Lisa Cremaschi Convertire lo sguardo del cuore

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Il cammino di conversione secondo i padri del deserto
di LISA CREMASCHI monaca di Bose

DOMENICA 4 MARZO 2018
Milano, Chiesa Rossa

Visitare gli antichi padri

Oggi interrogheremo i primi monaci, i padri del deserto sul tema del peccato e della lotta contro il peccato, contro tutto ciò che tenta di distoglierci dalla via del vangelo.
Chi sono i padri del deserto? Sono cristiani, uomini e donne, che si ritirarono in luoghi in disparte, ai margini dei villaggi dapprima, poi nel deserto, soprattutto in quello egiziano, per cercare l’intimità con Dio senza distrazioni. Erano celibi, vivevano una vita semplice di preghiera e di lavoro, praticavano l’accoglienza di poveri, viandanti e di chiunque cercasse una parola di consolazione, un consiglio, un aiuto.
Sono questi i primi monaci. Ma che cosa intendiamo dire con il termine “monaco”? “Monaco” deriva dal greco mónos, che significa “solo”, “unificato”. Monaco dunque è anzitutto chi è solo, non si sposa; ma è soprattutto colui che ha un cuore monaco, un cuore unito, unificato, o meglio colui che cerca di avere un cuore unificato dall’amore del Signore e che guarda ogni cosa, ogni creatura con occhi d’amore. Nel Salmo 86,11 dove il testo ebraico dice: “Donami un cuore semplice che abbia timore del tuo nome”, la traduzione greca di Aquila impiega il verbo monachoûn: “Rendi monaco il mio cuore”, cioè rendilo unito, unificato, non distratto. Il monachesimo non è altro che la vita cristiana vissuta nella solitudine del celibato e, a volte, in comunità, ma unica è la vocazione battesimale; quel che conta “non è essere vergine o maritata, monaco o laico, perché Dio dona a tutti lo Spirito santo nella misura della disposizione di ciascuno” (Detti XX,21). A tutti è chiesta un’identica obbedienza alla volontà di Dio, a tutti è chiesto di tendere ad avere un cuore monaco. Scrive a questo proposito Giovanni Crisostomo: “Quando Cristo comanda di seguire la via stretta, si rivolge a tutti gli uomini. Vi sbagliate se pensate che vi siano cose chieste ai laici e altre ai monaci. Tutti dovranno rendere conto nello stesso modo” (Agli ebrei 7,4.41). E altrove con ancor maggior durezza afferma: “Gesù non usa né il nome di laico, né quello di monaco. Questa distinzione è stata introdotta dagli uomini, le Scritture non la conoscono ... É dunque un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta mentre gli altri possono fa a meno di preoccuparsene ... Quelli che vivono nel mondo e i monaci devono arrivare a un’identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3,14).
E quando i padri del deserto sono tentati di sentirsi migliori degli altri cristiani, un angelo dal cielo viene a correggerli. Ad Antonio fu rivelato che non aveva ancora uguagliato la santità di un ciabattino di Alessandria (Nau 490); a un altro anziano monaco apparve un angelo e gli disse: “Non sei ancora diventato come l’ortolano che vive nel tal luogo” (Nau 67). E, d’altro lato, Giovanni Crisostomo invierà i laici nei monasteri, perché imparino a pregare e a leggere la Scrittura. Dice in un’omelia: “Qualcuno protesterà: ‘Io non sono monaco né anacoreta, ho moglie e figli e mi prendo cura della mia famiglia’. Ecco la grande piaga dei nostri tempi: credere che la lettura dei vangeli sia riservata solo ai monaci” (Om. su Mt 2,5). E ancora: “La lectio divina, le veglie ... perché proporre queste cose a noi che non siamo monaci? Lo chiedete a me? Andate a dirlo a Paolo che ha insegnato: ‘Vegliate e pregate’ (Col 4,2)” (Omelie sulla lettera agli ebrei 7,4). C’è un rimando continuo dalle comunità monastiche alle comunità cristiane nelle città e la chiesa è vitale là dove i diversi carismi sono compaginati fra loro.
“Visitare gli anziani è la regola degli antichi padri” (Nau 613), risponde un giorno un monaco a un discepolo che gli chiede se sia più utile interrogare i monaci più anziani ed esperti nella vita spirituale o restare a pregare in solitudine. I padri del deserto vivono sotto il primato della parola di Dio, in totale dipendenza dalla Parola, ma sanno anche che questa Parola si incarna, la vogliono leggere nella vita dei fratelli, vogliono sentirla annunciata da chi vive di questa Parola e cerca di realizzarla nella sua vicenda umana. Si racconta che un giorno: “alcuni fratelli fecero visita ad abba Antonio e gli dissero: ‘Dicci un parola: come potremo essere salvi?’ Disse loro l’anziano: ‘Avete ascoltato la Scrittura? É quello che fa per voi’. Risposero: ‘Anche da te vogliamo sentire qualcosa, padre’” (Antonio 19).
Questi discepoli vogliono sentire la Parola da Antonio, l’uomo di Dio che l’ha incarnata nella sua vita, cercano qualcuno che li guidi per imparare l’arte della lotta e sono consapevoli che non basta leggere le Scritture da soli, pregare da soli; bisogna “entrare nella Chiesa”, nella comunione dei santi del cielo e della terra e, resi saldi dalla loro fede e dalla loro intercessione, diventare a propria volta padri, generare altri alla vita spirituale, continuando la catena ininterrotta della tradizione. Chi è Dio? É il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio dei profeti, il Dio di Gesù Cristo, il Dio dei martiri, dei padri del deserto, di Antonio, Basilio, Agostino, Girolamo, Francesco, Chiara ... fino a quei volti che abbiamo personalmente conosciuto, quelle persone che lungo il nostro cammino ci hanno svelato un poco il volto di Dio.

Figlio mio, dammi il tuo cuore!

Diceva abba Antonio: “Chi vive nel deserto e cerca la pace è liberato da tre guerre: quella dell’udito, quella della lingua, quella degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore” (Antonio 11).
In che cosa consiste questa lotta del cuore? Il cuore è il luogo della preghiera. Il cuore, inteso in senso biblico, è il centro della vita della persona. Nel Nuovo Testamento Gesù rimprovera i discepoli di avere un cuore cieco, indurito (cf. Mc 8,17), lento a credere (cf. Lc 24,25). Pietro, nella sua prima lettera, parla di uomo nascosto nell’intimo del cuore (cf. 1Pt 3,4). Occorre imparare a conoscere il proprio cuore, a discernere le presenze che lo abitano. Dice Gesù: “Dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” (Mc 7,21-23).
La lotta contro il peccato inizia nel cuore. Il peccato, dicono i padri, nasce sempre da un pensiero che sgorga dal nostro cuore. Occorre imparare a vigilare sui nostri pensieri, a lottare contro quelli malvagi, a seminare nel terreno del cuore la Parola di Dio prima che il Divisore vi getti il suo seme. I monaci antichi sono molto critici nei confronti di chi crede di aver tante cose da insegnare agli altri e non si preoccupa della propria conversione: “I padri di un tempo sono partiti per il deserto e sono stati guariti; sono diventati medici, si sono curvati su altri e li hanno guariti. Noi invece, nel momento stesso in cui usciamo dal mondo, prima di essere guariti, vogliamo curare gli altri e così abbiamo una ricaduta e lo stato finale è peggiore del primo e udiamo il Signore che dice: ‘Medico, dapprima, cura te stesso’ (Lc 4,23)” (Nau 603).
Questa lotta interiore contro il male per predisporre il cuore alla venuta del Signore viene chiamata dai padri práxis. Noi parliamo di vita contemplativa e di vita attiva; per i padri la vita attiva è la lotta spirituale per rendere evangelico il nostro cuore. Evagrio Pontico scrive un trattato intitolato Praktikós, Trattato di vita pratica (o di vita attiva).
In che cosa consiste la lotta spirituale? Nella lotta contro i pensieri. Con questo termine non si intendono i ragionamenti, frutto delle nostre capacità razionali; “pensiero” indica un sentimento, una percezione o un’immagine negativa che si affaccia al nostro cuore. Il termine loghismós (è interessante la sua derivazione da lógos = parola) è impiegato anche nel Nuovo Testamento, ad es. in 2Cor 10,4 (“Le armi della nostra lotta non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere i muri, di distruggere i pensieri e ogni cosa che si innalzi contro Dio)” e in Mt 15,19 (“Dal cuore provengono i pensieri malvagi [dialoghismoí], omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie”). La necessità di raccogliere gli insegnamenti dei padri del deserto per tramandare la loro dottrina spirituale spinse Evagrio a comporre una lista di loghismoí che divenne classica nell’oriente cristiano: “I pensieri più generali nei quali è compreso ogni pensiero sono in tutto otto. Primo è quello della gola e, dopo di lui, quello della fornicazione. Terzo, quello dell’avarizia; quarto, quello della tristezza; quinto, quello dell’ira; sesto, quello dell’accidia; settimo, quello della vanagloria; ottavo, quello della superbia” (Trattato pratico 6). Questo elenco è passato in occidente con alcune varianti a opera di Gregorio Magno: sarebbe interessante riprendere questa lista e analizzare ciò che viene detto di ogni pensiero. Va notato che il primo pensiero, quello che origina tutti gli altri, è la gola, o meglio, la voracità, cioè il peccato di Adamo ed Eva in Gen 3; è voler inghiottire, far proprio, accaparrare qualcosa o qualcuno, piegare il mondo a sé, piegare la realtà ai propri desideri: “Tutto è mio”, “tutto e subito”: questa è la logica della voracità.
Occorre vegliare per discernere e sradicare questi pensieri sul nascere, prima che si tramutino in peccato: “Un fratello chiese ad abba Arsenio di dirgli una parola. L’anziano gli disse: ‘Lotta con tutte le tue forze perché il lavoro che fai dentro di te sia secondo Dio e così vincerai le passioni di fuori (cf. 2Cor 4,16)’” (Arsenio 9).
Più volte il Nuovo Testamento invita a vegliare, ad essere sobri, a vigilare, perché “il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare” (1Pt 5,8). Occorre lottare, affrontare la guerra contro il male.

Le fasi della lotta

Alcuni padri hanno tramandato e sistematizzato l’analisi del processo attraverso il quale si passa da un pensiero a un peccato. Marco l’Eremita e Giovanni Climaco in particolare distinguono i vari momenti in cui i pensieri entrano nel cuore e ne prendono possesso. Con fine penetrazione psicologica descrivono ciò che accade nel cuore dell’uomo. All’inizio, dicono, vi è una semplice “suggestione”, una sensazione, un sentimento cattivo che bussa alla porta del cuore. Se non abbiamo imparato a riconoscerlo subito e a chiudergli la porta in faccia, cominciamo a discutere con questo pensiero. É la seconda fase, il “dialogo” o “colloquio”, è ciò che Eva fa con il serpente. Ma già in questo colloquio, avvertono i padri, disperdiamo le nostre energie e lasciamo che il serpente stravolga il nostro sguardo sulla realtà, fino a convincerci che le cose stanno veramente così, che davvero l’altro è nemico, è malvagio ... A questo punto è facile il passaggio alla terza fase “il consenso”, il dire di sì al pensiero malvagio, l’acconsentire alla parola del serpente. Ormai l’atto, il gesto cattivo, “il peccato”, ha la strada aperta. Quando questo processo si ripete più volte senza che noi ci preoccupiamo di interromperlo, nasce “l’abitudine”, e allora il comportarsi in modo contrario al desiderio di Dio su di noi finisce per diventare come naturale, come una seconda natura che offusca la nostra natura vera: l’essere a immagine e somiglianza del Signore. Ci abituiamo a guardare alla vita, agli altri, ma anche a noi stessi con uno sguardo negativo, a volte cattivo e non ce ne rendiamo più conto! Non c’è conoscenza di Dio se non c’è conoscenza di noi stessi, del profondo del nostro cuore, di quello che lo abita.
Tutti i padri insistono nel dire che occorre lottare con i pensieri subito, non appena si presentano a noi. Se i pensieri si radicano, crescono, non avremo più la forza di estirparli da soli; dovremo chiedere aiuto ad altri. Vi leggo un passo tratto dagli Insegnamenti di Doroteo di Gaza, superiore di un monastero nel deserto di Gaza nel VI secolo.
“Un grande anziano si intratteneva con i suoi discepoli in un posto in cui c’erano cipressi di diversa altezza, piccoli e grandi. E l’anziano disse a uno dei suoi discepoli: ‘Strappa questo cipresso’. Era piccolo, e il fratello lo strappò subito con una sola mano. Poi l’anziano gliene indicò un altro più grande del primo e gli disse: ‘Strappa anche questo’; ed egli scuotendolo con le due mani, strappò anche quello. Di nuovo l’anziano gliene indicò un altro più grande; il fratello dopo averlo scosso più volte, aver faticato e sudato, levò dal terreno anche quello. Poi l’anziano gliene indicò un altro più grande, ma il fratello nonostante faticasse e sudasse molto, non riuscì a sradicarlo. Quando l’anziano vide che non riusciva, ordinò a un altro fratello di alzarsi e di aiutarlo, e così in due riuscirono a strappare il cipresso. Allora l’anziano disse ai fratelli: ‘Ecco, lo stesso avviene con le passioni, fratelli! Fino a quando sono piccole, se vogliamo, possiamo reciderle facilmente, ma se le trascuriamo perché sono piccole, si rafforzano e quanto più si rafforzano, tanto più esigono maggior fatica. Se poi si sono rafforzate contro di noi, nonostante tutta la nostra fatica non riusciremo a estirparle, se non riceviamo l’aiuto dei santi che, dopo Dio, vengono in nostro aiuto’” (Doroteo di Gaza, Insegnamenti 115, p. 185).
Dicevamo che occorre imparare a conoscere il nostro cuore, discernere le presenze che vi abitano, imparare a interrogare le nostre emozioni, le nostre impressioni. Dice Evagrio: “Sii il portinaio del tuo cuore e ad ogni pensiero che si presenta rivolgi questa domanda: ‘Sei dei nostri o sei degli avversari?’ (Gs 5,13)” (Lettera 11,3). Come si conquista questa capacità di discernere fra i vari pensieri? I padri insistono sulla necessità di avere uno spazio di silenzio, un “deserto”, per imparare a conoscere il nostro cuore e ad ascoltare Dio che parla al cuore. Certo la solitudine non è facile. Ben lo sapeva un giovane monaco che, dopo aver vissuto alcuni mesi nel deserto, scoraggiato e spaventato poiché gli pareva di diventare sempre più cattivo, si recò da un anziano abba a chiedergli consiglio. L’abba l’ascoltò con amore e pazienza, quindi senza dire altro lo condusse accanto a una pozza d’acqua e gli ordinò di gettarvi un sasso. Quindi disse: “Specchiati!”. Lo specchio d’acqua era increspato, era impossibile specchiarsi e il giovane lo fece notare. “Aspetta un poco. Ora specchiati”, ordinò nuovamente l’anziano. Il giovane si specchiò e vide la sua immagine riflessa nell’acqua. “Vedi, gli disse l’abba, quando uno vive in mezzo ad affanni e a preoccupazioni vive fuori di sé e non si conosce; è come l’acqua agitata nella quale non ci si può specchiare. Ma quando si ritira in solitudine, allora vede se stesso in verità. Non sei diventato più malvagio vivendo nel deserto; sei ciò che eri prima, ma allora non te ne accorgevi. Va’, lavora e il Signore sia con te” (Nau 134). Non dicevano i padri che “chi sa vedere il suo peccato è più grande di chi resuscita i morti?” (Isacco il Siro, Discorsi 34, in Oeuvres spirituelles, p. 216).
Nella solitudine mi libero dai ruoli che devo quotidianamente recitare; non c’è nulla che distragga, non ci sono amici con i quali parlare, telefonate da ricevere, riunioni a cui assistere, libri per distrarre ... nient’altro che l’io: nudo, vulnerabile, debole. É questo nulla che io devo guardare in faccia nella mia solitudine, un nulla così terribile a vedersi, che tutto in me aspira a correre verso i miei amici, il mio lavoro, le mie distrazioni, per dimenticare la mia solitudine e non vedere chi sono in verità. Quante persone come vanno in pensione subiscono un crollo psico-fisico; non avevano imparato a vivere con se stessi, a conoscere se stessi. Erano soltanto il ruolo che il lavoro imponeva loro. Quante volte compiamo gesti cattivi o diciamo parole cattive e non ci rendiamo che vengono da lontano, da pensieri accolti nel cuore, trattenuti, senza mai osare guardarci in faccia. Gesù nel vangelo di Matteo dice “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio” (Mt 5,27). L’adulterio comincia lontano, non nel momento in cui viene attuato il tradimento; comincia da pensieri accolti, accarezzati … Ed è così per ogni male che compiamo.


Giovanni Climaco, in una raccolta di consigli indirizzati a chi vuole vivere nella pace dice che per dimorare nella vera pace occorre imparare a chiudere tre porte: “Chiudi la porta della cella al tuo corpo, la porta della lingua alle vane parole, la porta del cuore ai pensieri” (Scala del Paradiso 27,19). Occorre uno spazio di silenzio, occorre fare silenzio, ma poi il silenzio vero lo si raggiunge con la terza porta, quando chiudiamo la porta del cuore ai pensieri cattivi.
Un santo della chiesa russa, Serafino di Sarov, amava dire: “Trova la pace e migliaia di uomini presso di te troveranno salvezza”. Il risultato della lotta contro i pensieri è la pace interiore, la pace profonda. Che gioia, che consolazione incontrare una persona di pace! Certo, dice l’apostolo Paolo: “La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,12). A volte è duro lottare contro certi pensieri, il rancore, lo scoraggiamento, contro l’acedia … ma il fatto che questi pensieri “turbino o meno il cuore non dipende da noi, ma che si attardino o meno, che scatenino le passioni o meno, questo sì dipende da noi” (Evagrio, Trattato pratico 6).
Evagrio e altri padri con lui, chiameranno apátheia quella pace profonda che nasce nel cuore di chi ha imparato a vigilare e a lottare o, per dirla con il Sal 119,109 chi “ha l’anima nelle proprie mani” (eb.: “la mia anima è nelle tue mani”; gr.: “la mia anima è nelle mie mani” per consegnarla al Signore). Ora il termine apátheia che non è biblico, ha provocato grandi discussioni all’interno della spiritualità cristiana, ha sollevato in particolare le ire e lo scherno di Girolamo, che nelle sue opere ricorda Evagrio tre volte e tutte e tre le volte entra in polemica con lui riguardo all’impassibilità. Nella Lettera 133,3 scrive: “Evagrio scrisse un libro e delle sentenze sull’apátheia che noi possiamo definire impassibilità o imperturbabilità; essa si ha quando l’animo non è mosso da alcun pensiero e da nessun vizio, insomma quando è diventato o un sasso o un dio”.
In verità il concetto di apátheia non merita il rimprovero e lo scherno di Girolamo, anche esso può essere sostituito con quello di hesychía, di pace profonda, pace interiore. E questo non significa imperturbabilità, assenza di lotta: chi ha raggiunto l’apátheia continua la lotta contro le passioni, ma ormai ha imparato l’arte della guerra, dice Evagrio. L’arte della guerra dentro di noi, imparare a dirsi dei no, a vietarsi certi pensieri che ci fanno del male. “Io pongo davanti a voi la via della vita e la via della morte” (Dt 30,15); quale via scegliamo? Ma soprattutto abbiamo coscienza che ci sono vie che ci fanno soltanto del male? Sappiamo volerci bene? Abba Antonio in una sua lettera scrive: “Chi conosce se stesso conosce tutte le creature”; se uno ha imparato a vedere dentro di sé, a fare ordine nel groviglio dei suoi pensieri, a lottare contro quelli negativi, conosce per analogia anche le lotte e le fatiche degli altri, li rispetta … “Chi fa del male al suo prossimo fa dal male a se stesso e così chi fa del bene al prossimo fa del bene a se stesso … Perciò risvegliamo Dio in noi stessi!” (Lettera 4,7, p. 263). Volerci bene in una prospettiva evangelica è ritrovare l’immagine di Dio deposta dentro di noi.
Diceva Poimen: “Anche se l’uomo costruisse un cielo nuovo e una terra nuova, non potrebbe rinunciare alla lotta” (Poimen 48).

Il cammino di conversione

Il cammino di conversione, di ritorno sotto le mani di Dio, quelle mani dalle quali Adamo e, in lui, tutti noi siamo sfuggiti, richiede una lotta perseverante, senza cedere allo scoraggiamento. Siamo in via, in cammino verso il regno, un cammino che conosce soste, cadute, deviazioni ... Tutti i padri insistono sull’importanza di ricominciare sempre, senza stancarsi mai, senza misurare il cammino percorso, senza far paragoni con gli altri. “Abba Poimen disse: ‘Il gettarsi dinanzi a Dio, il non misurare se stessi e il gettare dietro a sé la propria volontà, questi sono gli strumenti dell’anima” (Poimen 36).
Digiuno e veglia sono i mezzi tradizionali della lotta contro i demoni, contro le tentazioni (cf. Mt 16,21). Il digiuno, dicevano i padri, è il primo comandamento dato da Dio all’uomo e proprio per aver infranto questo comandamento Adamo fu scacciato dal Paradiso. Occorreva che l’uomo, invece di gettarsi sul mondo come su una preda, su un bottino, imparasse a contemplarlo come un dono di Dio. Adamo tende la mano verso l’albero per accaparrare, per rapire la vita; Cristo nel deserto respinge la tentazione di trasformare le pietre in pane, accettando di ricevere il cibo soltanto dal Padre. Certamente la pratica del digiuno, una disciplina relativa al cibo, è presente in tutte le religioni e in ogni umana ascetica, ma nel cristianesimo l’astinenza dal cibo, che tocca l’uomo nei suoi ritmi vitali e pone freno all’avidità, al desiderio indisciplinato, deve orientare alla fame del cibo che viene da Dio: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cf. Dt 8,3). Scrive Clemente Alessandrino: “Il digiuno significa astinenza dal cibo, ma il cibo non ci ha mai resi né più giusti né più ingiusti. Il digiuno ha un profondo significato: come il cibo è simbolo della vita e la mancanza di cibo è simbolo di morte, così noi uomini dobbiamo digiunare al fine di morire al mondo e ricevere il cibo divino, la sua parola e vivere in Dio” (Ecloghe 14,1). Per questo nella tradizione patristica il digiuno è sempre associato alla preghiera e all’esercizio della carità. Dice Girolamo: “Chi digiuna si nutre come Mosè della familiarità con Dio e della sua parola. Sperimenta la verità di queste parole: ‘L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’” (Lettera 130,10).
La rinuncia al cibo pone un limite a un bisogno vitale dell’uomo e attraverso di esso l’abba del deserto vuole imparare ad assoggettare il corpo, a riordinare gli impulsi disordinati per predisporsi a ricevere il dono della carità. Rifiutando l’appesantimento del cibo lo spirito è più desto e pronto a penetrare il senso delle Scritture. “Digiuna per essere illuminato dalle Scritture” (Detti XV,72). Ma molto spesso l’ascesi è data dalla vita; non c’è bisogno di inventare altro, basta accogliere con pace le difficoltà che la vita ci porta, continuando a volgere gli occhi al Signore: “É questa la grande ascesi: resistere nelle malattie ed elevare a Dio inni di grazie” (Sincletica 8).
A nulla però vale l’ascesi del corpo se non è accompagnata dall’ascesi del cuore, dal rinnegamento della volontà propria, dalla rinuncia ai molteplici pensieri che tendono a distrarre dalla sola cosa necessaria. L’esercizio della rinuncia al cibo e al sonno è indirizzato e orientato alla rinuncia a se stessi, alla philautía, al terribile amore di sé, radice di ogni passione. Al digiuno si deve accompagnare l’umiltà e la carità. “Di quello che doveva essere un segreto hanno fatto un bollettino di vittoria” scrive Girolamo (Lettera 22,28). Dice un padre del deserto: “Se praticate l’ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che gonfiarsi ed esaltarsi” (Isidoro Presbitero 4). E un altro monaco diceva: “É cosa buona mangiare carne e bere vino, e non mangiare con la maldicenza le carni dei fratelli” (Iperechio 4).
Altri detti attribuiscono polemicamente ai demoni la pratica della veglia e del digiuno. Si racconta: “Un giorno abba Macario ritornava dalla palude nella sua cella, portando rami di palma. Ed ecco farglisi incontro lungo la strada il diavolo con una falce. Cercò di colpirlo, ma non ci riuscì. Gli disse allora: ‘Macario, da te emana una grande forza, così che io non posso nulla contro di te; eppure faccio tutto quello che tu fai. Tu digiuni, e io non mangio per nulla; tu vegli, e io non dormo affatto. Vi è una cosa sola in cui tu mi vinci’. ‘Quale?’ gli chiese abba Macario: ‘La tua umiltà; per questo non ho alcun potere su di te’” (Macario l’Egiziano 11).
Il digiuno, poi, è sempre orientato alla carità. “Il giorno in cui tu digiunerai, non gusterai nulla, salvo pane e acqua, e calcolerai il prezzo dei cibi che avresti mangiato in quel giorno e lo metterai da parte per la vedova, l’orfano, il bisognoso” (Il pastore di Erma 56,7). E tutto questo con discrezione e nel nascondimento.

La Scrittura

Dice Iperechio: “Ascesi del monaco: la meditazione delle Scritture e l’adempimento dei comandamenti di Dio. informe è il monaco che non si dà a queste cose” (Consigli agli asceti 4). Perché il silenzio? Perché la solitudine? Non per ricercare il vuoto, il nulla, ma per l’ascolto della Parola di Dio, per fare del nostro cuore la dimora del Signore. Iperechio afferma che informe, cioè privo di forma, non plasmato, è il monaco che non si applica alla lectio divina. La Bibbia ha un duplice scopo: è specchio di chi la legge (cf. Nau 96), facendoci conoscere chi siamo noi nel momento stesso in cui ci svela il volto di Dio e, in secondo luogo, ci plasma, ci dà forma, consentendoci la lotta contro il Divisore, colui che ci vuole dividere da Dio e dai fratelli. Diceva Cassiano: “Leggi e rileggi, medita e rimedita la Parola di Dio, finché la sua forma passi in te ed essa ti trasformi a propria immagine e somiglianza” (Conferenze 14,10). Di qui la necessità di conoscere, leggere, meditare le Scritture non ai fini di una conoscenza puramente intellettuale, ma per ricevere vita. Dice un padre: “L’ignoranza delle Scritture è un grande precipizio e un profondo baratro” (Epifanio 10). Il monaco è un philólogos, amante della Parola. Così si dirà di Antonio: “Stava così attento alla lettura delle Scritture, che nulla di quanto vi è scritto ricadeva sterile in terra della sua mente. Ricordava tutto: la memoria, per lui, teneva il posto dei libri” (Vita di Antonio 3,7). Era abitudine che i monaci imparassero a memoria il salterio e interi libri della Scrittura. Pacomio nelle sue regole prescrive: “Al nuovo arrivato che entra in monastero verrà insegnato innanzitutto ciò che deve osservare e se, una volta istruito, avrà accettato ogni cosa, gli si daranno da imparare venti salmi o due lettere dell’Apostolo o un’altra parte della Scrittura. Se non saprà leggere, alle ore prima, terza e sesta, andrà da chi lo può istruire e che ne ha ricevuto l’incarico, starà dinanzi a lui e imparerà con la massima attenzione e con ogni gratitudine. In seguito gli si scriveranno l’alfabeto, le sillabe, i verbi e i nomi, e anche se non vuole, sarà costretto a leggere”. “E non vi sarà assolutamente nessuno in monastero che non impari a leggere e non sappia a memoria qualcosa delle Scritture: come minimo il Nuovo Testamento e il salterio” (Precetti 139-140).
Tale memorizzazione consentiva la meditazione costante durante la giornata. In obbedienza alla parola di Dt 6,6-7: “Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai”, il monaco meditava la parola di Dio in ogni momento, mentre si recava alla sinassi, mentre intrecciava stuoie o qualunque altra attività svolgesse. Del resto, osservavano i padri: “Se un monaco prega solo quando sta ritto in preghiera, allora non prega affatto” (Nau 104).
Si parla di “ruminare”, un’immagine questa che affonda le sue radici in un’interpretazione allegorica di Lv 11,3 e Dt 14,6 e che troviamo già nella Lettera di Barnaba 10,11. Tale metafora torna di frequente nei Detti: “Al cammello basta poco cibo - afferma un detto attribuito ad Antonio -- egli lo conserva dentro di sé finché non ritorna alla stalla, lo fa risalire in bocca, lo rumina fino a che non entra nelle sue ossa e nella sua carne. Il cavallo, invece, ha bisogno di una grande quantità di cibo, mangia ogni momento ed espelle subito tutto quello che ha mangiato. Non siamo dunque come il cavallo, cioè badiamo di non recitare le parole di Dio a ogni momento senza metterne in pratica nessuna. Imitiamo invece il cammello: recitiamo ogni parola delle sante Scritture custodendole in noi finché non le abbiamo compiute” (E. Amélineau, Apophtegmes traduits du copte, Annales du Musée Guimet, Paris 1894, p. 39 cf. anche Nau 645).
La Parola ascoltata, meditata, ripetuta deve farsi carne nel credente. Un’altra immagine impiegata per parlare della continua ripetizione di un versetto della Scrittura o di una semplice invocazione è quella della mola: “Quando ti alzi dopo aver dormito, subito, per prima cosa la tua bocca renderà gloria a Dio. Dovrà intonare inni e salmi, perché lo spirito continua a macinare per tutto il giorno come una mola il primo pensiero al quale si è attaccato fin dall’aurora, sia esso grano o zizzania. Per questo devi essere sempre il primo a gettare il grano, prima che il tuo nemico semini la zizzania” (Nau 592/43).
L’attaccamento alla parola di Dio, alla preghiera diventa una difesa contro la zizzania, una spada contro i pensieri malvagi. Così esorta Pacomio: “Restiamo saldi e irremovibili per tenere a freno le divagazioni dei pensieri, simili ad acqua in ebollizione, mediante l’assiduo ricordo della legge di Dio con la quale distruggiamo la legge della concupiscenza carnale” (Ammonizioni 4).
E la ruminatio concerne in particolare il libro dei salmi. Sulla bocca degli abba troviamo citazioni o allusioni riguardo a tutti i libri della Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, ma il Salterio in particolare era oggetto di predilezione. Ad abba Filemone fu chiesto perché provasse tanto gusto nella preghiera dei salmi ed egli rispose: “Dio ha impresso in precedenza, nella mia umile anima, il significato dei salmi, come al profeta David, e io non posso separarmi dalla dolcezza delle mistiche visioni d’ogni genere che sono in essi. Essi, infatti, comprendono in sé tutta la Scrittura divina” (Discorso utilissimo, in Filocalia II, p. 360).
Disse un anziano: “I profeti hanno scritto i libri delle Scritture, sono venuti i nostri padri e li hanno messi in pratica, quelli dopo di loro li hanno imparati a memoria, ma è venuta questa generazione, li ha copiati e li ha posti inutilizzati sulle mensole” (Nau 228).
Nei Detti emerge costantemente la preoccupazione di un accordo tra vita e preghiera. Abba Ireneo diceva: “Molti uomini pregando non pregano” (L. Leloir, CSCO 353 p. 17). Pregano, dicono tante parole, ma nel cuore hanno rancore e gelosia; in verità non pregano, recitano una parte, fanno teatro. A una monaca che si vantava di aver digiunato duecento settimane e di aver imparato a memoria l’Antico e il Nuovo Testamento un sapiente anziano chiese: “‘Che frutto ne hai ricavato? Per te il disprezzo è come l’onore?’ Rispose: ‘No’. ‘Consideri la perdita come il guadagno? gli estranei come tuoi parenti secondo la carne? l’indigenza come l’abbondanza?’. Rispose: ‘Proprio no’. Allora l’anziano disse: ‘Dunque non hai digiunato ogni sei giorni e non hai imparato né l’Antico né il Nuovo Testamento, ma inganni te stessa. Va’, lavora, perché non hai niente’” (Nau 518).
Attenzione, avvertono i padri, a ritenersi uomini di Dio, uomini di preghiera o anche solo cristiani, se non ci si è lasciati ferire e trasformare dalla Parola! Se non vi è accordo fra vita e preghiera, allora ciò che professiamo con le labbra diventa maledizione per noi, la nostra preghiera diventa come quella del fariseo di Lc 18,9-14. Ne aveva coscienza quel santo abba di cui parlano i detti. Era venuto a trovarlo un altro monaco e gli aveva chiesto: “Come stai, abba?” L’anziano rispose: “Male”, e ne spiegò il motivo: “Sono trent’anni che ogni giorno sto a pregare davanti a Dio e talvolta maledico me stesso quando dico a Dio: ‘Non avere misericordia di tutti quelli che operano l’iniquità’ (Sal 58,6) e: ‘Maledetti quelli che deviano dai tuoi comandamenti’ (Sal 118,21), e io devio sempre dai tuoi comandamenti e opero l’iniquità’”, e continuò a citare versetti di salmi e a mostrare come la sua vita contraddicesse ciò che esprimeva con le parole. E alla fine concluse: “Tutta la mia liturgia e tutta la mia preghiera si ergono contro di me a rimprovero e vergogna” (Nau 587).
Di abba Pambo si racconta che un giorno andò a trovare un altro monaco e lo supplicò di insegnargli a leggere. Voleva imparare a leggere la Scrittura per conoscere la volontà del Signore. Quando vi fu la prima lezione il monaco gli insegnò a leggere il Salmo 38, che era previsto per la preghiera del giorno. Come ebbe udito il primo versetto: “Ho detto: Veglierò sulla mia condotta per non peccare con la lingua”, non volle sentire altro e per un lungo tempo non si fece vedere dal suo maestro dicendo: “Questo solo versetto mi è sufficiente se ho la forza di imparare a metterlo in pratica”. E quando, dopo lungo tempo, ricomparve davanti all’anziano che lo rimproverava di non essersi più fatto vedere, rispose: “Non ho ancora imparato a mettere in pratica il primo versetto” (Socrate, Storia ecclesiastica 4,23). Del resto un autore siriaco del VI secolo, Filosseno di Mabbug, scriveva a un superiore di un monastero: “Non comporta nessun inconveniente se qualcuno occupa il proprio spirito su un solo versetto del salterio per sette giorni e sette notti, poiché è stato detto dai nostri padri: ‘É meglio un versetto vicino che mille lontani’”.
La preghiera vera, autentica, apre alla carità, converte il cuore dall’amore di sé all’amore per l’altro, porta a vedere gli uomini come “uno solo”, un unico corpo. Che cosa sia la carità per i padri ce lo dice abba Agatone: “Se potessi incontrare un lebbroso, dargli il mio corpo e prendere il suo, lo farei volentieri: questo è l’amore perfetto” (Agatone 26). E in un altro detto si riferiscono queste parole: “Ciascuno deve fare suo quanto accade al prossimo, soffrire con lui in ogni occasione, piangere con lui, sentirsi come se avesse il suo stesso corpo e come se egli stesso fosse tribolato quando al fratello sopraggiunge una prova, così come sta scritto: ‘Siamo un solo corpo in Cristo’ (Rm 12,5) e: ‘La moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola’ (At 4,32)” (Nau 389). Certo questo non va da sé. La lotta spirituale, la preghiera, l’assidua meditazione delle parole di Dio dilatano poco per volta il cuore. Occorre pregare, bussare nella preghiera, diventare preghiera. Diceva abba Iperechio: “Misura della preghiera del monaco è non avere misura” (Consigli agli asceti 95). Si racconta: “Abba Lot si recò da abba Giuseppe a dirgli: ‘Abba, io faccio come posso la mia piccola liturgia, il mio piccolo digiuno, la preghiera, la meditazione, vivo nel raccoglimento, cerco di essere puro nei pensieri. Che cosa devo fare ancora?’. Il vecchio, alzatosi, aprì le braccia verso il cielo e le sue dita divennero come dieci fiaccole. ‘Se vuoi - gli disse - diventa tutto di fuoco’” (Giuseppe di Panefisi 7).
Non c’è bisogno di dilungarsi nelle nostre preghiere, di moltiplicarle fino a stancare Dio con le nostre parole: “Spesso l’umiltà ha salvato molti anche senza fatica. Lo attestano il pubblicano (cf. Lc 18,9-14) e il figliol prodigo (cf. Lc 15,11-32) che dissero soltanto poche parole e furono salvati” (Nau 552). E quando fu chiesto ad abba Macario un consiglio sulla preghiera, rispose: “Non c’è bisogno di dire vane parole, ma di tendere le mani e dire: ‘Signore, come vuoi e come sai, abbi pietà di me’. Quando sopraggiunge una tentazione, basta dire: ‘Signore, aiutami!’. Poiché egli sa che cosa è bene per noi e ci fa misericordia” (Macario l’Egiziano 19).
Eppure la preghiera è faticosa. Lungo il nostro cammino quante volte vorremmo qualche certezza in più, vorremmo vedere qualcosa. Era la preoccupazione di un giovane monaco, che un giorno decise di recarsi da un santo abba ad esporgli i dubbi che da tempo non lo lasciavano in pace. Aveva sentito raccontare di visioni e di apparizioni accadute a molti monaci ed era sgomento perché a lui non accadeva nulla del genere; “interrogò l’anziano: ‘Come mai certuni hanno rivelazioni e vedono gli angeli?’. L’anziano rispose: ‘Figlio mio, beato, colui che vede sempre i suoi peccati’” (PE III,35,24-25).
Vede i suoi peccati nella fede nel perdono. Al cuore del nostro peccato, delle nostre ferite, se ci abbandoniamo con fede al Signore, conosciamo il suo amore risanante, vediamo rinascere la vita: “Signore, che io voglia o che io non voglia, salvami perché io sono fango e bramo il sudiciume del peccato, ma tu, Dio onnipotente, puoi impedirmelo. Infatti, se hai pietà del giusto, non vi è niente di straordinario e se salvi chi è puro non compi nulla di mirabile, perché essi sono degni di ricevere la tua bontà. Signore, magnifica in me la tua misericordia e mostra il tuo infinito amore, perché ‘a te si è abbandonato il povero’ (Sal 9,35), cioè chi è povero di virtù” (Nau 582).
Preghiera come combattimento e danza, festa, trasfigurazione. Se abba Giuseppe di Panefisi divenne tutto di fuoco per spiegare al giovane monaco la forza trasfigurante della preghiera, abba Agatone, a chi lo interrogava su quale fosse stata la più grande fatica nella sua lunga vita monastica rispose: “Perdonatemi, ma penso non vi sia fatica così grande come pregare Dio. Infatti, quando l’uomo vuole pregare, i nemici cercano di impedirlo, ben sapendo che da nulla sono così ostacolati come dalla preghiera. Qualsiasi opera l’uomo intraprenda, se persevera in essa, possederà la quiete. La preghiera invece richiede lotta fino all’ultimo respiro” (Agatone 9).
Richiede lotta, perché comporta una morte dell’io carnale per vivere in Cristo, un esodo dai propri desideri e pensieri per entrare nei desideri e nei pensieri del Padre. Richiede lotta, è cioè agonía, come la lotta di Gesù nell’orto degli ulivi. Ogni preghiera cristiana tende alla preghiera di Gesù: “Non sia fatta la mia volontà, ma la tua” (Lc 22,42).

Essere di desiderio

L’uomo è un essere di desiderio. Cresce, diventa adulto nella misura in cui desidera imparare, crescere, progredire e non si accontenta di ciò che ha, di ciò che ha capito, acquisito, imparato. Molti padri della chiesa definiscono l’uomo come essere di desiderio Il più noto è forse Agostino che, rivolto a Dio, scrive: “Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te” (Confessioni 1,1).
L’essere umano è passione, relazione. Al limite anche nello stravolgimento, nella depravazione del desiderio, della concupiscenza vi è una positività. Giovanni Climaco vede negli impulsi stessi che dominano l’uomo, nelle passioni che lo rendono schiavo, il segno di un’invocazione alla vita, la traccia del riconoscimento della propria radicale insufficienza. Per il fatto stesso di desiderare, questo desiderio, anche se è sviato, mostra di cercare una relazione fuori di sé, una salvezza fuori di sé. E allora Climaco giunge a dire che preferisce persone piene di passione, anche se questa passione è mal diretta e malamente orientata, a persone che non hanno mai páthos per niente. Nelle prime, infatti, la conversione porterà a orientare la loro passione sul Signore e i fratelli e li ameranno con la stessa forza con cui hanno amato il male. Nelle seconde c’è poco da convertire! Scrive Climaco: “Ho visto anime impure follemente innamorate di corpi e invero queste anime, una volta accolto il sostegno del pentimento, esperte com’erano d’amore, hanno trasferito lo stesso amore sul Signore e, saltando decisamente ogni timore, si sono lasciate spronare senza riserve all’amore di Dio. Perciò il Signore a quella prostituta ormai casta non dice che ‘ha molto temuto’, ma che ‘ha molto amato’, e ha potuto facilmente allontanare da sé l’amore con l’amore” (La scala 5,28).
Se Dio è persona e non un principio primo, un motore immobile o via dicendo, un essere impersonale e astratto, le relazione con Lui non possono rivestire altra forma che quella delle relazioni d’amore tra esseri umani. Nell’amore umano, nella passione d’amore, l’immagine della persona amata è sempre presente fino a dominare le nostre giornate; non si tratta soltanto di nostalgia, ma di comunione continua sia in presenza che in assenza dell’amato. Per Climaco l’amore di Dio non è diverso: “Chi veramente ama tiene sempre dinanzi agli occhi il volto dell’amato con tale gioia che anche nel sonno è presente ai suoi pensieri. Ora nelle cose del corpo avviene ciò che accade pure nelle cose dello spirito. E ciò fa esclamare: ‘Io dormo, ma il mio cuore veglia a causa dell’intensità del mio amore’”.
La castità del cuore è definita da Climaco come eros per Dio, dove eros indica un amore totale, appassionato. La via della castità è la conversione dell’eros. “Casto è colui che scaccia l’eros sensuale con l’eros divino e spegne il fuoco della terra con il fuoco del cielo” (Scala 15,2). L’amore fra uomo e donna è la ricerca più forte di comunione che noi conosciamo e diventa - come nella Bibbia del resto - modello concreto dell’amore per il Signore. “Se la presenza di una persona che ci è cara porta dei mutamenti sensibili nel nostro cuore e nel nostro corpo e ci riempie di una gioia e di una letizia che appaiono manifeste sul nostro volto, quale cambiamento produrrà la presenza del Signore in un cuore puro?” (Scala 30,16).
La gioia e la serenità sono frutti dell’amore che ha per oggetto un essere umano, sono frutti di una relazione d’amore, ma questo vale anche nella relazione con il Signore. Non abbiamo due capacità d’amore diverse, una per gli esseri umani e l’altra per Dio: è la forza della nostra passione che deve convertirsi. I padri parleranno di questa metamorfosi delle passioni o di trasfigurazione della passione. “Beato colui che è vinto da una passione per Dio non meno violenta di quella dell’amante per la sua amata”.
Per tutti c’è speranza, per tutti oggi è possibile la conversione. Scrive ancora Climaco: “Prendano coraggio quanti sono sottomessi alle passioni e ne sono umiliati; infatti, anche se cadono in tutti i baratri o sono inghiottiti in tutte le trappole, anche se si ammalano di tutte le malattie, tuttavia una volta guariti, diventeranno per tutti dottori, luminari, lampade e guide, conoscendo i modi di ogni malattia e potendo salvaguardare chi sta per cadere proprio sulla base della propria esperienza” (Scala 26,11).
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