Enzo Bianchi: «Questo silenzio è il momento per esercitare l’amore»

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del 23 marzo 2020

È l’epoca della vita frenetica, «liquida», piena di eventi ma raramente profonda. È quella che viviamo in tanti, costretti dal ritmo del lavoro e dalla città o alla quale ci adattiamo anche solo come modello mentale.
La vita dello smartphone usato in modo compulsivo, della connessione continua, delle notizie flash, degli impegni sempre più serrati. Una vita nella quale a volte si invocano come salvifici il tempo, il silenzio e la solitudine, senza però trovali mai. Poi ora, sbalzati dall’altra parte in una quarantena imposta e dolorosa, si annaspa. Non si riconosce più la propria vita, tanto da non ritrovarsi nemmeno più con sé stessi. Potremmo provare a sfruttare ciò che ci viene imposto. Non solo nell’ottica di vivere al meglio questi giorni, ma forse anche in quella di imparare qualcosa da traghettare con noi al ritorno da questo «esilio»: uno stile di vita nuovo, forse più moderato. Una vita che contempli la folla e il silenzio. Allora le domande sono, che cosa ci regala la solitudine di cui possiamo godere e da cui possiamo imparare? Come ci si abitua al silenzio, come lo si ascolta? Le abbiamo rivolte a Enzo Bianchi, che nel 1965, dopo una laurea di economia a Torino, scelse di ritirarsi nella località di Bose, in Piemonte, dove far nascere una comunità monastica fondata sulla preghiera per lui e gli altri fratelli che lo vollero raggiungere. Le sue parole sono preziose, soprattutto in questi giorni.

La solitudine e il silenzio fanno paura a molti, ma cosa ci possono regalare?
«Certamente in questa situazione si cerca di esorcizzare la solitudine in vari modi, per esempio mettendosi a cantare insieme sui balconi. Poi però la giornata è molto lunga e il silenzio e la solitudine restano una realtà che chiede di essere vissuta. Ci sono silenzi e solitudini cattivi. Ma ci sono anche un silenzio e una solitudine che possono essere positivi. Stare soli con noi stessi può far sorgere molte domande sulla qualità dei nostri rapporti, su cosa ci sta a cuore, su cosa sono gli altri per noi, domande che ci aiutano a vivere meglio. Il silenzio va ascoltato. Non dobbiamo riempirlo di tante cose. Il silenzio per pensare, per esempio. Non abbiamo mai tempo per pensare, a causa del lavoro e della vita sociale che facciamo, invece pensare, sentire dentro di noi le domande che sgorgano dal più profondo della nostra coscienza, aiuterebbe la qualità della nostra vita personale e si rifletterebbe sulla qualità dei rapporti e delle relazioni con gli altri».

Come si fa a far sorgere queste domande, ci da qualche consiglio?
«Non è immediatamente facile. Il silenzio e la solitudine mettono angoscia, abbiamo tutti esperienza di questo, ma se si accetta pian piano questa situazione, arrivando a una certa pace con noi stessi, si sente che in realtà dentro di noi non c’è l’assoluto vuoto che provoca l’angoscia, ma c’è la presenza di domande, la presenza di sentimenti, la presenza degli affetti, e anche la presenza degli altri, dei nostri amori che ci fanno sentire emozioni. Tutto questo ci arricchisce, ci rende più consapevoli. La solitudine non è un muro, ma sono spazi che si aprono e basta percorrerli e assecondarli. Siamo capaci tutti, sorpassato quel momento di difficoltà, di camminare su strade che possono essere nel deserto ma sanno essere eloquenti».

Il silenzio è sempre stato importante anche come momento di rivelazione, divina e non solo.
«È chiaro che tutti i credenti vivono il silenzio richiesto dal cammino della fede, ma penso anche a noi monaci che dedichiamo grande tempo al silenzio durante la giornata e abbiamo lunghi spazi di solitudine in cella. Noi siamo certamente esercitati e io mi rendo conto che quando arriva un giovane che vuole iniziare la nostra vita ha molta difficoltà prima di assumere questa condizione e sentirla come feconda. Pero è una condizione che riguarda tutti non solo chi cerca l’esperienza di Dio. È la condizione umana: nasciamo soli, moriamo soli e in alcuni momenti della nostra vita non è possibile evitare la solitudine. Allora abbiamo bisogno che quei momenti non siano delle sottrazioni alla vita, ma siano delle opportunità per farla andare più in profondità. Questo credo sia qualcosa che ci aiuta, ci rende più capaci di pace interiore e anche di una certa gioia. Ma bisogna esercitarsi, non bisogna avere paura».

Come si fa ad esercitarsi, ci sono delle domande con cui iniziare questo dialogo?
«Cercare dei luoghi in cui ci si possa mettere davvero in pace, in una stanza, in un bosco, vicino alla natura, in cui si possa esprimere una comunione con quello che sta attorno. E poi in quel silenzio e quella solitudine le domande sono quelle essenziali che si fa ogni uomo: chi sono io? Da dove vengo? Dove vado? Queste domande già codificate nell’antichità ci misurano con i limiti, ci misurano con la stessa morte, ma soprattutto con la nostra capacità di amore e relazione con gli altri».

Voi vivete un “grande silenzio” dalle otto di sera alle otto del mattino. Sono diverse le parole quando si sta in silenzio a lungo?
«Certamente, prima di tutto le parole che sgorgano dal silenzio sono parole calibrate sulle quali c’è stato un discernimento. Nel silenzio si capisce di più cosa è necessario dire, cosa diventa chiacchiera o addirittura uno stordimento. Si tratta di dire innanzitutto la verità, in secondo luogo l’essenziale, e infine di dire tutto con sapienza e amore. Io credo che questo aiuterebbe molto di più anche la nostra vita pubblica che è così devastata dalla mancanza di un’igiene e di un’etica della parola».

In questi giorni sono molti a chiedervi consiglio?
«Sì, in molti vogliono un segno della nostra presenza, desiderano non essere soli. Molti chiedono anche consigli su libri da leggere o su come ordinare i rapporti in casa con i figli in una situazione così difficile, ma si tratta anche in questo caso di imparare un altro modo di comunicare, più serio».

Quali sono le paure delle persone?
«Soprattutto quella di sentirsi abbandonati oppure di contrarre la malattia e non avere nessuno accanto. Devo dire che anche il racconto di chi, malato, viene prelevato da casa, portato in ospedale, va alla morte senza vedere i cari, crea una certa angoscia e una paura che ci mostra che la morte così non è più una morte umana».

Anche voi avete paura?
«Siamo diversi, ma anche in noi c’è perlomeno il timore. La paura cerchiamo di assumerla, di razionalizzarla, ma il timore certamente c’è, ma è anche un elemento di salvaguardia delle nostre esistenze e del bene comune, quindi è giusto che ci sia».

Cosa impareremo da questa emergenza?
«È molto difficile dirlo, perché a volte nel male gli umani si incattiviscono e non imparano nulla, restando nella loro sonnolenza e stoltezza. Ma può anche darsi che sia l’occasione per capire che non si poteva andare avanti così, con questo individualismo, in questa situazione in cui si vantano solo i propri diritti di libertà senza pensare agli altri. Insomma siamo una comunità e dobbiamo fare le cose insieme, perché la qualità della vita dipende solo dal saper vivere insieme e non isolati».

Anche se al momento ci stiamo esercitando a fare il contrario…
«Eh questo è il paradosso, ma ci esercitiamo a stare lontani gli uni dagli altri proprio per il bene comune. Abbiamo comunque tanti strumenti per far sentire la vicinanza e per esercitare l’amore».
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