Isacco e Giobbe riletti da Yehoshua e Ravasi

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Il racconto di Isacco riletto da Yehoshua e il Libro di Giobbe ripercorso da Ravasi. Due letture bibliche, due visioni dell’uomo in dialogo su testi fondamentali non solo dell’Antico Testamento ma della letteratura ebraica e di quella cristiana in generale.
Un dialogo, quello di ieri, 11 dicembre 2019, alla Gregoriana, inserito nel ciclo di conferenze promosso dal Centro Cardinal Bea per gli studi giudaici dell’ateneo pontificio, con la collaborazione del Dipartimento di Cultura Ebraica della Comunità Ebraica di Roma, con lo sguardo rivolto all’arte, alla musica e alla letteratura come occasioni di scambio sulle rispettive tradizioni culturali.

Nel secondo appuntamento, dal titolo “Letteratura ebraica e cristiana”, in collaborazione col Pontificio Consiglio per la Cultura e il Center for the Study of Christianity dell’Università ebraica di Gerusalemme, le voci dello scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua, autore di celebri romanzi, da “L’amante” a “Davanti alle foreste” – solo per citare due titoli – e il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la cultura. Un confronto su alcune figure bibliche chiave riguardanti la sofferenza e la speranza, dalle quali la letteratura di tradizione sia ebraica che cristiana ha colto ispirazione e rielaborato offrendo nuove possibilità di comprensione.

«Ci sono storie essenziali divenute “miti” costitutivi della coscienza ebraica – spiega Yehoshua -, componenti strutturali dell’identità ebraica sia religiosa che laica». È il caso del racconto del sacrificio di Isacco, considerato dallo scrittore come storia moralmente dubbia per le sue problematicità etiche: «L’intenzione di Dio di sottoporre Abramo a una simile prova è moralmente distorta e dimostra chiaramente che Dio può essere ingiusto». D’altra parte, anche Abramo «rappresenta un modello immorale: senza discutere, è pronto ad eseguire un ordine insensato, a uccidere un innocente per dimostrare la propria fiducia in Dio». Yehoshua considera la vicenda anche da un punto di vista secolare: l’azione di Abramo diviene così una «messinscena autonoma per imprimere in Isacco la continuità della fede, come a dire: “Che questa fede ti convinca o meno, devi accettarla perché a essa devi la vita. Se non credi nel mio Dio, rischi l’annientamento”. Consapevole della forza di questa vicenda, il cristianesimo l’ha corretta sul piano morale nel racconto della crocifissione di Cristo – sostiene Yehoshua -. Disposto a sacrificarsi per dimostrare la propria fede in Dio, pur considerandosi innocente, Cristo offre stesso senza pretendere di far male ad altri».

Un altro testo biblico, che ininterrottamente ha conquistato non solo la letteratura ma anche la filosofia e le arti figurative, è il libro di Giobbe, oggetto dell’intervento di Ravasi. «A differenza dell’interpretazione tradizionale, che lo vede come un testo antropologico sulla pazienza di fronte al dolore innocente, è invece primariamente una protesta, un urlo violento, la storia della ribellione di una persona impaziente – afferma il cardinale. È il tentativo di dimostrare la legittimità dell’esistenza di Dio su quel terreno dove di solito celebreremmo l’apostasia, di ritrovare un Dio con un volto non viziato dal “dogma” della retribuzione».

La letteratura si è confrontata sulle vicende di Giobbe, talvolta in termini di una ribellione radicale di fronte al grido che sale dalla Terra, talvolta sottolineando la pervicacia umana della fede che può attraversare anche dolori enormi. Anche nel caso della “passione” di Giobbe, l’arte ha proposto diffusamente «la “sovrimpressione” con la passione di Cristo, modellando una sull’altra: entrambi infatti hanno paura della morte, affrontano l’incomprensione, il dolore, il silenzio di Dio e la morte, ma anche la luce della Pasqua, equivalente alla risposta di Dio». (Fonte: RomaSette)



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