Ludwig Monti "Gesù, l'uomo che poneva domande"

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«Fare domande è un'arte», dice Enzo Bianchi, «perché si tratta non solo di parlare a un destinatario, ma di indurlo ad ascoltare per porre a se stesso un interrogativo, un sospetto, un dubbio». Senza dubbio, in questa arte Gesù era un maestro e i Vangeli lo confermano: nella sua vita terrena il Nazareno offrì più domande che risposte. Eppure fino a oggi non esisteva in italiano uno studio che affrontasse il tema. Colma questo vuoto il volume Le domande di Gesù del monaco di Bose Ludwig Monti, in uscita con San Paolo in questo mese di settembre. Anticipiamo il capitolo del volume dedicato alla questione:«A cosa possiamo paragonare il regno dei cieli?» (pubblicato sul mensile Jesus a settembre 2019)

E diceva: “A cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo presentarlo? È come un granello di senape…”
(Mc 4,30-31; cf. Lc 13,18-20)
Il regno di Dio, il regno dei cieli non può essere descritto o presentato mediante concetti complessi o dogmi teologici. Ci si può avvicinare a esso solo mediante paragoni, similitudini, parabole: per approssimazione, attraverso esempi concreti che danno a pensare. O meglio, ci si può avvicinare in tanti modi, ma Gesù ha fatto questa scelta. Prima e soprattutto dopo di lui non sono mancati i tentativi di descrivere il regno di Dio come se fosse un regno terreno. Qualcuno ha detto: “Il regno di Dio non è il regno di Francia” (sia preso come esempio tra tanti)… Certo, “il Signore regna” (Sal 93,1; 96,10; 97,1; 99,1) cantano i salmi, ma regna dove lo si lascia entrare, dove e quando si predispone tutto affinché egli possa regnare in noi.
Gesù ha deciso appunto di presentare il regnare di Dio mediante immagini concrete, quotidiane, capaci di rimanere impresse nei suoi ascoltatori. Questa è l’unica volta nel vangelo secondo Marco in cui egli utilizza un verbo tecnico (homoióo), ponendosi questa domanda: “A cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo presentarlo?”. Lo utilizza facendolo precedere da un plurale, coinvolgendoci così nella sua ricerca. Non credo sia una scelta casuale, bensì un invito a trovare vita nel rispondere a questo interrogativo, ad aguzzare lo sguardo e ad allargare il cuore, insieme, per cogliere negli eventi quotidiani i segni della presenza di Dio, del suo agire.
Ma nell’attualizzare e personalizzare la risposta a questa domanda non possiamo fare a meno di accogliere la prima risposta, quella fornita da Gesù stesso: È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che “gli uccelli del cielo possono fare il nido” (cf. Dn 4,9.18; Ez 17,23; Sal 104,12) alla sua ombra (Mc 4,31-32).
Straordinaria scelta da parte di Gesù! Da un inizio minuscolo (e lo può capire solo chi ha preso una volta in mano un granello di senape, non più grande di un granello di sale) viene messo in atto un processo prodigioso di crescita, che sfocia in un arbusto imponente: la più grande pianta dell’orto. Tutto ciò a una condizione: che il seme sia gettato a terra, seminato, dunque marcisca, muoia, per trasformarsi in altro, per dare vita a una pianta. Luca esprime qualcosa di analogo quando, dopo aver messo in bocca a Gesù la medesima domanda per due volte, ci testimonia la sua seconda risposta: “Il regno di Dio è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata” (Lc 13,21; cf. Mt 13,33). Anche il lievito scompare, ma proprio e solo in questo modo può compiere la sua funzione di dare vita alla pasta, affinché questa possa crescere e dunque nutrire chi la lavora.
Essere seminato, “morire”, scomparire. Questa è la dinamica del Regno, avverte Gesù. Ma egli non lo ha solo detto, lo ha mostrato mediante la dinamica pasquale della sua vita, parabola delle parabole, segno dei segni, e fornendo di conseguenza a chi vuole ascoltarlo un esempio inequivocabile:

È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna (Gv 12,23-25).

Si ponga mente (ma davvero!) alla vicenda terrena di Gesù: dopo un effimero successo iniziale, la sua vita e la sua predicazione sono andate incontro al rigetto, finché egli ha conosciuto un esito infamante, quello della morte di croce. Nella grande storia dell’epoca, Gesù è passato inosservato, ma la potenza del regno di Dio da lui vissuto e annunciato ha iniziato a lievitare e si manifesterà solo alla fine. Si manifesterà al prezzo di uno stile preciso, quello che Gesù stesso ha incarnato.
Lo ha espresso magnificamente Girolamo:

L’annuncio del Vangelo è la più piccola di tutte le dottrine. A un primo sguardo, non è degno di fede un insegnamento che predica un Dio uomo, un Messia morto e lo scandalo della croce … Ma leggete nel Vangelo le parole dei discepoli: “Signore, aumenta la nostra fede!” (Lc 17,6), e ascoltate la risposta del Salvatore: “In verità io vi dico: ‘Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: Spostati da qui a là, ed esso si sposterà’” (Mt 17,20).

Stessa immagine: un piccolo granello di senape, segno efficace del regno di Dio e della fede-fiducia riposta nel suo araldo, Gesù Cristo. Il Regno si conosce per osmosi, per partecipazione, facendosi da parte per lasciare che esso fiorisca in noi e tra di noi.
Ma sia chiaro: “lo scopo della parabola di Gesù non consiste nel consolare i credenti che vivono in un oggi scoraggiante, assicurando loro un avvenire grandioso: no, lo scopo è quello di spiegare il senso positivo ma nascosto nell’oggi. Non è l’albero che dà la forza al seme, ma è il seme che con la sua forza si sviluppa in albero! … La parabola è dunque rivelazione, alza il velo sulla vicenda del Regno e dichiara che i criteri di grandezza e dell’apparire, criteri mondani, non devono essere applicati alla storia del regno di Dio: la forza del Regno non va confusa con il fascino della grandezza, declinabile volta per volta come numero, prestigio, potere…” (Enzo Bianchi).
Un giorno, interrogato dai farisei: “Quando verrà il regno di Dio?”, Gesù rispose: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: ‘Eccolo, è qui!’, oppure: ‘È là!’. Perché, ecco, il regno di Dio è dentro di voi (entós hymôn)” (Lc 17,20-21). Dentro di noi e in mezzo a noi, nella misura in cui ci esercitiamo in profondità e in modo creativo, ciascuno per sé ma anche insieme, a trovare risposte concrete alla domanda di Gesù. A cercare che la nostra vita assuma sempre di più lo stile del Regno annunciato da Gesù, dunque possa essere almeno un po’ paragonata a esso. Così il seme del Regno che viene, il regno di Dio che sarà manifesto alla fine, può dare già oggi qualche frutto in noi, senza che sappiamo come (cf. Mc 4,27).
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