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Lidia Maggi "Le donne nella Bibbia"

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La storia del rapporto tra Dio e Israele è abitata da grandi personaggi: uomini coraggiosi, come Mosè, Abramo, Elia, Geremia... Figure affascinanti, che hanno fatto volare alto il nome di Dio. Senza le loro voci, il Dio biblico probabilmente sarebbe stato afono.
E’ decisiva la parola del testimone, del profeta, del discepolo per annunciare la fede: perché la salvezza non risuona asetticamente dal cielo, ma si lega a vicende umane, si radica in una storia concreta, assumendone i linguaggi, le categorie, i pregi e i difetti. Ecco allora che il seme della Parola viene piantato in un contesto particolare, il quale dà forma al testo. Difficile distinguere il seme dal terreno. E’ questa la ricchezza e il rischio delle Scritture. Ricchezza perché è proprio la forza umana di questa Parola che permette di udire la voce dell’Emmanuele, il Dio con noi. Il pericolo, tuttavia, è inciso nello stesso presupposto: è sempre latente il rischio di imprigionare quella Parola incarnata nelle stesse categorie umane che le permettono di raggiungerci.
Una delle possibili gabbie a cui si espone la Parola incarnata è rappresentata dal fatto che essa nasce, cresce e si sviluppa in contesti patriarcali, dove le donne occupano generalmente posti subordinati. Di questo bisogna essere consapevoli quando si leggono le Scritture. Gli autori biblici, che redigono e tramandano i testi, raccontano la storia della fede coniugandola quasi esclusivamente al maschile. Non è, dunque, soltanto il momento dell’interpretazione a dover essere sottoposto ad uno sguardo vigile, capace di discernimento per controllare le possibile distorsioni e tradimenti. La stessa Bibbia necessita di una lettura critica, profetica, che la solleciti e la interroghi affinché da antico scritto diventi Parola di Dio che chiama a libertà uomini e donne.
La Bibbia, dunque, narra una storia della salvezza con un linguaggio prevalentemente al maschile. Persino l’esperienza parziale di un Dio che si fa carne, che vive l’avventura umana, con Gesù è al maschile.

Fili rosa
E’ facile per molte donne che oggi si avvicinano alla Bibbia sentirsi, se non escluse, marginalizzate da racconti dove sono gli uomini che occupano la scena principale. Questo può infondere un comprensibile scoraggiamento. Ma può anche indurre a ricercare nella Scrittura quei fili sottili che permettono di narrare le grandi meraviglie di Dio con voce femminile. Qua e là, infatti, in una storia coniugata perlopiù al maschile, fa capolino qualche figura femminile. E’ più di una presenza saltuaria: è una vera trama. Il Dio biblico che si lega alla vicenda umana necessariamente abita la vita di uomini e di donne. E queste ultime, più facilmente degli uomini, rivelano personalità forti. Nonostante la loro condizione subalterna, a tratti sembrano proprio loro a tenere le redini della storia, a porre nella narrazione dei bivi, aprendo sentieri sconosciuti. Lo stesso racconto della creazione si tinge di colori più accesi, di suoni più tragici, proprio per la presenza di un’inquietudine femminile. Ad Eva, che verrà per sempre stigmatizzata come colei che ha fatto entrare la morte nella creazione, dovrebbe essere riconosciuta una curiosità che la spinge ad andare verso l’ignoto e mettendo in moto l’avventura umana senza più protezioni né recinti. Fuori dal giardino l’umanità sperimenta la fragilità e la fatica, ma si apre anche a nuove possibilità, nuovi sguardi e nuovi orizzonti.

Le matriarche
La stessa complessità caratteriale la incontriamo nelle storie dei patriarchi. Le matriarche sono tutt’altro che spalle, figure minori. A tratti, occupano la scena principale, facendo passare in secondo piano l’eroe di turno. Si pensi alla vicenda di Sara e Abramo. E’ Sara che, dopo le costante inadempienze divine, decide di creare le condizioni perché Abramo abbia un erede. E’ l’arte di arrangiarsi: un sapere femminile che ricerca soluzioni creative quando la storia è chiusa. La stessa arte è conosciuta e praticata sia dalle figlie di Lot che da Tamar, la nuora di Giuda. Tutte donne accomunate da maternità inconsuete, fuori dalle protezioni del patriarcato. Donne che, per non essere imprigionate al loro fato, si ingegnano a trovare soluzioni alternative. E così Sara per superare la sua sterilità e l’inadempienza divina alla promessa propone ad Abramo di giacere con Agar, la sua schiava. Abramo risulta fondamentalmente passivo in tutta la vicenda. Subisce le scelte di Sara e le obbedisce, incapace di tenerle testa. Ma le dinamiche di potere al femminile non sembrano differenti da quelle maschili: nasce un rapporto di forza tra la moglie titolare, Sara, ricca, ma sterile e anziana, e la schiava che darà ad Abramo il primo figlio. Agar è povera e straniera, ma è giovane e fertile. Abramo è incapace di mediare al conflitto, dimostrandosi nuovamente inadeguato al ruolo di protagonista principale. Dio, alla fine, adempirà alla promessa di un erede; ma la storia sarà sempre segnata dalla intraprendenza irriverente di Sara che porterà a rivelare un tratto inedito del divino. Scopriremo così che il Dio di Abramo è anche il Dio di una semplice serva, Agar, colei che non verrà abbandonata nel deserto. Dio stesso si legherà a lei con una promessa, simile a quella fatta al patriarca; e da Agar nascerà una progenie.
Anche Rebecca, Lia e Rachele dimostrano una forza caratteriale che sembra allentare i rigidi confini patriarcali e a tratti ridicolizzare i rispettivi mariti.

Donne portatrici di speranza
Donne coraggiose, astute, forti che non pretendono di occupare la scena principale: sono abituate a fare da spalla, ad essere poste in secondo piano rispetto all’eroe di turno. La loro voce, a volte poco ortodossa, segnata dalle tinte leggere dell’ironia, invita a guardare anche ai bordi del quadro biblico.
Senza la loro presenza la storia di Dio sarebbe mutilata. Come poteva sopravvivere Mosè facendo a meno dell’intervento delle due levatrici, della madre che lo affida al fiume per salvarlo, della sorella che sorveglia il neonato nel suo tragitto. Che ne sarebbe di un intero popolo cancellando la presenza della figlia di faraone che adotta il piccolo e lo cresce come un figlio?
La storia biblica sarebbe precipitata nel buio del genocidio, senza questa rete discreta di donne coraggiose che pongono argini alla pazzia omicida e preservano la vita.
Eccole là, sulla scena biblica: madri, profetesse, regine, figlie e sacerdotesse. Spesso figure di frontiera, come la già citata Tamar, l’ultima matriarca, colei che osa reagire alla sua sorte di vedova e, travestendosi da prostituta, riesce con l’inganno ad ottenere ciò che per legge le era dovuto: rimarrà incinta del suocero che la riconoscerà più giusta di lui. A volte sono donne straniere: come Agar, Raab e Rut. Queste donne rimarranno nella memoria della genealogia davidica. Monito ad un popolo sempre tentato di tradurre la fede in patrimonio genetico. I veri messia, i veri re, hanno sangue misto, proprio come Davide ed in seguito Gesù. La santità, sembrano ammonirci queste donne, passa correndo il rischio della contaminazione. Anche questo viene insegnato dal vissuto delle donne. Donne forti, coraggiose, che non sempre hanno tutte le carte in regola per entrare nella vicenda di Israele; e tuttavia, diventano strumenti meravigliosi nelle mani di Dio proprio per la loro disponibilità ad aprirsi all’inedito. E’ il caso di Rut, la moabita, che con la sua amicizia restituisce a Noemi la fiducia nella vita, fascia il suo cuore ferito e la riapre alla speranza.

Donne tra amnesia e memoria
Alcune donne rimarranno per sempre nella memoria di un popolo, daranno addirittura il loro nome ad alcuni libri biblici; altre, invece, perderanno i propri lineamenti, schiacciate da una memoria solo al maschile. La Scrittura racconta frammenti della loro storia senza riuscire a legarla ad un nome, come nel caso della figlia di Jefte o della concubina del levita. Vittime tragiche della stoltezza maschile. Esse incarnano un’epoca in cui la verità e la giustizia vengono sacrificate sull’altare di un idolo o fatte a pezzi. Altre donne hanno resistito all’amnesia e alla censura patriarcale e, come erba selvatica, sono cresciute nelle insenature delle grandi costruzioni ufficiali. E’ il caso di Miriam, la sorella di Mosè, colei che guida il popolo nella danza, nelle celebrazioni liturgiche; colei che verrà punita quando contesterà l’autorità esclusiva del fratello ma conoscerà la solidarietà di un popolo che si rifiuta di mettersi in cammino senza la sua guida. Il popolo che dimentica Mosè, quando questi sale nel Sinai, rimarrà fedele a Miriam e attenderà la sua guarigione quando verrà colpita dalla lebbra.
A volte le donne riescono, pur nella loro debolezza, a cambiare addirittura la Torà, rivelando il volto di un Dio che è disponibile ad emendare la sua stessa legge quando ci sono buone ragioni per farlo. Come nella storia di cinque sorelle coraggiose raccontata alla fine del libro dei Numeri. Queste osano affrontare l’intera comunità, Mosè, i capi riuniti e Dio stesso. Con la forza delle loro ragioni riescono ad ottenere il diritto ad ereditare la terra e, dal basso, inducono Dio a modificare le disposizioni della sua Torà.

Il lato oscuro delle donne
La Bibbia ci consegna figure umane spesso narrate nella loro fragilità, attraverso i loro errori. Anche le donne non si sottraggono a questo sguardo. Molte delle figure femminili che accompagnano la monarchia aiutano il narratore ad illustrare una storia che precipita nell’infedeltà e nel fallimento. E così per raccontare l’abisso irrimediabile in cui la vita politica è precipitata, la Bibbia attinge al mondo femminile. Non esita a dipingere macabre miniature come quella del caso giudiziario che vede come protagonista una donna che chiede giustizia (“ Re 6,25-30) La storia è un rimando, una parodia del famoso giudizio salomonico. Qui una madre reclama il diritto di cucinare e mangiare il figlio dell’altra. Il suo è stato mangiato il giorno prima.
Quando viene meno anche l’istinto materno a cosa serve tutto l’apparato giudiziario del regno?
La stessa funzione di denuncia e di degrado sociale sembra affidata anche alle donne di corte. Queste partecipano agli intrighi di palazzo, alle lotte di potere, come la bella Betsabea che non esita a muoversi attraverso loschi accordi politici per arrivare a dare il regno a suo figlio. Cosa dire poi di Gezabele la regina crudele, scaltra ed intraprendente che manipola a suo piacimento un re capriccioso ed infantile? Nelle pagine più violente della storia di Israele, nelle stragi e nei massacri che spezzano intere dinastie, le donne non si dimostrano migliori degli uomini. Atalia, figlia della famigerata Gezabele, che per non cedere il regno, stermina la sua stessa discendenza ne sintetizza l’archetipo.
Questo sguardo più cupo sul mondo delle donne vuole eliminare ogni sospetto di autocelebrazione.

Testimoniare Dio con le donne della Bibbia
Recuperare la memoria di un mondo femminile nella Scrittura non aiuta solo a rivisitare la distribuzione degli spazi del sacro nelle nostre chiese. Esso ci permette di restituire al Dio biblico una sua specificità: quella di legarsi alla vicenda concreta di un popolo e di abitarlo, camminando con lui, anche quando questi precipita negli abissi dell’ingiustizia e dell’infedeltà. Un popolo formato da uomini e donne. Non da figure agiografiche! Questa è una delle ragioni per cui, per riascoltare la voce della Bibbia, bisogna dare spazio anche al mondo sommerso femminile su cui poggia. Scopriremo così che l’annuncio della salvezza, per poter incontrare l’umanità intera, ha bisogno anche di voci di donne.
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