vangelo.

Gesù poi, si fa servo non solo lavando i piedi ai discepoli, ma in modo più articolato e complesso. Egli sa che è giunta la sua ora, egli sa chi lo tradisce, eppure non reagisce opponendosi, combattendo, contrastando, ostacolando, espellendo, ma anzi sottomettendosi e quasi agevolando: “Quel che vuoi fare, fallo presto” (Gv 13,37) dice Gesù a Giuda. Non solo Gesù non prende decisioni forti, di esclusione, di rimprovero aspro e nemmeno di rifiuto di condivisione del pane nei confronti di colui nel cui cuore ha preso dimora Satana (cf. Gv 13,2), ma continua ad amare. Gesù vive l’amore unilaterale, che non cerca reciprocità e che narra la fedeltà radicale di Dio al peccatore. Ciò che potrebbe sembrare debolezza, timidezza o passività è invece forza e gloria del Signore: la gloria di amare. La gloria di chi è pienamente cosciente che nulla può impedirgli di amare. Che ogni occasione, anche la più dolorosa e tragica, può essere vissuta nell’amore, fino a donare la vita. È la grande libertà che Gesù mostra: egli è cosciente della situazione reale e misera dei suoi discepoli, ma sa anche che quella è l’occasione per manifestare la sua obbedienza al Padre e il suo amore per i suoi.

Ma ecco che il Signore che si comporta da servo e non da padrone, trova l’opposizione di Pietro. Un signore che si comporta da servo è inaccettabile. Pietro rifiuta un Gesù schiavo. E probabilmente non capisce nemmeno esattamente cosa significhi Gesù quando gli dice che se non si lascia lavare i piedi non avrà parte alcuna con lui. Infatti, Gesù dovrà riprendere il suo gesto e le sue parole e spiegare ancora e dire: “Capite quello che ho fatto per voi?” (Gv 13,12). Che significa aver parte con Gesù? Come si ha parte con Gesù? Tutto diventa chiaro quando Gesù dice che i discepoli dovranno fare come ha fatto lui: compiere i gesti dello schiavo, perché questo è l’agire dell’agape, l’agire dell’amore, perché questo è fare ciò che ha fatto anche Gesù. L’incomprensione di Pietro, il suo rifiuto di comprendere era dunque non banale: è il rifiuto di una condizione che da Gesù passa ai discepoli: la condizione dello schiavo, dell’amore fino all’estremo. In effetti, i vv. finali del nostro testo, i vv. 12-15, conoscono l’abbondare del “voi” dei discepoli: si assiste al trapasso da Gesù ai discepoli. Aver parte con Gesù significa essere là dove anche lui è stato. E queste parole sono consegna di un compito che è anche fondativo di una comunità. Andandosene, tornando al Padre e lasciando alla libertà dei discepoli di vivere ciò che hanno visto in lui, egli fonda la sua comunità.

Di fronte alla protesta di Pietro, Gesù gli obietta che potrà capire solo dopo, più tardi, ovvero, quando Pietro avrà visto che la morte di Gesù è la morte di croce, la morte di uno schiavo, una morte in linea di continuità con il gesto del chinarsi a lavare i piedi ai discepoli dopo aver deposto le vesti. Il superiore, il più grande, appare come l’ultimo, come il più disprezzabile. “Chi è più grande, dice Gesù nel terzo vangelo, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” dice Gesù nel terzo vangelo (Lc 22,27). Pietro potrà capire quando avrà scoperto che quella morte è stata un compimento, un’apertura, un passaggio, una pasqua appunto. Una resurrezione. È stata il compimento della Pasqua. È stata l’ultimo gesto dell’amore di Gesù. È stata il compimento dell’amore di Gesù, dunque un evento vitale e che trasmette vita e che attende ora di compiersi nei suoi discepoli, nei credenti, grazie allo Spirito effuso dalla croce.

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