Cristina Simonelli "Anna che vede e che parla"

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Nella profetessa del Nuovo Testamento, si può scorgere il compito degli anziani: sognare
di Cristina Simonelli
Presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane
Gennaio-Febbraio 2020


«C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser.
Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,36-38)

Il Vangelo conserva molti più riferimenti alle donne di quanti mediamente la nostra memoria restituisca. Questo ormai lo sappiamo: anni di lavoro di studiose e anche di studiosi attenti della Scrittura ce lo hanno insegnato. La nostra memoria è infatti selettiva e risponde, quasi in forma automatica e per lo più inconsapevole, alle indicazioni che ci raggiungono dal contesto generale (sociale, culturale, ecclesiale, il tutto sufficientemente… patriarcale). La profetessa Anna è una di queste figure quasi rimosse. Fra le molte cause che concorrono alla sua scarsa visibilità si può annoverare l’accostamento al più noto Simeone, il cui breve cantico è diventato parte della preghiera di compieta e il cui oracolo delle spade ha fornito elementi per i dipinti dell’Addolorata. Ma ce ne sono anche altri e ne ricorderei almeno due: è profetessa – e siamo poco propensi a riconoscere questo ruolo femminile; e poi è vecchia. Molte cose, alla fine, si possono perdonare a una donna se è giovane e carina, ma le sue chance nell’immaginario collettivo diminuiscono drasticamente man mano che i suoi anni aumentano.

Un identikit
L’evangelista Luca tuttavia ha composto con molta cura la scena in cui compare Anna. Ovviamente la scena principale è occupata da Gesù, circonciso l’ottavo giorno di vita e presentato al Tempio per essere consacrato, come primogenito, a Dio. I suoi genitori adempiono in maniera superlativa la Legge; uno spazio particolare ha Maria, che doveva anche compiere le purificazioni prescritte dopo il parto. Questo quadro è molto importante perché è quasi un’anteprima degli eventi pasquali, che si svolgeranno proprio a Gerusalemme. Sullo sfondo di questo quadro una coppia di personaggi, secondo l’uso lucano, entrambi vecchi, forse a rappresentare la lunga sequenza dell’attesa d’Israele, giunta all’acme.
Qui dunque si affaccia anche Anna, con una serie di coordinate anagrafiche, che in quel contesto sono anche religiose: figlia di Fanuel, della tribù di Aser. Al momento dei fatti ha ottantaquattro anni ed è rimasta vedova dopo sette anni di matrimonio. Una carta di identità ebraica di tutto rispetto: se ne dice il patronimico - perché le genealogie, come in fondo i nostri cognomi, dipendono dal padre - e anche la tribù, quella di Aser. Il clan prende il nome dal secondo figlio di Zilpa, schiava di una delle mogli di Giacobbe, del quale fu l’ottavo figlio. Questa storia familiare complicata è comunque remota e qui ha la funzione di collocare Anna in una storia precisa. Anche il suo nome ha una storia importante: Anna è la mamma di Samuele, la cui preghiera (1 Sam 2,1-30) è la matrice del Cantico di Maria, che chiamiamo Magnificat. Una pia tradizione apocrifa (Protovangelo di Giacomo) vuole inoltre che si sia chiamata così anche la nonna di Gesù, mamma di sua mamma e moglie del pio Gioacchino.
A questo punto i dati ci sono tutti ed è superfluo cercare altri significati simbolici, pure da non escludere, quali quelli legati ai numeri - come gli anni di matrimonio, che sono sette, numero della perfezione - , o quelli legati al nome del padre, in cui si può intravedere in filigrana il “volto di Dio”.

L’ottava profetessa
C’è tuttavia anche un altro dato, non diremmo la professione, ma comunque qualcosa di molto simile. Veniamo informati che è profetessa. Questa notizia passa spesso inosservata, perché non corrisponde per noi a niente di conosciuto, al di fuori della idea che profeta sia chi prevede il futuro, ma oggi tutti sappiamo che questo significato è da scartare. Per il resto non rimanda a qualcosa di conosciuto, in forma del tutto speculare a quello che avviene quando troviamo “anziani”, cioè presbiteri e siamo comunque convinti che significhi “preti”, uguali a quelli che oggi conosciamo.
La Scrittura restituisce vari ruoli profetici, oltre a quelli che danno anche il nome ad alcuni libri biblici. Vi sono anche delle donne: per alcune di loro viene proprio usato il termine nebi’a, il femminile di profeta appunto; fra di loro Miriam, la sorella di Mosè, Deborah, profetessa e giudice in Israele e Culda, alla quale è attribuita la riscoperta del Deuteronomio. Ma, come osserva Annalisa Guida parlando dell’Antico Testamento, il Talmud ne ricorda “sette”, non citandone alcune che sono definite tali nel testo biblico (la moglie di Isaia e Noadia, avversaria di Neemia) e aggiungendone altre: «I nostri rabbini insegnano: Quarantotto profeti e sette profetesse predicarono per Israele […]. Chi furono le sette profetesse? Sara, Miriam, Debora, Anna, Abigail, Culda e Ester» (Megillah 14a).
La nostra Anna, proprio come Simeone, è ancora parte di quella realtà, ma forse già ne rappresenta un confine, collegandosi così con le profetesse del Nuovo testamento (come le figlie di Filippo) e poi delle comunità cristiane degli anni seguenti. Sono profetesse le donne della comunità di Corinto, che parlano in assemblea con exousia, con autorità. Vi sono profeti e profetesse anche in epoca successiva: secondo Didachè, antico documento cristiano, l’eucarestia era anche a presidenza profetica.

Quando non si può tacere
Anna stava sempre nel tempio, a indicare una dimensione di relazione profonda con Dio, duratura, proprio come faranno i discepoli dopo l’ascensione del Signore, nelle parole che concludono questo Vangelo (Lc 24,53). E quando entra più direttamente in scena compie ciò che è proprio del suo ruolo: vede e comprende, almeno quanto basta per interpretare la situazione e lodare Dio.
Una donna anziana e vedova sarebbe però conveniente che se ne stesse silenziosa e remissiva: su questo sarebbero d’accordo in molti, disposti pure a riconoscere la sua spiritualità profonda, purché poi non se ne uscisse con un ruolo pubblico, nello spazio sacro. Ma Anna, come a suo tempo Amos, ascolta il Signore, ascolta il proprio cuore e la propria intelligenza spirituale, non le convenienze. Perciò parla e annuncia, predicando a tutti l’irrompere della redenzione, la grandezza del piccolo che ha tanto atteso e ha riconosciuto pur senza conoscerlo.
Nel giorno di Pentecoste secondo la narrazione, nuovamente lucana, degli Atti si è pienamente compiuta la profezia di Gioele: uomini e donne profeteranno, i vecchi sogneranno sogni e i giovani avranno visioni. Tutte queste azioni sono espresse da verbi che vogliono essere probabilmente semplici sinonimi. Ma è difficile sfuggire alla suggestione che portano con sé: alle persone anziane il compito, se così si può dire, di non coartare il proprio sogno, di non perderlo per la fatica dei giorni. Nel loro sogno conservato e dilatato possono in qualche modo promuovere e autorizzare la visione dei giovani. Senza paura: forse come Mosè non vedremo la terra che da lontano, ma nell’affidamento canteremo il canto della speranza e schiuderemo albe, senza cessare.
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