Cibo e donne - Simboli nella Bibbia

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Cristina Inogés Sanz
01 febbraio 2019

In genere noi donne abbiamo più fluidità verbale degli uomini. E, per quanto possa sembrare strano, lo si nota persino nella preparazione del mangiare.
Quando delle donne sono in cucina, sono molte di più di quante se ne vedano. Presto si rendono presenti tre o addirittura quattro generazioni, perché una dice che sua nonna aggiunge a quella ricetta un ingrediente, un’altra che sua madre lascia riposare il tutto per un giorno e la padrona di casa svela che sua zia le ha trasmesso un accorgimento che funziona sempre. Tutto questo è molto di più che condividere e comunicare, significa creare comunità con una storia e una memoria comuni.

Senza dubbio nella Bibbia la prima connessione del cibo con la donna non è sembrata aprire una buona strada. La storia di Eva e dell’albero del bene e del male (cfr. Genesi 3, 1-8) è stata sempre interpretata a partire dalla scelta peggiore, invece di vedere il rischio che ha corso la donna per addentrarsi nella via della conoscenza nonostante l’avvertimento divino. Da lì è come se Dio, conoscitore del futuro che attendeva la donna, ideasse uno scenario diverso dove il cibo e la donna avessero una relazione più positiva che le ha permesso di essere un elemento essenziale nella storia della salvezza.

Questa relazione tra cibo e donna supera di molto la preparazione degli alimenti che servono per vivere. E realmente diventa una condizione perché, attraverso il cibo, il suo contesto e il suo rituale, la donna possa manifestare atteggiamenti, comportamenti e persino intuizioni nel quotidiano ma anche in situazioni straordinarie. Servizio e potere, passione e piacere, spesso vita e morte, entrano in gioco in azioni quotidiane come il mangiare. Il cibo permette di vincolarci in modo diverso, a seconda delle occasioni, perché facilita la comunicazione. C’è di più, il cibo è in qualche modo come il sacramento naturale della comunione tra persone che gratuitamente ci è stato dato al momento della creazione, quando Dio vestì la terra.

Noi colleghiamo il cibo in Israele quasi esclusivamente ai rituali religiosi, dimenticando che gli ebrei mangiavano tutti i giorni come qualsiasi essere umano. Quel cibo, preparato dalle donne sin dalla mattina presto come si legge nei Proverbi (cfr. 31, 15), e questo lavoro di preferenza femminile ha permesso che, in diverse occasioni, la storia della salvezza trovasse meno ostacoli. Per esempio: che l’accoglienza si vivesse in pienezza; che la fede profonda si manifestasse; che l’astuzia e la strategia avessero nome di donna; che la sessualità s’integrasse attraverso il cibo nella vita; che la Sapienza si mostrasse in un ambito tradizionalmente femminile; che alcune donne divenissero protagoniste di gesti che con il tempo, ripetuti da altri, avrebbero acquisito una grande importanza; o che la guida spirituale venisse assunta da donne.

Con il cibo Sara (cfr. Genesi 18, 6) e la vedova di Sarepta manifestano ospitalità, accoglienza e fede. Sara all’ombra della tenda divide il pane, alimento di base, con gli ospiti. Il pane condiviso, che è sinonimo di prendere parte a un pasto e di stabilire un vincolo, inizia a calmare la fame negli ospiti, che sfamati calmeranno, con una promessa, la fame di Sara di essere madre, in una comunione reciproca, per alleviare necessità che avranno una ripercussione storica.

La vedova di Sarepta (cfr. 1 Re 17) in Sidone, terra straniera di Canaan dove in apparenza l’azione di Yahveh non arriva, si fida di Dio attraverso la promessa di Elia e a lui dà tutto il suo cibo. Matteo, nel suo vangelo, ci parla di un’altra cananea senza nome che, con la stessa fede della vedova di Sarepta e accontentandosi delle briciole cadute da una mensa, chiede aiuto a Gesù. Fede e fiducia che abbondano in due straniere, con il mangiare come mezzo di relazione con Dio.

Durante l’esodo (cfr. Esodo 16, 1-36) la Sapienza (cfr. Sapienza 16, 2) aveva dato il cibo che trasformò le donne in messaggere e in memoria quotidiana la promessa di Yahveh di dare al suo popolo una terra dove scorrono latte e miele. Ogni giorno, quando all’alba appariva quella cosa granulosa sconosciuta, la manna, le donne preparavano con essa sottilissime focacce il cui sapore ricordava il miele e che accompagnavano le quaglie.

Curiosamente la relazione cibo-donna è più legata a momenti intimi che a grandi banchetti, benché anche in questi ultimi sia presente. Nell’anonimato più totale Noemi (cfr. Rut 1, 1 - 4, 22), in una versione ridotta della tragedia di Giobbe, è una stratega che trasforma l’avversità in possibilità di soluzione dei problemi familiari. Un pugno di spighe servirà come cibo per lei e per sua nuora Rut, mentre alimenterà la strategia che garantirà il prolungamento della sua casa, divenendo Rut la sposa del suo liberatore e, fatto più importante, la nonna di re Davide, dalla cui stirpe nascerà Gesù. Ma vi sono anche banchetti dove compaiono donne come Giuditta ed Ester, e nei quali il coraggio e la forza con cui hanno agito sono potuti sembrare atteggiamenti più propri di uomini. In modo diverso Giuditta ed Ester fanno uso dell’astuzia e della strategia per salvare Israele dal pericolo della distruzione. È come se l’audacia avesse bisogno di uno scenario sontuoso, con luci e tachigrafi, trattandosi di un affare di stato e di giustizia. Anche se Giaele (cfr. Giudici 4, 17-24), lei pure audacemente, per proteggere il suo popolo da Sisara, avrà bisogno solo dell’intimità della tenda e di un po’ di latte perché questi crolli sfinito nel sonno in modo da ucciderlo. In questi episodi, Noemi, Giaele, Giuditta ed Ester (la cui impresa diventa una festa che arriva fino a oggi, quella di Purim) hanno spianato il cammino perché vi passasse la storia della salvezza.

Il mangiare in famiglia permette alle donne di avere con una certa frequenza visibilità pubblica. Le tre figlie di Giobbe sono invitate dai loro fratelli a condividere il cibo (cfr. Giobbe 1, 4) e partecipano della benedizione di Dio, manifestata nell’abbondanza degli alimenti.

Il Cantico dei cantici, libro di rottura tra quelli della Bibbia, considera uguali l’uomo e la donna nella passione del gustare e dell’assaporare. Come un frutto dolce è lui (cfr. 2, 4), come melagrane, nardo, zafferano, cannella è lei (cfr. 4, 13-14), latte e miele (cfr. 4, 11) per l’amato, simboli di Israele che la trasformano in terra promessa, in accoglienza ed equilibrio tra l’armonia e la passione della festa dei sensi.

La relazione più stretta si ha quando la donna stessa si fa cibo, quello che alimenta suo figlio. Già durante la gravidanza dà al feto gli elementi nutritivi di cui questi ha bisogno per svilupparsi. Quando il bimbo nasce, allattare è dare se stessa e non esiste un legame più grande di unione tra due persone. L’evangelista Luca metterà in bocca a una donna le parole che uniscono Gesù e sua madre con il cibo come vincolo: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato” (11, 27).

E tuttavia la relazione tra cibo e donna non si esaurisce nell’atteggiamento coraggioso, nella capacità di accoglienza, nella fiducia davanti alla promessa, nella passione per gustare o essere lei stessa cibo. Gesù dirà: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo 4, 4). Questa parola dalla bocca di Dio è anche un pane che la donna impasta, perché anche lei trasmette la Parola.

Il pane, alimento di base nella Bibbia composto di farina, acqua e lievito, è quello che identifica la persona di Gesù, pane di vita (cfr. Giovanni 6, 35). La sua pasta iniziò a essere lavorata con il sì di Maria. La storia della salvezza è narrata come patto matrimoniale e in questa storia le storie d’amore cominciano vicino a pozzi dove le donne vanno ad attingere acqua, elemento primario nei cibi e alimento in se stesso, perché si può sopravvivere più tempo senza mangiare che senza bere. Accanto a un pozzo troviamo coppie come Rebecca e Isacco, Rachele e Giacobbe, Sefora e Mosè. È un filo conduttore. Perché privare Maria di vivere l’esperienza dell’annunciazione accanto a un pozzo come donna vincolata alla storia della salvezza, sia pure in forma speciale? Perché toglierla dallo scenario simbolico dell’acqua di vita e, nel suo caso, dell’acqua di Vita?

Maria forse stava accanto a un pozzo quando aveva sentito che il Pane cominciava a prendere forma nel suo grembo; quel Pane è nato a Betlemme, che significa “casa del pane”; sua madre l’ha nutrito di se stessa quando era un bimbo; è cresciuto mangiando il cibo normale preparato da Maria; da adulto sembra che gli piacesse mangiare e bere perché viene accusato di essere “un mangione e un beone” (Matteo 11, 19); e alla fine della vita si fa Pane spezzato. Su sua madre manca tuttavia un aspetto comune alle donne d’Israele. Le madri si occupavano dei figli maschi fino ai dodici anni, quando passavano a dipendere direttamente dai padri. Fino a quel momento avrà anche Maria alimentato, sul piano spirituale, Gesù da bambino? Ricordiamo che Maria continuerà a seguirlo anche molto dopo il compimento dei dodici anni e che alle nozze di Cana legherà la sua figura all’acqua e al vino quando si rivolgerà a suo figlio per mantenere un clima di gioia durante il banchetto, immagine per eccellenza del Regno, dove non si può essere tristi e vestiti a lutto, come di frequente ricorderà lo stesso Gesù.

Maria gioiosa e attenta, unendo il vino, bevanda per eccellenza, e l’acqua, elementi legati alla simbologia del figlio: calice di vino all’ultima cena e acqua dal suo costato alla crocifissione.

Che le donne non appaiano nell’ultima cena non significa che non fossero presenti, dato che alcune l’avranno pure preparata. Forse gli autori le hanno lasciate in secondo piano dando per scontato che tutti fossero al corrente della loro presenza nella cena rituale più importante. Per questo il gesto di condividere l’alimento di base, il pane, benché nell’ultima cena abbia un significato più profondo, riflette l’immagine della comunità di vita tra uomini e donne presente in Sara, nella vedova di Sarepta, nelle figlie di Giobbe, negli amanti del Cantico dei cantici, e che riguarda tutti perché non possiamo dimenticare le parole di Gesù: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (1 Corinzi 11, 25). Questa alleanza è per tutti.

Nel vangelo di Giovanni vediamo il significato “pratico” di quella cena nella lavanda dei piedi. Gesto che un po’ prima aveva fatto, nel contesto di un banchetto, una donna versando profumo su Gesù, che profetizzò che per questo si sarebbe fatta memoria di lei. Una relazione diversa tra il mangiare e la donna, in un rituale quotidiano ma dal significato profondo. Il gesto di lei acquista profondità e importanza per le parole e il gesto di lui.

Il lievito è un elemento del pane. Le donne del Nuovo Testamento agiranno come lievito che permette la crescita del Regno. Non le vedremo legate tanto all’atto di impastare o cucinare quanto al condividere e al curare le persone, gesti che fanno parte del nutrire. Marta, la donna indaffarata a cui Gesù raccomanda un po’ di tranquillità (cfr. Luca 11, 38-42), sarà l’incaricata di proclamare pubblicamente la sua fede e la sua immagine si ridimensionerà come lievito per la comunità disegnata nel testo (cfr. Giovanni 11, 27).

Paolo presenta donne che si comportano come veri ministri dell’alleanza nuova (cfr. 2 Corinzi 3, 6). Febe è una di loro e nulla impedisce di pensare che non guidasse una chiesa domestica, e questo implicava il doversi occupare di tutto quello di cui poteva avere bisogno la comunità: senza dubbio del cibo che nutre il corpo, ma anche di quello che nutre lo spirito.

Nella Bibbia cibo e donne significano insomma una cultura di relazioni ampia e variamente vissuta, materialmente e spiritualmente condivisa nel pane alimento di base e nel pane parola di vita.

L’autrice

Cristina Inogés Sanz, cattolica, ha completato gli studi nella Facoltà di teologia protestante Seut di Madrid e lavora nell’arcivescovado di Zaragoza. Per dieci anni (2004-2014) ha scritto per «Predicaciones», sezione in lingua spagnola della Facoltà di teologia di Göttingen, in Germania, e collabora con «Reflexiones diarias», pubblicazione della Iglesia Evangélica del Río de la Plata (Argentina) e con il mensile «21 la revista cristiana de hoy». Tra le sue pubblicazioni: Viacrucis de la misericordia (ppc Editorial, 2016), Charitas Pirckheimer. Una vela encendida contra el viento (Editorial San Pablo, 2017), El Cantar de los Cantares. Don, compromiso y regalo (ppc Editorial, 2017); La sinfonía femenina (incompleta) de Thomas Merton (ppc Editorial, 2018).
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