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Armando Matteo "Quattro gatti e due vecchiette"

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di Armando Matteo
docente di Teologia fondamentale presso l’Università Urbaniana di Roma

Lo scenario cattolico del nostro Paese è in rapido cambiamento.
Certo, come qualche anno fa, è ancora oggi possibile caratterizzarlo facendo riferimento all’ampia presenza di bambini e di donne all’interno delle parrocchie e delle diverse realtà aggregative: un cattolicesimo, dunque, a forte trazione infantile e femminile.

Ciò che, tuttavia, oggi, colpisce di più l’attenzione anche del più distratto osservatore di cose cattoliche è il fatto che le donne che ancora ci stanno, le donne che in chiesa ancora ci vanno e sono disponibili per quel che c’è da fare, siano d’età adulta e d’età anziana. Dando dunque vita ad un cristianesimo a forte trazione infantile e “geriatrico”. A provocare una tale mutazione, da una parte, vi sono le Millennials, cioè le ragazze appartenenti alla generazione nata dopo il 1980, le quali, come i loro coetanei maschi, già da tempo mostrano un interesse per la religione tra i più bassi mai registrati. Dall’altra, vi è pure da ricordare la crescente disaffezione delle donne che transitano tra i trenta e i quarant’anni nei confronti della vita ecclesiale. Di essa, alcuni anni fa, parlai come di una fuga delle quarantenni. Con quell’espressione intendevo porre all’attenzione della comunità cattolica l’emergere di un lento ma abbastanza definito sfilacciarsi dell’antica alleanza tra Chiesa e universo femminile. Ritorno sull’argomento, richiamando alcuni dati di recenti indagini sociologiche.

La fuga delle quarantenni
Il primo riguarda la forte “differenza intra-genere”. È certamente vero che, a livello di popolazione italiana nel suo complesso, le donne sono più religiose che gli uomini, ma, se si prendono in considerazione solo le differenti generazioni di donne attualmente presenti, si nota che tra quelle più anziane e quelle più giovani esiste un cambiamento netto nell’ambito dell’esperienza della fede; anzi è a questo livello che si registra il mutamento più alto rispetto a tutti gli altri indici di misurazione della religiosità della popolazione italiana. Il punto di rottura appare essere la generazione di donne nate intorno agli anni Settanta. A partire da tale generazione, perciò le differenze intorno alla credenza e alla pratica religiosa tra gli uomini e le donne tendono ad attenuarsi, sino a quasi scomparire con le Millennials prima citate.
Il secondo dato è relativo alla frequenza alla messa: rispetto alla media generale di frequenza delle donne, sempre più alta rispetto al mondo maschile, lo scarto maggiore, all’interno della popolazione femminile nel suo complesso, si assesta proprio tra coloro che transitano tra i 18 e i 44 anni. La ripresa della partecipazione poi di molte donne quarantenni, in occasione dell’iniziazione cristiana dei loro figli, non segna quasi mai un’inversione di tendenza.
Un terzo dato è il crescente numero dei matrimoni civili e delle coppie di conviventi. Un tale aumento si deve proprio a questo cambiamento delle giovani donne nei confronti della religione, essendo normalmente molto preponderante la parte della donna nella decisione della coppia di contrarre matrimonio religioso o meno, o di non contrarlo affatto. Ancora un altro dato. In relazione all’orientamento etico personale e alle questioni connesse alla presenza pubblica del cristianesimo nella società, la maggiore o minore distanza rispetto alle posizioni ufficiali della Chiesa è, per la popolazione italiana, stabilita quasi unicamente dall’anno di nascita. Più si è giovani maggiore cresce la distanza, mentre si riduce nel caso di persone adulte e anziane. La differenza di genere non porta alcuna modifica. Senza dimenticare, a proposito di questioni morali, la spaventosa controtestimonianza legata alla pedofilia del clero. Un ultimo dato: la “scomparsa” delle suore. Sarebbe miope non riconoscere che una delle riserve maggiori della forza del cattolicesimo italiano sia stata e continui a essere proprio la presenza delle suore. Eppure, c’è da registrare che è esattamente il mondo delle suore quello che negli ultimi decenni ha perso più componenti e attualmente l’età media delle consacrate italiane è molto alta.

Qualcosa si sta spezzando
L’alleanza, dunque, tra l’universo femminile e quello ecclesiale è entrata in crisi.
Ma che cosa potrebbe darne ragione? Lo studio del fenomeno mi ha portato ad individuare alcune possibili cause.
La prima è data dall’immobilità dell’immaginario femminile dominante nella maggioranza del clero italiano nella linea del classico “donna” uguale “casa, chiesa e bambini” e tutto questo mentre la donna ha assunto nelle società occidentali da almeno quarant’anni una nuova autocoscienza e una nuova collocazione. Una seconda causa è poi l’uso sino ad anni recenti, da parte del magistero e quindi della predicazione spicciola dei preti, di un apparato concettuale e linguistico più astratto e meno vicino alla concretezza della vita per affrontare le questioni etiche, che molto spesso hanno maggiore incidenza sulla popolazione femminile che non su quella maschile.
Non è possibile poi - in terzo luogo - non stigmatizzare la contiguità di molti prelati con il potere politico, da sempre appannaggio del mondo maschile, che getta non poche ombre circa la possibile ipocrisia sulle reali intenzioni di chi gestisce il potere dentro la Chiesa. Come non rammemorare ancora la fatica ogni giorno più evidente di un effettivo rinnovamento della vita concreta delle parrocchie? A fronte di essa, i preti non trovano il coraggio per razionalizzare le attività, alimentando all’esterno la sensazione che la Chiesa sia un luogo dove i preti ti “spremono” non appena offri loro un minimo di disponibilità; in questo modo però potrebbero permettersi una vita attiva in parrocchia o nell’associazione o nel movimento solo le pensionate e i pensionati.
Da ultimo, ma non per ultimo, ricordo il vertiginoso calo delle vocazioni religiose femminili, che giocoforza produce una deformazione tutta al maschile del volto pubblico della Chiesa italiana, oltre che un impoverimento senza precedenti della pastorale spicciola.

Ma una speranza c’è
A chi scrive appare quasi superfluo riportare le ragioni per cui un tale mutamento di scenario del cattolicesimo italiano non possa non destare preoccupazioni per quel che ci attende nei prossimi decenni. Si ricordi solo che nel nostro Paese la trasmissione della fede è sempre stata una cosa di “casa” e più precisamente una cosa di madri e di nonne. E che in maggioranza “i catechisti” sono catechiste!
La situazione è dunque seria. Papa Francesco l’ha colta con incredibile precisione ed ha anche prospettato - in Evangelii gaudium, ai nn. 103 e 104 - efficaci strade di riforma perché l’alleanza tra donne - tra tutte le donne: le bambine, le ragazze, le giovani, le adulte e le anziane - e Chiesa riprenda vigore e slancio.
È tempo di tornare a quelle parole e impegnarsi per una loro traduzione pratica.
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