Lidia Maggi "Accogliere ed essere accolti da Dio"

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Accogliere ed essere accolti da Dio
in Riforma 
(settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi)
del 17 aprile 2020

Salmi 37:7
Sta' in silenzio davanti al SIGNORE,
e aspettalo.

L'altra accoglienza
Sembra un paradosso parlare di accoglienza in tempi di clausura forzata, di vite chiamate a ridurre l'interazione sociale. Gli abbracci sospesi, le cene rimandate e gli spazi ridotti alla dimensione domestica. È possibile evocare esperienze di accoglienza in questo tempo claustrofobico, avendo negli occhi la nostalgia di panorami ampli, con il corpo che reclama la stanchezza delle lunghe camminate? Come parlare di accoglienza nei giorni interminabili della paura del contagio, della malattia e del lutto? Come richiamare storie accoglienti senza scadere nel nostalgico, nel pericoloso gioco del rimpianto,ora che siamo costretti a difenderci dall'altro e a difendere l'altro da noi stessi? Si può sperimentare accoglienza nel tempo della quarantena, nel chiuso della propria casa? Io credo che non solo si può, ma si deve. Per resistere. Non basta dare ordine alle nostre giornate, riempirle con nuovi rituali; bisogna anche imparare a riconoscere le tante situazioni in cui riceviamo accoglienza. Come funamboli, percorriamo, con passi incerti, questo tempo sospeso. Senza qualcuno che ci accoglie, rischiamo di precipitare nell'abisso delle nostre fobie, nel buio della nostra solitudine.
Proviamo, allora, a visualizzare le “altre accoglienze”, quelle meno visibili nei giorni normali, quelle che scopriamo nel tempo della crisi.
Mi accoglie il mio diario, a cui affido la narrazione dei miei giorni, dove segno i piccoli accadimenti giornalieri che permettono ad un giorno di differenziarsi dall'altro. Avevo perso l'abitudine di scrivere quotidianamente solo per me stessa e, dopo diverse settimana, con il quaderno nero ormai con pochi fogli bianchi, scopro l'effetto terapeutico di questo esercizio: i pensieri confusi acquistano forma. A fine giornata, ho un appuntamento fisso, che mi disciplina ad ascoltarmi, ad aprirmi, ad interrogarmi su cosa provo, a fare sintesi di una giornata, a fissare le cose buone accadute e quelle che mi hanno turbato. I tempi frenetici, dove siamo continuamente chiamati a performare, non ci concedono facilmente questo tipo di dialogo con noi stesse che la scrittura personale sa creare. Scrivo, e la pagina vuota si riempie delle mie parole, le accoglie, le custodisce. Scrivo, e per farlo devo “rientrare in me stessa”, assaporare il silenzio che ordina e sigilla i miei pensieri.
A volte le pagine del mio diario sono popolate di libri appena letti, altre volte di sogni.
Sogno molto in questo periodo e, con i risvegli più lenti, ho la possibilità di non perdere le immagini oniriche che hanno abitato le mie notti. I “guardiani dei sogni”, mentre passo la dogana, dal sonno alla veglia, non mi sequestrano i colori, i suoni e persino i sapori che popolano le mie notti. Anche i sogni ci accolgono. A volte sono angoscianti. Conosco bene quei sogni che ricreano situazioni lavorative infinite, irrisolvibili e che, al risveglio, ti lasciano un senso di angoscia. Eppure, ti permettono di elaborare lo stress e di superarlo, caricandolo su di sé. Ci sono i sogni che danno voce ai nostri desideri e quelli che aiutano a vedere aspetti inediti di una situazione chiusa o confusa. Questo mondo parallelo, poetico, misterioso, lo riscopro in questo tempo di crisi.
E ancora, vorrei evocare l'accoglienza fatta di tante telefonate, mail che mi raggiungono da amici e conoscenti lontani. Comunicazioni più lente, a volte scherzose, più facilmente profonde rispetto al passato. Meno formali. Le persone che mi scrivono hanno voglia di raccontarsi, di lasciarsi accogliere e di accogliere il mio sentire. Le telefonate che mi raggiungono sono fiumi in piena, dighe senza argini, grida di dolore, richieste di conforto. Quel dolore, quello sconforto, ognuno di noi lo conosce, in gradi differenti, certo, ma fa parte del nostro tempo, il tempo della malattia; e, nell'attesa che la malattia si trasformi in convalescenza, l'accoglienza diventa cura. Verso sé stessi: un diario, un sogno… Verso gli altri: una telefonata, una mail… Verso chi ci sta intorno: un pasto ben cucinato, un sorriso, la sorpresa di una foto ritrovata… L'accoglienza ci ricorda che siamo esseri in bisogno di relazione, di cura. L'abbraccio che non possiamo scambiarci dobbiamo ritrovarlo in forme creative di accoglienza, dove riscopriamo pratiche antiche, come il diario, e nuove comunicazioni, come le celebrazioni liturgiche a distanza, scoperte con “zoomworship”. Chi ha partecipato ad una di queste può raccontare la forza percepita quando i microfoni vengono aperti e, da ogni parte d'Italia, ci giungono i saluti di fratelli e sorelle. Sembra di essere al sinodo o in un'assemblea battista! Quante competenze informatiche le chiese stanno scoprendo in questi giorni: da non crederci!
È una pagina di spiritualità, questa. E dunque è lecita la domanda: dov'è Dio in tutto ciò?
Come ci accoglie Dio in questi tempi difficili? E noi riusciamo ad accoglierlo o lo lasciamo fuori dalla porta, lo teniamo ben lontano per paura del contagio?
Io non ho una risposta chiara, ma sento che Dio mi accoglie nelle tante situazioni di cura. A volte lo sento accanto mentre scrivo una pagina di diario che, da grido, si trasforma in preghiera. Altre volte lo scopro nelle parole di un amico al telefono, o in una mail. Più spesso lo scorgo nelle persone che dividono con me il tempo della segregazione, nei loro gesti gentili, nelle parole che arginano il panico. Oggi l'ho incontrato in una parola biblica che mi ha graffiato. Sto imparando che per accogliere ed essere accolti, persino da Dio, bisogna fare attenzione e avere molta cura. La cura dice un modo di stare al mondo ma anche la postura necessaria per guarire dalla malattia.
Abbi cura di te, dei tuoi cari, della tua casa, del cibo che mangi, delle letture che fai e anche di Dio. Curarsi e lasciarsi curare per guarire tutti e ritrovarci in un mondo più sano.
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