Giannino Piana "La responsabilità nel ruolo pubblico"

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Giannino Piana
Rocca n° 13/2019

Il richiamo alla responsabilità rivolto di recente dal Presidente del Consiglio Conte ai vicepresidenti Di Maio e Salvini per il modo (inconsueto) con cui è avvenuto non può essere letto soltanto – questa è l’interpretazione superficiale fornita da alcuni organi di stampa – come un espediente tattico.
La denuncia fatta rivolgendosi direttamente al popolo italiano di una situazione di ingovernabilità provocata da uno stato di conflitto permanente tra i due principali esponenti del governo, acquista il significato di «cifra» di una situazione diffusa di disagio di fronte a un grave allentamento della responsabilità civile da parte di chi occupa ruoli di primo piano di ordine istituzionale.
Gli episodi che manifestano questo allentamento sono sempre più numerosi, e non riguardano soltanto la politica, ma coinvolgono i vari ambiti nei quali si dispiega l’attività istituzionale, cioè le varie aree in cui si articolano i poteri che presiedono alla gestione della «cosa pubblica». Non è certo possibile farne qui l’elenco completo (e non è del resto compito di queste pagine), ma non si può (e non si deve) eludere la segnalazione di alcuni comportamenti – quelli più eclatanti e di maggiore gravità – che rendono trasparente il carattere devastante di un fenomeno che rischia di minare radicalmente la fiducia nelle istituzioni democratiche del Paese.

l’accentuazione odierna del fenomeno

Il fenomeno, che non è di per sé nuovo, ha subìto tuttavia negli ultimi mesi una vera e propria escalation. Nel campo della politica, mentre si sono moltiplicati gli episodi di corruzione (tangenti, raccomandazioni, scelte clientelari) – si pensi agli scandali che hanno coinvolto governi regionali come quelli della Calabria, della Basilicata e dell’Umbria (e non solo) – è venuto affermandosi, con l’installarsi dell’ultimo governo, quello gialloverde, uno stile di conduzione della vita pubblica ispirato a un modello populista, che rifiuta ogni forma di intermediazione e minaccia, di conseguenza, la piena espressione della vita democratica. Il linguaggio spesso volgare usato da Salvini e la banalità di alcuni interventi di Di Maio – basti ricordare qui l’annuncio «abbiamo vinto la povertà» dato dal balcone di Palazzo Chigi – rivelano la mancata consapevolezza dell’importante ruolo che essi ricoprono, e rappresentano un vero attentato alla dignità delle pubbliche istituzioni.
Ma non è soltanto – come si è accennato – la politica a denunciare l’assenza di responsabilità. È di queste ultime settimane l’apertura di un’inchiesta nei confronti di un altro potere, quello della magistratura, con accuse pesanti di corruzione rivolte ad alcuni suoi esponenti che hanno occupato ed occupano posti di grande rilievo sia nell’ambito della associazione che li rappresenta – Palamara è stato Presidente dell’Associazione nazionale magistrati – sia nell’organismo istituzionale più alto del settore, il Csm (Consiglio superiore della magistratura), che è peraltro il luogo della nomina dei responsabili delle Procure e la sede giudicante della loro attività. La gravità – ammesso che i fatti vengano confermati – è, in questo caso, ancora maggiore; in causa vi è infatti un potere – quello giudiziario – che ha come compito l’amministrazione della giustizia, e che deve fornire per questo garanzie assolute di trasparenza e di imparzialità.

il rispetto delle istituzioni

La presenza di questi comportamenti, peraltro diffusi anche in altri ambiti – una riflessione a sé meriterebbero i corpi dei carabinieri e della polizia andati più volte soggetti negli ultimi anni a inchieste giudiziarie – è una delle ragioni delle percentuali sempre più ridotte di consenso di cui godono nel quadro dell’opinione pubblica le categorie più direttamente rappresentative delle istituzioni, i politici in primo luogo. La responsabilità nei confronti delle istituzioni è infatti un dovere prioritario per chi esercita un ruolo pubblico; dovere la cui mancata osservanza non può che dare luogo a severi giudizi nel quadro dell’opinione pubblica per le pesanti ricadute negative sulla intera collettività.
L’etica della responsabilità acquista, in questo contesto, un’importanza di prim’ordine. Essa, pur presentandosi con connotati diversi che coinvolgono una serie di comportamenti di diversa natura, ha come obiettivo fondamentale la promozione del bene comune. È questo il principio che deve informare e guidare l’azione del politico, ed è insieme anche l’habitus virtuoso che deve caratterizzare il suo modo di essere. La responsabilità ha qui anzitutto a che fare con la specificità del compito che al politico è demandato, e che attiene alle finalità intrinseche della politica alle quali non si può (e non si deve) derogare. Ma ha anche a che fare con una serie di atteggiamenti personali che devono qualificare la sua correttezza morale – è qui in causa l’etica del politico –, cioè l’onestà e la radicale disponibilità al servizio.
Il bene comune esige, per essere perseguito, la capacità di fare debitamente i conti con il complesso sistema di istituzioni, di regole e di consuetudini acquisite, le quali definiscono il tessuto della vita democratica e sono la garanzia del suo corretto funzionamento; e questo mediante l’adozione di una condotta ispirata al loro rispetto e alla loro osservanza. Il che sembra del tutto ignorato da alcuni degli attuali governanti, con grave nocumento per lo svolgimento dell’attività di governo, ma anche – è questo un effetto non meno grave – con il prodursi di un costume che finisce per allentare nella coscienza comune la percezione dell’importante significato che tali istituti rivestono per lo sviluppo della vita democratica.
La incapacità (o la indisponibilità) a distinguere il ruolo istituzionale da quello politico legato all’appartenenza al partito, la priorità data agli impegni di propaganda elettorale piuttosto che all’esercizio dei compiti istituzionali, la mancata percezione dei doveri che discendono dai ruoli pubblici che si ricoprono, e infine (ma non ultimo in ordine di importanza) la facilità con cui si passa sopra a dispositivi che sono patrimonio di una lunga tradizione democratica sono altrettanti fattori che, oltre nuocere al buon funzionamento della vita pubblica, portano al dilagare di un discredito generalizzato nei confronti della politica e degli strumenti di cui si avvale.
È singolare – sorprende l’assenza di rilievo dato dai media a tale episodio – che il ministro degli Interni Salvini abbia trascorso il giorno e la notte delle recenti elezioni europee a casa propria, anziché al Viminale, come hanno sempre fatto i suoi predecessori di qualsiasi colore politico allo scopo di garantire l’ordinato svolgimento delle votazioni e delle operazioni di scrutinio (questo suona poi ancor più paradossale se si considera che a mettere in atto tale deroga è proprio colui che afferma di perseguire come primo obiettivo ordine e sicurezza!). Come è d’altronde altrettanto singolare che il vice Presidente del Consiglio Di Maio sia andato ad incontrare in Francia la fazione più radicale e violenta dei gilet-gialli, senza rendersi conto dell’inevitabile stato di tensione che questo non avrebbe potuto che provocare nei rapporti diplomatici tra i due Paesi.

l’importanza della competenza

Ad arginare la deriva pericolosa alla quale quanto sta avvenendo conduce non è tuttavia sufficiente il rispetto degli ordinamenti istituzionali cui si è accennato e neppure il superamento della corruzione presente nella politica e negli altri poteri dello Stato – a tale riguardo episodi come quello cui si è fatto cenno a proposito della magistratura sono destinate a provocare una profonda incrinatura verso tale categoria nella fiducia popolare –; si rende necessaria l’adesione anche a un altro criterio fondamentale per l’esercizio di qualsiasi attività istituzionale (politica inclusa), il criterio cioè della competenza professionale.
L’etica della responsabilità, applicata all’esercizio dei compiti di governo (e, più in generale, dei poteri che fanno capo alla gestione dello Stato democratico) non può (e non deve) ridursi – ce lo ricorda Max Weber uno dei suoi Padri fondatori – a una morale delle buone intenzioni o della fedeltà ai principi (valori) «accada quello che può». Deve fare proprio come criterio guida l’efficacia, adottando provvedimenti ispirati a principi e valori irrinunciabili ma capaci, nel contempo, di incidere concretamente sulla realtà per trasformarla. E’ come dire che si tratta di fare spazio a un modello di «etica del possibile» – la politica non è forse l’arte del possibile che sta tra l’ideale e la realtà’? – incentrato sulla pratica (faticosa) della mediazione e sull’accettazione del compromesso (nel senso nobile di compromissione con la realtà) per dare efficace attuazione al progetto che si persegue.
Il rifiuto di fare proprio questo criterio conduce a inevitabili (pericolose) derive, resesi peraltro evidenti in questi anni, in particolare nella conduzione amministrativa e politica del Movimento cinque stelle. L’improvvisazione e la superficialità sono talora fatte oggetto persino di vanto da parte di esponenti (anche di primo piano) del Movimento, che non esitano a ridicolizzare il valore dell’esperienza e della competenza, e ad affrontare con arroganza e spavalderia questioni complesse, con esiti disastrosi in campo socio-economico.
Dietro al rifiuto di misurarsi con la responsabilità intesa come ricerca del risultato dell’azione, vi è in realtà una visione limitativa e distorta della politica, considerata un’attività alla quale chiunque può accedere non richiedendo alcuna forma specifica di professionalità. A conferma di quanto questa visione sia radicata (e sostenuta anche a livello teorico) è sufficiente ricordare la proposta avanzata dai Cinque stelle di introdurre la regola che prevede l’impossibilità di candidarsi al Parlamento dopo due mandati; regola che, al di là dell’intenzione positiva di favorire il ricambio della classe politica, nasconde in realtà un radicale misconoscimento del valore delle conoscenze acquisite e della necessità di disporre, stante le non poche difficoltà e le grandi responsabilità alle quali la politica è chiamata a far fronte, di un personale altamente preparato.
La responsabilità verso e nelle istituzioni, la quale esige il perseguimento del bene comune attraverso il rispetto delle procedure proprie delle istituzioni e l’identificazione e la messa in atto di misure giuste ed efficaci, è dunque, in ultima analisi, uno dei requisiti fondamentali della politica. Requisito in assenza del quale il rischio (non solo ipotetico) è quello di compromettere gravemente il servizio che l’esercizio dei poteri democratici deve garantire ai cittadini.
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