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Lisa Cremaschi Và, lavora

Meditazioni di Lisa Cremaschi 
per il tempo di Quaresima 2018
per le Acli di Bergamo

«A che ti serve confessare che Cristo nasce nella carne, se non nasce nella tua carne?» (Om. sulla Genesi 3,7). Con queste parole Origene si rivolge ai cristiani della sua comunità, una comunità che ha perduto il fervore e l’entusiasmo iniziale e che rischia di ridurre la fede alla ripetizione di alcuni atti religiosi.
A che ti serve confessare la fede a parole, come un fatto meramente intellettuale se poi nulla muta dentro di te? La preghiera è lotta con il proprio io, con il proprio egoismo, con l’amore di sé fino ad acquistare la carità. Che cosa sia la carità ce lo dice abba Agatone: «Se potessi incontrare un lebbroso, dargli il mio corpo e prendere il suo, lo farei volentieri; questo è la perfetta carità» (Detti dei padri, S. alfabetica: Agatone 26).
La compassione non è una reazione naturale. È difficile. Chiede di raggiungere interiormente gli altri laddove sono deboli, vulnerabili, soli, feriti.
Non è queste la reazione spontanea dinanzi alla sofferenza. Il nostro desiderio istintivo è disfarci della sofferenza fuggendola o trovando un rapido rimedio. La solidarietà di misericordia cresce nella solitudine, là dove acquistiamo coscienza che nulla di ciò che è umano ci è estraneo, che le radici dei conflitti, delle guerre, delle ingiustizie, delle crudeltà, degli odi, delle gelosie e delle invidie sono profondamente radicate nel nostro cuore.
Quando la preghiera è ben riuscita? Quando cresce la carità. Questo è l’unico vero criterio dell’autenticità della nostra preghiera e del nostro ascolto della Parola.
Negli Atti degli Apostoli si racconta che le persone che hanno ascoltato Pietro all’udire le sue parole “si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?»
(At 2,37). È la domanda che dovrebbe nascere ogni volta che ascoltiamo la Scrittura. Che fare per tradurre nella mia vita questa parola? Che fare per diventare un pochino più conforme al vangelo? Nei detti dei padri del deserto è riportato un episodio molto significativo. Siamo in un tempo e in un ambiente in cui, data la scarsità di testi scritti, era calorosamente consigliata la memorizzazione della Scrittura. Un giorno, si racconta, una monaca che si vantava di aver digiunato a lungo e di aver imparato a memoria l’Antico e il Nuovo Testamento, chiese ad Antonio, il fondatore del monachesimo in Egitto: «Che cosa mi resta da fare?». Antonio le rispose: «Che frutto ne hai ricavato? Quando vieni disprezzata, resti in pace e lieta come quando vieni lodata? Quando qualcuno ruba qualcosa dalla tua cella, sei tranquilla come se fossi stata tu a fargli un regalo? Quando giunge un estraneo alla tua porta, lo accogli con gioia come se fosse un tuo parente?”
Rispose arrossendo con estrema onestà: «Proprio no!». Allora l’anziano monaco le disse: «Dunque non hai digiunato di sei giorni in sei giorni e non hai imparato né l’Antico né il Nuovo Testamento, ma inganni te stessa. Va’, lavora, perché non hai niente» (Detti dei padri, S. anonima: Nau 518). L’invito a imparare a memoria la Scrittura è qui corretto: bisogna sì imparare, ma non serve a nulla – è solo un inganno – se non si mette in pratica ciò che si è imparato. Bisogna lavorare la terra del cuore – è questo il senso dell’invito che le viene rivolto; la terra del cuore è invasa da cardi e spine (cf. Gen 3,18), va ripulita, lavorata con la preghiera perché diventi quella terra buona che dà frutto abbondante (cf. Lc 8,8).

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