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L’Europa delle religioni

Lorenzo Prezzi e Marcello Neri

Una delle ragioni per cui facciamo fatica a comprendere e interpretare in maniera adeguata le presenze della religione nell’Europa contemporanea è dovuta al fatto che continuiamo a leggere queste ultime con categorie tipicamente moderne, oramai superate dal riconfigurarsi complessivo delle forme civili, politiche e culturali dei vissuti umani e della coesistenza fra molti.

Dallo spazio alla visibilità
In particolare, ci ostiniamo a inquadrare la religione e i suoi molti fenomeni all’interno di un lessico concettuale che ha prevalentemente a che fare con lo spazio; e, quindi, con l’occupazione, l’estensione, la collocazione. Proprio in virtù di questo fraintendimento, le presenze attuali della religione sembrano avere una preoccupante pervasività rispetto all’intero sociale. Quando in realtà le cose stanno in maniera diversa.

Infatti, la religione e i suoi fenomeni hanno mostrato una sorprendente capacità di adattamento e usufrutto dei processi di globalizzazione e di virtualizzazione dell’ambiente umano di vita e di relazione. All’interno di questi nuovi codici le presenze della religione non hanno tanto a che fare con lo spazio, e la sua occupazione più o meno indebita; quanto, piuttosto, hanno a che fare primariamente con la visibilità – e, quindi, con tutta quella dimensione complessa dell’immagine e dell’immaginario.

Nell’Europa contemporanea la religione e le forme della sua presenza godono di un tasso inedito di visibilità, senza che questo significhi necessariamente una sua corrispondente estensione pervasiva nelle trame del vivere insieme dei cittadini europei. Anzi.

Perché in regime di virtualizzazione e globalizzazione a un alto tasso di visibilità non corrisponde una speculare presenza effettiva e reale del fenomeno. Detta in una battuta: secondo l’ordine della visibilità oggi la religione è un qualcosa di estremamente diffuso, nel momento stesso in cui – secondo l’ordine dello spazio – esso è sostanzialmente irrilevante e marginale.

Il grande incanto di cui soffre larga parte dell’interpretazione europea delle presenze della religione tra di noi è quello di confondere la visibilità (dei fenomeni religiosi) con l’occupazione sproporzionata di ampie aree della coesistenza umana. Reagendo in maniera conseguente, ossia invocando un più alto controllo rispetto alle penetrazioni (ritenute indebite) della religione nello spazio pubblico europeo.

Il problema, appunto, è che le presenze odierne della religione avvengono e si dipanano altrove rispetto alla dimensione spaziale del nostro vivere insieme in Europa. Per questo non riusciamo più né a istruire una gestione adeguata del religioso rispetto alle istituzioni civili e politiche, né a far giocare le religioni come alleate significative del progetto europeo.

Il simulacro totale
Mentre noi organizziamo spazi, esse scivolano via come immagini. Con tutte le conseguenze di questa divaricazione. In quanto questione di visibilità, le presenze della religione nell’Europa odierna si attuano completamente nell’ordine dell’immagine e si esauriscono in essa.

L’aspetto più importante di questo slittamento dallo spaziale al visibile è quello della slegatura dell’immagine da qualsiasi referente reale e da ogni riferimento alla realtà delle cose. Ossia, oggi l’immagine rinvia semplicemente ad altre immagini, generando a piacere da sé ogni volta di nuovo la virtualità e arbitrarietà di questo rimando. Insomma, l’immagine è oggi sostanzialmente un simulacro (immagine di immagini).

E con essa lo è la religione collocatasi completamente sul lato della pura visibilità. L’astuzia dei politici sembra aver compreso questo mutamento di paradigma molto più rapidamente e meglio dell’acribia dei teologi e del ceto clericale delle religioni. Il ricorso programmatico di Salvini al rosario e alla Madonna, comprese preghiere e devozioni mediatiche varie, rientra proprio nella riduzione del simbolico religioso cristiano a simulacro sganciato da ogni realtà.

In quanto immagini di immagini, il rosario e la Madonna possono essere utilizzati a piacimento nella loro funzione di simulacro, facendo credere che proprio di essi si tratta quando in realtà ne va di tutt’altra cosa. Noi ci immaginiamo che nella visibilità di quei gesti ostensivi si tratti di religione, e ci affanniamo a istruire un (vano) contraddittorio come se ne andasse proprio di questo.

Ed è esattamente a questo che mira l’utilizzo come simulacro dei grandi simboli cristiani messo in campo da Salvini e soci vari in giro per tutta l’Europa. Paradossalmente, è proprio la (doverosa) critica a quest’uso del simbolo religioso che lo legittima oltre la sua funzione di puro simulacro.

L’ingenua onestà con cui la fede sincera finisce col legittimare l’uso più bieco e strumentale del suo patrimonio simbolico e devozionale è dovuta, appunto, all’incapacità di comprendere tutte le implicazioni del passaggio della religione dalla dimensione della spazialità a quella della visibilità. In quanto visibilità dell’immagine di immagini, la religione funziona in modo completamente diverso rispetto al suo ancoramento spaziale e alla sua collocazione territoriale.

La fine della distinzione degli ambiti
Svincolata dallo spazio e dal suo legame coi territori dell’umana esistenza la religione diventa, in un certo qual modo, sconfinata. Perde cioè quei limiti e confini a cui ci eravamo assuefatti per tutta l’epoca moderna e lungo i suoi ultimi strascichi postmoderni. E la religione fa questo in molti modi.

Innanzitutto, non essendo più vincolata spazialmente decade per la religione, e per le sue presenze, qualsiasi distinzione e separazione di ambiti (tra religioso e non). Argomentare rispetto a questo fenomeno epocale con le categorie atte a preservare lo spazio pubblico da indebite occupazioni da parte del religioso non funziona più – soprattutto perché è quello stesso spazio che si è trasformato, anche lui, in arena virtuale della pura simulazione immaginaria.

Allo stesso modo, la creazione virtuale di distinzioni di spazi e ambiti non può essere destinata che alla produzione di un ulteriore simulacro che non esiste da nessuna parte – con buona pace degli ultimi epigoni di qualsiasi ordinamento della separazione (che poteva funzionare nello spazio, ma è del tutto inefficace quando ne va di visibilità).

È questo il registro che ci permette di comprendere una delle partite più feroci che si stanno attualmente giocando sugli scenari mondiali. L’aspra opposizione concertata dalla lobby statunitense del potere economico e finanziario neo-liberale contro papa Francesco, tacciato di condurre la Chiesa cattolica oltre i confini della sua lecita attuazione, non ha nulla a che fare con una anche se pur remota preoccupazione per la salvaguardia dell’essenza del cattolicesimo e della Chiesa.

Questa opposizione parte dalla lucida consapevolezza che oggi non è più possibile relegare il religioso a una dimensione propria e separata da tutto il resto; e, quindi, è necessario procacciarsi e favorire una forma di religione che sia funzionale agli interessi lobbistici del potere economico-finanziario.

Corrispondentemente, Francesco gioca la sua partita sull’avvenire della Chiesa cattolica ben al di là dei confini tradizionali dell’attuazione ecclesiale, perché ha lucidamente compreso che relegandosi all’interno di essi il cattolicesimo è destinato a estinguersi proprio nel suo valore religioso.

Per la nuova bestia delle potenze mondane questa impresa religiosa della Chiesa oltre la Chiesa stessa è del tutto insopportabile, perché scende sul terreno in cui essa è in grado di metterne in discussione la liceità e legittimità di monopolizzazione totale del potere.

È probabile che il ceto conservatore ecclesiastico, che si è consegnato all’alleanza con la lobby neo-liberale per ricondurre la Chiesa cattolica al puramente religioso (ossia al nulla, perché qualcosa di simile oggi non esiste più), sia ingenuamente inconsapevole della strumentalizzazione a cui si è reso disponibile con così tanta leggerezza e spregiudicatezza. Diventando, alla fin fine, anch’esso un mero simulacro della custodia della retta fede ecclesiale.

Le Chiese e l’Europa
L’Europa, sia nella sua accezione culturale sia in quella istituzionale dell’Unione, non appare essere attualmente in grado di governare fecondamente questi profondi processi di trasformazione della religione e delle sue presenze. Ed è all’interno di questo inedito epocale che si prospetta un nuovo compito, civile e religioso al tempo stesso e senza distinzione, per i due grandi cristianesimi occidentali.

A essi compete il dovere di accompagnare e traghettare la fine della istituzionalizzabilità (moderna) della religione e dei suoi fenomeni secondo i parametri che abbiamo ricevuto dal meglio dei processi costituzionali europei. Questo vuol dire impegnarsi a immaginare nuove forme di rapporto tra la statualità europea e la pratica religiosa del vivere quotidiano degli uomini e delle donne.

Si tratta sicuramente di navigare acque del tutto inesplorate, nelle quali i cristianesimi per un tratto avranno il compito di assumere una funzione vicaria sia rispetto alle altre religioni (in particolare l’Islam), sia verso le grandi istituzioni del diritto europeo, per disegnare le coordinate non spaziali e non territoriali di un nuovo amicale accordo fra le fedi e i vissuti umani.

Questo vuol dire congedarsi da forme pattizie bilaterali che ancora tanto garantiscono sia alle Chiese sia agli stati europei. Ma appunto, si tratta di una garanzia non solo oramai evanescente, ma anche svuotata di una presa effettiva sulla realtà dei fenomeni religiosi che caratterizzano la coesistenza umana europea.

Nell’antico tesoro del cristianesimo si trova la possibilità di un’universalità non territoriale e non egemonica, sulla quale è possibile gettare la base di un nuovo modello di articolazione civile delle presenze della religione nella vita quotidiana europea. Essenziale è che entrambi i cristianesimi occidentali mettano mano insieme a questa impresa e non lo facciano per sé – disegnando, appunto, il senso genuinamente vicario della loro collaborazione all’edificazione dell’Europa che verrà.

Si tratta, quindi, per entrambe le Chiese cristiane di un itinerario di inedito apprendimento delle presenze della religione oltre i limiti confessionali e territoriali del vivere e del credere.

Un’impresa lungo la quale i cristianesimi devono guardare, senza sudditanza e in maniera critica, continuamente alle istituzioni del diritto in modo da condurre anche quest’ultimo al di fuori delle secche in cui si è arenato a causa di un’applicazione, spesso ideologicamente indebita, del proprio strumentario.

Politica delle emozioni vs. razionalità umanistica del Vangelo
In maniera più intuitiva che programmatica, ma così è nelle corde dell’uomo, questo è esattamente quello a cui papa Francesco sta cercando di spronare la «macchina» della Chiesa cattolica, impegnandola in un esercizio costante a favore dell’umano che è comune a tutti – senza perdersi in eccessive preoccupazioni di apparato per sé.

Il regime della pura visibilità istruito dal simulacro totale ha condotto all’esaurimento di ogni efficacia ascrivibile alla razionalità politica, istruendo un assetto politico che si nutre di emozioni prodotte virtualmente. Le derive del sistema che ne risultano sono drammaticamente percepibili sia all’interno del corpo europeo degli stati, sia al di fuori di esso.

La radicalizzazione evangelica del posizionamento della Chiesa cattolica, disegnato da Francesco davanti a quest’aura impalpabile e ingovernabile di una politica delle pure emozioni, aspira a offrire una sponda non irrazionale nella stagione della fine della razionalità politica moderna. E lo fa mettendo in campo quella razionalità affettiva e profondamente umanistica iscritta nei gesti e negli atteggiamenti del Vangelo del Dio di Gesù.

Lo scavalcamento continuo, questo sì programmatico, dei chiari confini istituzionali, religiosi e confessionali (da sempre affermato nel Vangelo come passione di Dio per il riscatto dell’umano) mira ad assicurare pubblicamente il carattere non egemonico di questa funzione vicaria della fede cristiana a favore di tutti – senza esclusione alcuna.

Per fare ciò non c’è punto di partenza possibile se non quello dei margini e degli esclusi, degli sconfitti e dei dimenticati prodotti dalle potenze mondane che hanno monopolizzato e asservito l’umano ai loro interessi. Nella convinzione che se si lavora e lotta per questi, lo si fa per tutti – soprattutto per quelli che verranno dopo di noi.

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