Brunetto Salvarani "Francesco nei Balcani"

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Rocca n° 13/2019

L’impegno ecumenico risponde alla preghiera del Signore Gesù che chiede che ‘tutti siano una sola cosa’ (Gv 17,21).
La credibilità dell’annuncio cristiano sarebbe molto più grande se i cristiani superassero le loro divisioni e la Chiesa realizzasse ‘la pienezza della cattolicità a lei propria in quei figli che le sono certo uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione’ (Unitatis redintegratio 4).
Dobbiamo sempre ricordare che siamo pellegrini, e che peregriniamo insieme. A tale scopo bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze, e guardare anzitutto a quello che cerchiamo: la pace nel volto dell’unico Dio». Così si legge, al n. 244 dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, uscita il 24 novembre 2013 e subito colta come il progetto-speranza di un intero pontificato. In essa si dedicano ben tre paragrafi al dialogo ecumenico, a rivelare da subito che il dialogo ecumenico sarebbe stato, per il papa venuto quasi dalla fine del mondo, un elemento chiave della sua ipotesi di Chiesa. Per molti motivi, a cominciare dal fatto – a mio parere acclarato – che le fratture avvenute nel corso dei secoli all’interno del mondo cristiano rappresentano sempre più, purtroppo, una formidabile controtestimonianza rispetto alla necessità vitale di annunciare il vangelo. Un vangelo diviso, e chiese concorrenti fra loro, non sono credibili.

la teologia dei gesti

Per Bergoglio non si tratterà solo di parole scritte: sono i fatti, e soprattutto i tanti incontri faccia a faccia con esponenti delle altre chiese cristiane, a testimoniare la sua strategia ecumenica, con il primate anglicano Justin Welby, il patriarca ecumenico Bartholomeos I, a più riprese, il patriarca di Mosca, Kirill, e così via. A costo, semmai, di sottacere le differenze tuttora perduranti sul piano dogmatico (dal primato petrino alla mancata intercomunione, ad esempio), ciò che gli preme è, in primo luogo, mostrare all’opinione pubblica mondiale che è possibile, tra cristiani, camminare insieme. Esperienze vive che ai suoi occhi precedono e accompagnano il confronto teologico, rendendolo meno traumatico, e liberandolo da derive ideologiche, freddezza diplomatica e logiche politiciste. Un cammino in cui egli sembra immettere quasi un senso di fretta, e una svolta umana dai riflessi ecclesiali, più che di diplomazia ecumenica; coinvolgendovi pienamente anche le voci del mondo, degli scartati dalla storia e del popolo. Fino a segnare un passaggio verso una vera e propria teologia dei gesti: la sensazione è che Francesco stia ridisegnando il paradigma dell’incontro fra le chiese, puntando sui tratti dell’esperienza spirituale, della preghiera, dell’ascolto. In sintesi: della vita vissuta.
È questa la chiave con cui possono essere letti i due viaggi apostolici che, in meno di un mese, tra maggio e l’inizio di giugno, l’hanno portato a visitare tre paesi di antica tradizione ortodossa: la Bulgaria (dove dal 1925 al ’34 Giovanni XXIII fu visitatore apostolico) e la Macedonia del Nord (dove, nella capitale Skopje, nacque quella che diventerà madre Teresa di Calcutta), dal 5 al 7 maggio, e la Romania, dal 31 maggio al 2 giugno.
Il rischio, di fronte a simili eventi, per l’osservatore un po’ distratto di cose ecclesiali, è di omologare il tutto, e di dare per scontato che si sia di fronte a passaggi scontati della diplomazia vaticana. Ecco perché, al contrario, vale la pena di tornare a soffermarsi su quanto accaduto, sottolineando almeno qualche segnale forte emerso nell’occasione. 

ecumenismo del sangue

A partire dal discorso che Francesco, venuto «come pellegrino e fratello», ha tenuto il 5 maggio a Sofia, capitale bulgara, al patriarca Neofit e al santo Sinodo della locale chiesa autocefala. In cui ha delineato la prospettiva di una triplice modalità ecumenica, che già oggi si dà, quasi senza che ce ne accorgiamo. La prima, citata ricordando i numerosi cristiani che in quel Paese hanno patito sofferenze per il nome di Gesù, in particolare durante la persecuzione del secolo scorso, riguarda l’ecumenismo del sangue: «Credo che questi testimoni della Pasqua, fratelli e sorelle di diverse confessioni uniti in Cielo dalla carità divina, ora guardino a noi come a semi piantati in terra per dare frutto. E mentre tanti altri fratelli e sorelle nel mondo continuano a soffrire a causa della fede, chiedono a noi di non rimanere chiusi, ma di aprirci, perché solo così i semi portano frutto».
Facendo memoria, poi, delle visite di delegazioni bulgare, che da cinquant’anni si recano in Vaticano e che ogni anno egli ha la gioia di accogliere, nonché della presenza a Roma di una comunità ortodossa bulgara che prega in una chiesa della diocesi romana, si è detto fiducioso che tali contatti potranno incidere positivamente su tanti altri aspetti del dialogo reciproco.

ecumenismo del povero

Nel frattempo, «siamo chiamati a camminare e fare insieme per dare testimonianza al Signore, in particolare servendo i fratelli più poveri e dimenticati, nei quali Egli è presente». È l’ecumenismo del povero, il dialogo della diakonìa.
La terza modalità trae origine dalla memoria dei santi Cirillo e Metodio, che ci hanno legati sin dal primo millennio e la cui memoria viva nelle nostre Chiese rimane come fonte di ispirazione, e che mentre comparivano le avvisaglie delle dolorose divisioni che sarebbero avvenute nei secoli successivi, scelsero la prospettiva della comunione: «Missione e comunione: due parole sempre declinate nella vita dei due Santi e che possono illuminare il nostro cammino per crescere in fraternità». Ecco l’ecumenismo della missione. Cirillo e Metodio, bizantini di cultura, ebbero infatti l’audacia di tradurre la Bibbia in una lingua accessibile ai popoli slavi, così che la Parola divina precedesse le parole umane, tanto che il loro apostolato coraggioso rimane ancor oggi per tutti un modello di evangelizzazione.

i giovani

Un campo che ci interpella nella prospettiva dell’annuncio, ha proseguito Bergoglio, è soprattutto quello delle giovani generazioni: «Quant’è importante, nel rispetto delle rispettive tradizioni e peculiarità, aiutarci e trovare modi per trasmettere la fede secondo linguaggi e forme che permettano ai giovani di sperimentare la gioia di un Dio che li ama e li chiama! Altrimenti saranno tentati di prestare fiducia alle tante sirene ingannevoli della società dei consumi». Vale la pena di annotare che, recentemente, la chiesa ortodossa bulgara si è allineata con Mosca e con il patriarca Kirill, da quando quest’ultimo si è progressivamente affermato come il leader del movimento tradizionalista in opposizione al patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Un aspetto per nulla secondario nel complesso scacchiere geopolitico dell’ortodossia mondiale, che rende più complesso e delicato qualsiasi rapporto.

l’ipotesi di un continente inclusivo

Del resto, oltre alla valenza squisitamente ecumenica, il viaggio bulgaro ha avuto – ed era inevitabile – una funzione politica.
Tanto più che, tre settimane dopo, l’Unione Europea sarebbe stata chiamata alle urne per le elezioni. Da qui, lo stesso giorno, l’accorato messaggio rivolto alle autorità nazionali: «A voi, che conoscete il dramma dell’emigrazione, mi permetto di suggerire di non chiudere gli occhi, il cuore e la mano a chi bussa alle vostre porte». Ancora una volta, è tornata qui l’ipotesi, così cara a Francesco, di un continente inclusivo e accogliente, che, aprendo le proprie porte a quanti sono nel bisogno, nel contempo le sbarri alle sirene di populismi e sovranismi vari. La richiesta è stata collegata all’idea di una politica inclusiva verso «coloro che cercano di fare ingresso all’interno dei confini, per sfuggire a guerre e conflitti o alla miseria, e tentano di raggiungere in ogni modo le aree più ricche del continente europeo, per trovare nuove opportunità di esistenza o semplicemente un rifugio sicuro». Certo, parlando in una piazza Atanas Burov spazzata da venti balcanici, il papa argentino era consapevole di stare rivolgendosi a un Paese fra i più affaticati dell’Unione, con un gran numero di persone a rischio povertà, periferia emarginata del vecchio continente. Nonostante le palesi ingiustizie sociali, peraltro, il sogno europeo è da salvare, come Bergoglio ripeterà apertamente durante il volo di ritorno dal viaggio romeno, il 2 giugno. «Bisogna riprendere lo spirito dei Padri fondatori! L’Europa ha bisogno di se stessa, di essere se stessa, della propria identità, della propria unità, e superare con questo, con tante cose che la buona politica offre, le divisioni e le frontiere. Stiamo vedendo delle frontiere, in Europa: questo non fa bene.
Nemmeno frontiere culturali, non fanno bene. È vero che ogni Paese ha la propria cultura e deve custodirla, ma con lo spirito del poliedro: c’è una globalizzazione dove si rispettano le culture di tutti, ma tutti uniti. Ma per favore, l’Europa non si lasci vincere dal pessimismo o dalle ideologie perché l’Europa, in questo momento, è attaccata non con cannoni o bombe, ma con ideologie: ideologie che non sono europee, che vengono da fuori o nascono in gruppetti europei, ma non sono grandi».

l’intricato rapporto greco-cattolico

Un viaggio, quello nei Balcani, che non si presentava come una semplice passeggiata, per lui, a dispetto del ricordo del grido spontaneo «Unitate, unitate» che si levò proprio a Bucarest, vent’anni fa, durante l’incontro tra Giovanni Paolo II e il patriarca ortodosso Teoctist. A causa, in primo luogo, delle tensioni che scaturiscono da una storia assai accidentata, tra i cristiani ortodossi – i quattro quinti dei venti milioni di romeni – e i cosiddetti greco-cattolici che, sorti tre secoli fa in un particolare contesto geopolitico, nel dopoguerra furono brutalmente perseguitati dal comunismo e pagarono un pesante tributo di sangue alla loro scelta di restare fedeli alla loro fede. Tra i perseguitati, i sette vescovi beatificati il 1° giugno: fra i quali Iuliu Hossu, che nel 1969 Paolo VI aveva creato cardinale in pectore, destinato però a morire l’anno seguente senza aver potuto recarsi a Roma per ricevere la porpora, nel timore di non poter più rientrare. Questione intricata, quella dei greco-cattolici, definiti spregiativamente uniati nel vocabolario ortodosso. Nel 1687 l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo cacciò i turchi dalla Transilvania (la parte nord dell’odierna Romania, prima legata all’Ungheria), e su pressioni di Vienna, nel 1700, il metropolita ortodosso della Regione decise di riconoscere il papato, trascinando con sé una gran porzione di popolazione. Tuttavia, quarant’anni dopo, metà dei convertiti ripudiarono quell’unione. Roma allora riorganizzò gli uniati, creando per loro un’apposita metropolia da cui dipendevano altre diocesi greco-cattoliche, che hanno fino a oggi conservato la liturgia bizantina in lingua romena – come la Chiesamadre da cui provengono – e possiedono una loro specifica disciplina che prevede, tra l’altro, il clero sposato. Nel 1948, quando ormai la Romania era divenuta un satellite nell’orbita sovietica, uno pseudo sinodo greco-cattolico dichiarò nulla l’unione del 1700: tutti i beni di quella comunità furono incamerati dallo Stato o passati alla chiesa ortodossa. I vescovi che resistettero a tali violenze vennero incarcerati o posti in libertà vigilata: e solo dopo che, nel 1989, crollò il regime di Ceausescu, gli uniati furono riabilitati. Peraltro, a dispetto delle promesse, quando nel 1999 Giovanni Paolo II visitò il Paese, molti beni dei greco-cattolici si trovavano ancora in mano ortodossa; e, ancor oggi, una parte di essi, finita al patriarcato romeno, non è stata restituita. Il problema è stato certo affrontato nei colloqui con Daniel, patriarca di Romania, ma non è dato sapere con quali esiti. Il papa e, in generale, il Vaticano, in questi anni, hanno invitato i grecocattolici (che hanno rapporti di buon vicinato con i fedeli latini, e insieme rappresentano un milione e mezzo di persone) ad avere pazienza. Da parte sua, il pontefice, nei discorsi di quei giorni, ha spronato tutti a «rinsaldare le comuni radici della nostra identità cristiana».

richiesta di perdono ai Rom

Non solo. Prima di ripartire per Roma, Bergoglio ha deciso di incontrare, a Blaj, trecento rom in rappresentanza dei molti che vivono in Romania in una sorta di esistenza di serie B, ammettendo con franchezza: «Nel cuore porto un peso. È il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità. La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male. Vorrei chiedere perdono per questo. Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità. A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori. Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina. Non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi».
Come a ribadire – una volta di più – che la cifra di Francesco è il dialogo come stile di vita; e che il dialogo autentico si fa nella vita, guardandosi in faccia e riconoscendosi sempre fratelli. Un’operazione difficile ma necessaria, oggi. In anni in cui purtroppo «un senso dilagante di paura, spesso fomentato ad arte, porta ad atteggiamenti di chiusura»: mentre «nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti. Se non fosse così non sarebbe la Chiesa di Cristo».

Brunetto Salvarani
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