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Rosanna Virgili "Migrazioni, sempre al centro della storia"




Sui passi dell’Esodo
a cura di 
8 settembre 2019

Il libro dell’Esodo viene così chiamato – nella Bibbia cristiana – per il contenuto del racconto: si tratta dell’uscita del popolo d’Israele dal Paese d’Egitto. Ma anche il titolo originario ebraico è significativo – “Questi sono i nomi” – poiché intercetta l’inizio della storia dove compaiono i nomi dei dodici figli di Giacobbe (cf Es 1,1-6). L’elenco trova, però, un punto fermo prima dell’ultimo citato, Giuseppe. E proprio su questa interruzione va cercata la ragione del libro: come mai gli ebrei si trovavano in Egitto? Quando e perché essi avevano lasciato il loro paese per abitare in una terra straniera? Le cose erano andate così: i figli di Giacobbe abitavano nel paese dei Cananei dove il loro nonno Abramo era emigrato decenni prima dalla Caldea. A un certo punto i più grandi tra loro, per gelosia e avidità, avevano preso in odio il fratello Giuseppe e lo avevano venduto come schiavo in Egitto. Passarono gli anni e venne una grande carestia al punto che rischiarono di morire di fame. Fu allora che il padre Giacobbe li inviò in Egitto dove ritrovarono il fratello divenuto addirittura viceré. Giuseppe li riconobbe e li perdonò e fu così che tutti loro, con le loro famiglie, scesero in Egitto e lì dimorarono felicemente per più di quattrocento anni.

Questo è l’antefatto: uno spaccato del mondo antico che sembra scritto ai nostri giorni! Un popolo emigra per sfuggire alla fame e, quindi, alla morte. Così fu per Israele, così è ancor oggi per decine di popoli e milioni di persone. La causa della carestia era, nel vicino Oriente antico, quasi sempre la siccità, la scarsità di pioggia e il conseguente prosciugamento dei torrenti e delle sorgenti; è inquietante pensare come ancora, a monte dei grandi e irreparabili flussi migratori, ci sia la siccità causata, adesso, anche dai dissesti ecologici. È quanto denuncia Papa Francesco nella Laudato si’.

L’inizio del libro dell’Esodo ci dice come le migrazioni siano le grandi protagoniste della storia di tutti i tempi; i popoli si sono sempre mossi per motivi economici, oltre che per sfuggire alle guerre. Ma ci dice anche altro: che la ragione delle guerre è la mancanza di fraternità. Dall’egoismo nasce insicurezza mentre, al contrario, dalla solidarietà universale nasce sviluppo. Se, infatti, il piccolo popolo di immigrati ebrei trovò riparo nel grande ventre dell’opulento Egitto, anche l’Egitto trovò ricchezza negli stranieri israeliti. Fu uno di essi, infatti, Giuseppe, a indicare al Faraone il segreto della prosperità, suggerendogli di conservare il frutto abbondante dei tempi “grassi” per quando fossero arrivati quelli “magri”. Il lavoro dei suoi fratelli, poi, una volta ivi accolti, rese splendido l’Egitto.

Questa storia è anche la nostra: i nostri nonni sono stati migranti a causa della povertà e della guerra e hanno reso grandi le nazioni dove si sono naturalizzati. La nostra Roma non sarebbe stata mai la “caput mundi” se non avesse accolto gli stranieri e neppure – a detta di Virgilio! – sarebbe mai stata fondata da Romolo se da una città dell’odierna Turchia non fosse venuto il mitico Enea. E Giulio Cesare, infatti, fu un discendente di suo figlio Iulo.

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