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Rosanna Virgili "Se un mattone vale più della vita"

Sui passi dell’Esodo
a cura di 
15 dicembre 2019

Un famoso midrash della torre di Babele racconta che quando veniva costruita quella torre se cadeva un operaio nessuno si muoveva per vedere cosa gli fosse accaduto, ma se cadeva un mattone si scendeva subito a raccoglierlo per rimetterlo al suo posto. Importante è che la torre abbia ogni suo mattone e svetti a dominare il mondo. La vita di chi l’ha costruita ha un valore affatto relativo e circoscritto alla prestazione richiesta. Così accadeva agli ebrei durante la schiavitù dell’Egitto e proprio in ciò essa consisteva: nel fatto che Faraone li usasse per fabbricare mattoni e i loro diritti e doveri erano condizionati da ciò che riuscivano a produrre.

Papa Francesco direbbe: l’uomo è un mezzo e non un fine, al contrario di come dovrebbe essere considerato. Il sistema economico “globale” funziona come al tempo degli antichi egizi: «Allora gli scribi degli Israeliti vennero dal faraone a reclamare, dicendo: “Perché tratti così noi tuoi servi? Non viene data paglia ai tuoi servi, ma ci viene detto: ‘Fate i mattoni!’. E ora i tuoi servi sono bastonati e la colpa è del tuo popolo!”. Rispose: “Fannulloni siete, fannulloni! Per questo dite: ‘Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore’. Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma dovrete consegnare lo stesso numero di mattoni”» (Es 5,15–18). Quei poveri ebrei reclamavano il semplice diritto umano di qualche giorno di riposo ma la grande macchina economica dell’Egitto non guardava in faccia a nessuno. Pretendeva che gli esseri umani si comportassero come macchine instancabili in modo da produrre quanto era stato stabilito. Una pressione che tanti si trovano addosso anche ai nostri giorni, costretti a sostenere orari e ritmi intensi e velocizzati di lavoro, giustificati dalla corsa delle aziende dentro una concorrenza spietata.

«Allora Mosè si rivolse al Signore e disse: “Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo, e tu non hai affatto liberato il tuo popolo!”» (vv.22–23). Le cose erano andate così: Faraone aveva incrudito le sue pretese e moltiplicato le sue vessazioni verso gli ebrei, dopo che Mosè e Aronne avevano sollevato la richiesta di farli uscire per tre giorni nel deserto a celebrare una festa al loro Dio. 
Ma guai a chi si permette di contestare un regime di oppressione: il primo effetto è quasi sempre di repressione e ricade negativamente proprio su coloro che ne sono vittima. Lo vediamo nella storia di ogni secolo, oggi nelle tante rivolte che vengono rilanciate sui media. E siamo tutti provocati a esprimere un giudizio o tentati di porre una domanda: ma Mosè non poteva disobbedire a Dio e lasciare gli ebrei vivere in Egitto pur nelle condizioni di schiavi? Fu la domanda degli scribi ebrei che reagirono contro i due sobillatori dicendo: «Il Signore guardi a voi e giudichi, perché ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri» (v.21).

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