Rosanna Virgili "Maria e la Chiesa"

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"Maria e la Chiesa"

“Tutte le generazioni mi chiameranno beata” ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica citando il Vangelo di Luca per dar voce a Maria di Nazareth (Lc 1,48).
“La pietà della Chiesa verso la santa vergine è elemento intrinseco del culto cristiano” aggiunge, quindi, il Catechismo, specificando che si tratta sì di un culto “speciale”, “del tutto singolare”, ma che: “differisce essenzialmente dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato come al Padre e allo Spirito Santo”. La dottrina è chiara: Maria non è parte della Trinità, non è figura divina, per cui il tributo a Lei conferito: “trova la sua espressione nelle feste liturgiche dedicate alla Madre di Dio e nella preghiera mariana come il Santo Rosario che è un compendio di tutto quanto il Vangelo” (Catechismo della Chiesa Cattolica 971).
La Chiesa ha, dunque, evitato di divinizzare una donna. E se il Giudaismo aveva vietato di rendere divina qualsiasi creatura umana, il cristianesimo abbatté questo muro sino al Figlio maschio ed Unigenito, ma non si spinse oltre, non giunse fino al corpo (e al sangue!) della donna che venne dogmaticamente fissata come: “figura (typus) della Chiesa” (CCC 967), Sposa di Cristo Sposo.
Nonostante le tante teorie che propongono ancor oggi la figura della Madonna come quella che venne a rimpiazzare, nella religione cristiana, la divinità femminile e materna, presente nei vari pantheon del mondo antico, Maria è sempre stata, al contrario, per la Chiesa, precisamente una: “Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice”, con una funzione che: “in nessun modo oscura o diminuisce l’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia (…). Nessuna creatura può essere dunque, paragonata col Verbo incarnato e redentore” (CCC 969.70) e neppure Maria. Un argomento che entrerebbe, peraltro, anche nella discussione sull’inaccessibilità del sacerdozio alle donne.
La figura della Madonna si è fatta strada nella Chiesa come il più grande simbolo della Chiesa stessa di fronte a Dio, sia Padre, sia Figlio. Quando la Chiesa si avverte casta l’identificazione con Lei è quella di essere l’Amata di Dio; quando la Chiesa si avverte meretrix, il rapporto con la Madonna è quello della supplica, delle lacrime, della richiesta di preci presso il Figlio per il perdono e la misericordia.
Proprio per quella Sua femminilità, così affine e diversa, perché umana, ma, allo stesso tempo, “immacolata”, unica creatura concepita senza peccato originale, la Chiesa ha trovato il canale per poter attraversare le cascate dell’impotenza e della morte, rifugiandosi tra le Sue braccia, con aperta confidenza, sicura di poter raggiungere rogge di primavera.
Sedes Sapientiae, ogni aspetto della vita terrena trova specchio in Maria, di tutto Lei ha conoscenza e comprende l’immensa somma dei casi della vita. Non c’è problema che Lei non possa capire, né enigma che Lei non riesca a sciogliere; non c’è dolore che Lei non guardi e non porti, né gloria che già non la incoroni. Per questo sono nate, nel corso della storia, le Litanie Lauretane dove ai titoli e agli elogi si mescola, fortissimo, il grido dei martiri, dei malati, dei peccatori: “Refugium peccatorum, Consolatrix Afflictorum, Regina Martyrum”… l’ululato della fede dell’umanità risuona eterno verso questa Donna, elevando senza requie il suo: “Prega per noi”.
Il Suo ventre è quello della Madre; il Suo sorriso è quello della Sorella; il Suo Abbraccio è quello vergine e casto dell’Amica; il Suo silenzio è quello della Figlia, fatto di Fede. Ella ascolta l’oblìo dei sotterranei; si dà volto di Carità negli occhi della paura, nella guerra, nella fame, nella disperazione, nella solitudine e nell’indegnità.
Nella storia della Chiesa Cattolica la Madonna ha rappresentato, altresì, un modello per il mondo femminile.
Alla sua verginità si sono assimilate le migliaia di Suore e Monache che hanno popolato il mondo e alla sua maternità le spose a vocazione precipuamente materna. Un gioco di identità che non ha escluso l’interscambio: alla sua verginità si ispiravano anche le ragazze prima del matrimonio o le spose virtuose che mantenevano una “castità” al di fuori dalla sessualità procreativa; mentre alla Sua maternità si ispirano ancora le religiose che sono madri effettive di “figli” di cui nessun genitore naturale si prende cura.
Oggi questo modello ha perduto tanta della sua influenza tra le donne cattoliche. Spesso le donne non si sposano ed anche quando lo fanno non vedono più nella maternità la loro funzione fondamentale. La castità pre-matrimoniale non è più attesa dalla maggior parte delle ragazze e non ha più la connotazione di una virtù di fede per la donna, come poteva essere una volta. Anche il mondo delle religiose dà oggi preminenza ai valori spirituali e comunitari, all’importanza delle relazioni, più che al pensiero della verginità e vive la castità nel suo significato più profondo che coinvolge, insieme al corpo, innanzitutto il cuore.
Ed anche le donne che amano e si impegnano nel Vangelo, si pensi alle teologhe od alle tante “missionarie” che operano in altri campi – cattoliche e di altre confessioni cristiane – non sono spesso né madri, né suore; esse elaborano e incarnano una riflessione su Maria che trova in Lei modelli nuovi e supera quelli tradizionali. Emerge una figura della Madonna come donna libera, critica, capace di sostituirsi ad un uomo più fragile di lei e non solo nella fede.
A dispetto di tutto ciò resta fortissima nella Chiesa la devozione mariana. Basterebbe pensare alla forza di attrazione dei Santuari più grandi del mondo come Lourdes, Fatima, Guadalupe, solo per citarne qualcuno; pensare al fenomeno di Medjugorje, a Radio Maria e alla sua diffusione capillare nell’Orbe; pensare ai focolarini, nati da una donna e chiamati originariamente: “Opera di Maria” che raggiungono due milioni di seguaci in vari continenti. Non solo, dunque, tutte le generazioni la chiamano beata, ma anche nella post-modernità gran parte dell’umanità continua a sperare da lei la Beatitudine.
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